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Quello che rimane nella biblioteca sono i libri di qualità. Una conversazione con Mario Andreose



Attiene soltanto a una ristretta cerchia di scrittori la capacità di saper trasporre in un sistema lessicale l’esprit du temps di un’epoca irrimediabilmente lontana dal mondo del lettore contemporaneo. Non possono lasciare dunque indifferenti passaggi di fulminante planimetria oculare come: «Leonardo Sciascia ha sulla scrivania un busto di Voltaire e sulla parete un ritratto di Louis Jouvet, icona del cinema e del teatro francese tra le due guerre. Mi pare di scorgere una qualche rassomiglianza tra i due, nell’intensità dello sguardo severo, l’ampia fronte, la cera mediterranea dell’incarnato», oppure: «Il primo mestiere non si scorda mai; cambierà il mio ruolo negli undici anni di lavoro con Alberto; di lui immutabile il carisma, anche nei momenti del declino, così come il grande sentore, che ti accoglieva nel suo studio, di una colonia e di un tabacco inglesi di fabbricazione esclusiva», laddove l’Alberto citato è il grande editore Alberto Mondadori, raccontato in un’istantanea che lo raffigura a timone della nuova nata Il Saggiatore, e la voce narrante è quella del suo giovane allievo.
Quel brillante correttore di bozze, partito da Venezia per farsi strada nella vivacissima Milano affacciata sugli anni del boom economico e capace di costruirsi un’inimitabile carriera editoriale, risponde al nome di Mario Andreose, che nelle pagine del volume autobiografico Voglia di libri (La nave di Teseo) ripercorre i suoi passi tra editoria e letteratura, passando per la gloria e il declino di imperi editoriali, la sfida al sistema economico rappresentato dalla nascita della Nave di Teseo accanto a Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi, le storie di capolavori che come araba fenice tornano in nuove vesti e le vicende di autori come James Joyce, T.S. Eliot, Saul Bellow, Alberto Moravia, Pier Vittorio Tondelli e Woody Allen, in pagine di grande valore letterario che sono diventate il pretesto per una lunga conversazione sul mestiere dell’editore e sul futuro del libro, questo strano oggetto che ci ostiniamo a intrecciare con le nostre storie personali.

Andreose

Voglia di libri arriva nei mesi di una pandemia che al suo esordio ha travolto tutto, e che oggi sembra suggerire la necessità di un riassetto di molti settori economici del paese, compreso quello editoriale. Eppure la voglia di libri non sembra essere venuta meno.
Sembrerà un paradosso, ma la pandemia, la chiusura delle librerie sono state accolte dai lettori come una sfida. Una buona parte ha continuato a comperare i libri per corrispondenza o nel formato elettronico. Alcuni librai hanno recapitato porta a porta i libri ai clienti abituali reclusi in casa. La riapertura delle librerie è stata accolta come una festa e da qui è iniziato un recupero che ci ha portato a chiudere il malefico 2020 oltre ogni aspettativa. Certo, hanno contato anche le nuove proposte, libri già stampati chiusi in magazzino o in attesa di stampa, accolti con entusiasmo da lettori in crisi di astinenza.

Quello dell’editoria è un destino. Che lettore è stato da ragazzo? Quali sono state le sue prime letture?
Attorno ai dieci anni, durante una convalescenza, nella biblioteca di uno zio, ho letto, attratto anche dalle illustrazioni di Gustave Doré e Francesco Gonin, il Don Chisciotte e i Promessi sposi. Negli anni del ginnasio saltavo qualche lezione e andavo in biblioteca pubblica a leggere romanzi di autori di paesi ex nemici: Gide, Faulkner, Thomas Mann, Sartre, Camus, Dos Passos… Poi avrei voluto scrivere, l’editoria è stato un caso di serendipity.

