Un libro stratificato, pieno di altri libri, che costituisce in sé un grande elogio all’arte del narrare. Non vi sarà più notte di Leonardo Colombati, edito da Mondadori, sfida ogni limite e categorizzazione di genere reinventando una forma letteraria. È una sorta di contemporaneo feuilleton in cui il ritmo dell’avventura si accompagna alla riflessione filosofica. Inizia come un romanzo russo – c’è sempre un treno a fendere la nebbia, inaugurando il viaggio dell’eroe – e si trasforma di continuo sotto gli occhi del lettore in una inesauribile metamorfosi: gangster story, peripezia on the road, romanzo epistolare, diario di prigionia e di guerra, racconto di mare, odissea fantascientifica. Ogni capitolo inaugura una nuova storia e un diverso stile, mantenendo però solido il filo conduttore della trama: il protagonista è sempre lui, l’ufficiale russo Vasilij Kozlov, detto “Baz”, che è ora tennista, ora viaggiatore errante, prigioniero, soldato, marinaio, ambasciatore per la salvezza del mondo sull’orlo della catastrofe nucleare. L’eroe del poderoso romanzo-mondo di Colombati è uno, nessuno, centomila, sfruttando l’abusata espressione pirandelliana, in questo caso calzante. Pur inserendosi in una struttura letteraria di impianto ottocentesco Baz Kozlov impersonifica la frammentazione identitaria e la crisi dell’Io inaugurata nel primo Novecento:
«Alla fine, sento che in me ci sono più vite di quelle che il mio carattere, la realtà, il caso mi hanno permesso di vivere, e che l’immaginazione è sia una benedizione che una maledizione».
La letteratura è la moltiplicazione delle esistenze possibili e Non vi sarà più notte ha l’ambizione di comprenderle tutte, in un gioco di specchi e rifrazioni che trova il proprio punto di approdo nella Città di Rame, la misteriosa e inaccessibile rocca nel deserto narrata da Sheherazade ne Le mille e una notte. L’autore, come la principessa araba dalla fervida fantasia, sfida il concetto stesso di morte e di nulla dischiudendo l’infinità degli universi tramite l’affabulazione: chi racconta non muore mai e la storia, ogni storia, rappresenta un orizzonte di salvezza. Non vi sarà più notte reinventa il Novecento da una prospettiva ucronica: le nazioni si combattono tra loro sfidandosi con dei tornei sportivi, ma il lungo periodo di pace fa progredire la razza umana nelle scoperte scientifiche e conduce allo sviluppo anticipato della bomba atomica per opera del geniale Kalama, una via di mezzo tra uno scienziato e un filosofo, che vuole creare una nuova cosmogonia.

Da questo punto di vista l’opera di Colombati può essere letta come un’indagine sul Male, la cui radice non si può in alcun modo estirpare dal mondo e dall’umanità. Dopo l’avvenuta Apocalisse il protagonista ritrova una gigantesca biblioteca abbandonata, di stampo borgesiano, in cui sono contenuti «centinaia di volumi assediati dai funghi, con il dorso scollato, crivellati dai tarli»: la prova che nelle storie è riposta sempre la speranza di un nuovo inizio, persino quando tutto appare perduto e il mondo, così come credevamo di conoscerlo, ha cessato di esistere:
«Il Mondo, per noi, è diventato il Libro. E ci divertiamo a viaggiare adattando i poemi e i romanzi alla nostra fantasia, per continuare in qualche modo il viaggio, per non perdere la speranza che da qualche parte, in qualche tempo, ci sia un futuro».
Ne abbiamo parlato con Leonardo Colombati in questa intervista.
Il titolo, Non vi sarà più notte, è una citazione dell’Apocalisse di Giovanni, deriva dalla Bibbia che è “il libro dei libri”, matrice di tutte le storie della tradizione occidentale. Lo si può definire un tentativo di romanzo totale?