Il suo racconto autobiografico inizia nel 1959, quando scopre una Milano in fermento e approda al Saggiatore di Alberto Mondadori dove inizia come correttore di bozze. Da quel momento la sua carriera è una carrellata di soddisfazioni professionali, passando poi a Mondadori, a Fabbri, a Bompiani e infine all’avventura della Nave di Teseo. L’editoria le ha imposto anche dei sacrifici?
Alla fine degli anni Sessanta, con il Saggiatore in difficoltà, aggredito anch’esso dalle contestazioni, i primi atti di terrorismo in città, ho accettato volentieri un’offerta della Mondadori, nella sede di Verona: ho dovuto sradicare la mia famiglia per la legge iniqua dell’ubi maior. E così per il ritorno a Milano, al Gruppo Fabbri, nove anni dopo. Non ho vissuto come un sacrificio l’impossibilità di scrivere, cioè la passione originaria, perché il mio è un lavoro a tempo pieno, nel senso più ampio del termine. Però ho sempre avvertito come un’imminenza di poterlo fare, magari a sprazzi, e questo mio secondo libro ne è una testimonianza.

A colpire, sfogliando le pagine del volume, è la straordinaria galleria di personaggi che racconta. Quali incontri l’hanno maggiormente colpita?
Impossibile stabilire una gerarchia: ognuno di loro, per esempio quelli presenti nella sezione del mio libro “In breve, di alcuni maestri”, mi hanno diversamente e indelebilmente colpito.

Ha avuto anche incontri che, all’opposto, le hanno lasciato un senso di delusione, di occasione mancata?
Umberto Eco ha dedicato una delle sue irresistibili Bustine di Minerva a “La vedova dello scrittore”. Ecco, certi eredi riescono talvolta, per imperizia o rivalsa psicologica nei confronti del genitore o smisurato interesse, a procurare fierissime delusioni.

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Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Mario Andreose

Nella recente serie TV Una vita a New York diretta da Martin Scorsese, ad un certo punto la scrittrice Fran Lebowitz afferma che «la storia dell’arte è formata da tutti quegli artisti che nei bar e nei ristoranti se ne sono stati lì a parlare, bere e fumare». Mi ha fatto pensare ai suoi gustosi aneddoti delle conversazioni alle cene, gli scambi di idee nei bar degli intellettuali, le presentazioni – anche estreme, come quella celebre di Tondelli al Grand Hotel per il lancio di Rimini nel 1985. È come se, per dare forma alle idee, ci fosse stato un forte bisogno di confronto, di dialogo, anche di inevitabili sfuriate. In questo è cambiato qualcosa nel mondo editoriale?
Vedo un cambiamento legato a un’evoluzione tecnologica, quella del lavoro a distanza che non è solo un frutto della pandemia ma è iniziato tempo addietro, quando ci si chiedeva: ha senso fare un viaggio a New York o andare alla fiera di Francoforte se possiamo sentirci, scriverci in qualunque momento e in tempo reale? Tant’è vero che questo ci ha abituati ad avere una vigilanza anche notturna, perché il tempo in cui l’agente arrivava con un testo cartaceo nuovo da vendere al miglior offerente è distante rispetto a quello che capita oggi, con l’online che può essere intercettato da chiunque. Tutto ciò ha facilitato e velocizzato il nostro lavoro, ma tutto quello che è lo scambio di vedute, di gusto, di informazione, tutto ciò che attiene al dialogo, alla vicinanza, alla seduzione – che è uno strumento indispensabile di ogni trattativa – tutto ciò non può essere sostituito da una nuova organizzazione del lavoro. Il modo di lavoro precedente aveva portato alla nascita di rapporti sociali privilegiati, per cui quando una casa editrice istintivamente individuava l’omologo negli Stati Uniti o in Francia o in Spagna, accadeva che la felice scoperta di un nuovo testo o di un nuovo autore si sentiva il bisogno di comunicarla a chi si riteneva più affine e poteva contraccambiare. In questo modo sono avvenute operazioni di grande rilievo, sulla base di un’amicizia consolidata, di un’affinità e di un interesse condiviso.

Oggi chi le manca di più?
Per me è stata fondamentale la direzione editoriale della Bompiani, con la frequentazione della comunità degli editori di Umberto Eco, che erano qualche decina. Si è creato un legame con quelli più affini, come quello francese, quello americano e quello spagnolo. Con queste persone continuo ad avere un rapporto di amicizia e condivisione. Le case editrici che pubblicavano Eco assomigliavano molto alla Bompiani, penso ad esempio a Grasset in Francia, a Lumen in Spagna. Non a caso, Jean-Claude Fasquelle, che era stato il patron di Grasset, è ancora un caro amico ed è entrato subito come azionista nell’avventura della Nave di Teseo.

Di Alberto Moravia scrive che «qualunque cosa dicesse nasceva da un suo pensiero originale e acuto, nulla di già sentito». Che rapporto era, il vostro?
Un rapporto impari naturalmente. Quando mi sono avvicinato a lui, nei primi anni Ottanta, era un’autorità, un monumento. È stato un testimone ragguardevole del suo tempo, anche se alcuni gli rimproveravano un eccesso di presenzialismo. Ricordo che quando è morto, ero lì per caso perché quella mattina, come tutte le volte in cui usciva un suo nuovo libro, gli avevo portato la prima copia della sua autobiografia. Ho visto la camionetta della polizia e mi sono chiesto cosa fosse successo: non ci credevo. Il giorno dopo, in prima pagina de La Repubblica, Eugenio Scalfari aveva sparato il titolo di apertura Senza Moravia. La sensazione è stata dunque quella di avvicinarmi a uno scrittore che non solo amavo per buona parte della sua letteratura, soprattutto per alcune opere, ma anche perché era un pensatore libero il cui giudizio, espresso per carta stampata o a voce, era difficile non condividerlo. Il collega che mi aveva preceduto, mi aveva messo in guardia: «Moravia ormai non potrà dare molto», e invece aveva ancora molto da dire e da scrivere, una decina di libri. Iniziammo a lavorare insieme, e lui mi metteva a mio agio come interlocutore, parlando sempre di tutto, andando al cinema, andando nei negozi di abbigliamento ad acquistare una giacca… è stata una esperienza al di là di ogni previsione, perché non avrei mai pensato di poter avere con lui questo privilegio.

Fu lei, insieme ad Enzo Siciliano, a raccogliere i fogli manoscritti di quello che diventerà La donna leopardo, il graffiante testamento postumo di Moravia.
Di questo libro ho un ricordo particolarmente significativo. Spesso gli autori raccontano di cose che hanno vissuto o che verosimilmente potrebbero vivere. La donna leopardo mi aveva particolarmente colpito sin dalla prima lettura perché mi sembrava di aver individuato i possibili modelli dei protagonisti di quel quartetto, quelle due coppie che viaggiano insieme con un alone di tensione e ambiguità. Mi ero fatto un mio filmi, al punto di poter dare un volto a quei personaggi.

Un capitolo del suo libro è dedicato alla nuova edizione di Il nome della rosa, arricchita dai preziosi disegni preparatori di Umberto Eco. La vostra amicizia ha attraversato più decenni, ed è approdata nel 2016 alla nascita della Nave di Teseo. Cosa le ha insegnato?
Umberto mi ha insegnato che, al di là di quella che era la sua immensa conoscenza ed esperienza, la cultura si può accompagnare a un insopprimibile bisogno di divertirsi. Introduceva sempre, in qualunque contesto, la variazione sull’ironia, addirittura sul comico. Di qualunque cosa si parlasse. Magari ispirata da una parola, sulla quale lui costruiva un epigramma, una battuta. Non era solo un modo di sdrammatizzare. Eco ha sempre detto che, anche filosoficamente, il dubbio è una costante che ci deve accompagnare per costruire meglio le eventuali certezze. Più dubiti e meno corri il rischio di incorrere nell’abbaglio delle verità assolute, nella durezza del pensiero unico. Mai prendersi troppo sul serio.
Quando era al liceo, organizzava spettacoli di cabaret, basati soprattutto su parodie letterarie, filosofiche, musicali. Ho conosciuto almeno un paio di suoi compagni di liceo che mi hanno raccontato che era un animatore eccezionale. Creavano insieme i testi e le musiche., e lui anche regista. Qualcosa del genere ha continuato a farlo anche nei giorni di vacanza e di festa a casa sua, con il contributo di amici che fornivano le loro competenze, come i musicisti Luciano Berio e Gianni Coscia, la scenografa e costumista Gae Aulenti, i soggettisti e sceneggiatori Furio Colombo ed Emilio Tadini, il vocalist parodista Pierluigi Cerri ecc. La nave di Teseo è nata soprattutto per la sua determinazione e generosità, incredibilmente nella fase finale della sua malattia. Un’iniziativa nata per sottrarci a un’aggregazione capitalistica inaccettabile che, nel suo nome, ha avuto un’immediata risonanza positiva in tutto il mondo editoriale.

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Umberto Eco e Mario Andreose

Eco è citato anche nella sezione del libro che ha per titolo In breve, di alcuni maestri. Che rapporto ha lei oggi con la parola “maestro”, che spesso le viene rivolta?
“Venerabile maestro”, Arbasino docet, è una formula che ridimensiona in senso ironico la nozione di questo termine. “Maestro” è a volte un portato dell’età, della consuetudine: dopo decenni che ci si vede in giro, ecco che all’improvviso si apprende di essere diventati maestri. Non esageriamo.

Per La nave di Teseo, della quale è presidente, il 2020 è stato un anno di soddisfazioni, basti pensare alla vittoria del premio Strega con Il colibrì di Sandro Veronesi.
Il libro di Sandro era partito bene già alla sua uscita nel 2019. Vincere lo Strega per la seconda volta è stato per lui un grande traguardo, e una grande conquista per la nostra casa editrice. Ma non c’è solo questo. Non appena le librerie si sono aperte, noi avevamo in magazzino, appena stampato, A proposito di niente, l’autobiografia di Woody Allen: un successo oltre ogni aspettativa. Ci credevo molto, perché leggendolo avevo trovato un Allen in grande forma, alla pari dei testi cabarettistici che negli anni Settanta aveva pubblicato Eco. Accanto a Veronesi avevamo dunque una grande e variegata offerta di romanzi, come il best seller di Joël Dicker L’enigma della camera 622 e al saggio di grande attualità La società signorile di massa di Luca Ricolfi. Un’offerta che ha trascinato tutta la casa editrice che, nell’anno peggiore di sempre per l’editoria, ha avuto un ruolo di primo piano.

È il segnale che il libro, questo nostro parente vicino che da anni qualcuno si ostina a proclamare come prossimo al decesso, nonostante i cambiamenti del mondo digitale è più vivo che mai?
Io sono ottimista, perché credo che il libro continui ad essere uno strumento indispensabile e insostituibile, come più volte ci ha raccontato Eco nei suoi saggi di bibliofilia. Penso soprattutto a La memoria vegetale, nel quale sottolineava come un materiale vegetale come prima i papiri, poi la pergamena, la carta di stracci e la cellulosa rendano il libro un oggetto immortale, come vediamo nelle biblioteche che ancora oggi custodiscono i manoscritti degli amanuensi medievali dei classici greci e latini. Noi oggi abbiamo la certezza che il libro di carta è destinato a rimanere e che non ci lascerà mai.

“Faire plaisir”. Roberto Calasso, nel suo L’impronta dell’editore, scrive che forse oggi il compito di un buon editore è quello di accogliere «una tribù dispersa di persone alla ricerca di qualcosa che sia letteratura, (…) che non abbia l’inconsistenza tipica di questi anni». Sente il dovere di questa missione?
Certamente. Abbiamo la prova che la buona letteratura ha maggiore vita rispetto ai prodotti di consumo, che hanno una, peraltro legittima, funzione di intrattenimento e di risposta a un’esigenza di mercato. Quello che rimane nella biblioteca dei veri lettori sono i libri di qualità.  Eco, ma non solo lui, ci ha dato la prova che, a livello internazionale, anche un libro che sfida il lettore, per il suo elevato spessore culturale, può anche diventare un prodotto di consumo di massa, come dimostrano le decine di milioni di copie vendute da Il nome della rosa.

L’editoria, come ogni avventura umana, è anche una storia di errori. C’è un libro, guardando alla sua carriera, che ha il rammarico di non aver pubblicato?
Il rammarico di una mancata pubblicazione a volte è legato all’impossibilità di arrivare su un libro prima di altri, o di esserselo lasciato sfuggire. Nel mio libro ho scritto che pubblicare l’Ulisse di Joyce, nella nuova traduzione di Mario Biondi, è stata una bella impresa. Ma ricordo anche che quando ero a caccia di giovani scrittori americani, come Bret Easton Ellis e Jay McInerney, avrei avuto la possibilità di prendere Don DeLillo e me lo sono lasciato sfuggire. Appagato di quelle che ritenevo le voci più importanti di una generazione da affiancare agli omologhi italiani De Carlo e Tondelli.

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