Volevo che ricreasse il mondo, che lo rappresentasse, come la «mappa uno a uno» di cui parlava Borges, però è chiaramente impossibile. Per me il «romanzo mondo», come lo chiamava Franco Moretti, è sempre stata un’aspirazione, sin dal mio esordio, Perceber. Tra l’altro tutti i libri che preferisco vanno in questa direzione di narrazione totale, a me piacciono molto le opere d’arte – sia libri che film – che hanno una sottotrama evidente, che è quella metanarrativa, il farsi di quell’opera, una riflessione su quello che sta facendo l’autore, il regista o l’artista. Uno dei miei film preferiti è 8½ di Fellini, non a caso, che porta in primo piano questo discorso. Sicuramente è una suggestione che ritorna quando scrivo. Stavolta volevo creare anche un romanzo d’avventura e d’azione, quindi semplificare il discorso: più il Conte di Montecristo che l’Ulisse di Joyce, ecco, tanto che a un certo punto il mio protagonista lo mando per davvero a Montecristo.
Parlando della struttura. Riprende la narrazione episodica e popolare del feuilleton ottocentesco, ogni capitolo è una nuova storia, però la matrice è novecentesca perché alla fine il tema è la frammentazione dell’identità. Il protagonista, Baz Kozlov, vive tutte le vite possibili?
L’idea del feuilleton è stata proprio l’origine, così come il romanzo è stato concepito. Dieci anni fa avevo scritto un racconto che mi era stato commissionato da Sandro Veronesi per un’antologia sul tennis. Avevo inventato la storia di Vasilij Kozlov, questo ufficiale russo che parte per Parigi a bordo del Nord Express per disputare un torneo di tennis. In realtà il racconto era autoconclusivo, però mi è sempre rimasto in testa questo personaggio, non si era risolto. Ho scritto altri libri, ma l’idea di Vasilij Kozlov tornava e mi domandavo cos’altro avrei potuto fargli fare: aggiungevo capitoli, inizialmente nella mia mente, poi via via si è composta la storia. A differenza di altri romanzi che ho scritto, questo ha un andamento molto lineare, fabula e intreccio in qualche modo coincidono.

È corretto definirlo un’Ucronia? Il racconto non di ciò che è stato, ma di ciò che avrebbe potuto essere. Secondo Emmanuel Carrère, che all’ucronia ha dedicato un bel saggio, tratto dalla sua tesi di laurea: «Tutti noi pratichiamo l’Ucronia in un modo o nell’altro, inventiamo biografie possibili».
Sì, tra l’altro ho letto il saggio di Carrère quando ero quasi alla fine del romanzo e mi sono molto ritrovato nell’affermazione che tu citi. Tutti gli scrittori scrivono delle ucronie, alla fine noi dobbiamo calare il testo, che è un dato reale, nell’immaginazione. Ci possono essere dei romanzi storici in cui le biografie dei personaggi coincidono con persone realmente esistite, oppure opere fantasia: ma alla fine persino la Storia, che noi leggiamo sui libri e sui manuali, è un atto di ricreazione. Tolstoj in Guerra e pace racconta di Napoleone: lo vediamo nudo, con un asciugamano sulle spalle, i sovrintendenti gli spruzzano dell’acqua di colonia mentre si sta cambiando. E ovviamente quel Napoleone è completamente reiventato e umanizzato da Tolstoj, reso personaggio letterario. D’altronde proprio Borges diceva «una sfilza di parole è Attila, un’altra è Alessandro», come per dire: i personaggi storici hanno la stessa consistenza dei personaggi letterari per noi che ne leggiamo le gesta.
Il protagonista, Vasilij Kozlov, è una sorta di sintesi di due grandi eroi della tradizione letteraria: Amleto e Ulisse. Compie un viaggio infinito, senza approdo, nel tentativo di rispondere alla domanda esistenziale per eccellenza «Chi sono io?»
Ulisse e Amleto sono, in fondo, le matrici di tutti gli eroi letterari. Per tanti secoli i personaggi principali sono stati degli Ulissi, che andavano incontro a nuove e sempre più mirabolanti avventure, combattevano contro draghi, giganti, ma la loro psicologia non veniva minimamente modificata. Ulisse rimane lo stesso per tutta l’Odissea e persino dopo, quando viene narrato da Dante. Però a partire da Shakespeare, con l’Amleto, viene messa in scena per la prima volta l’interiorità del personaggio e il fatto che gli eventi possano modificare la sua psicologia. Da lì sono nati i romanzi settecenteschi, al cui centro non è più l’avventura del mondo, ma l’avventura dentro la psiche umana. Volevo scrivere un romanzo avventuroso in cui il protagonista, Baz, sapesse auto-ascoltarsi, che forse poi è la sua unica forma di intelligenza, dal momento che a volte pare un idiota…soprattutto dal punto di vista sentimentale.
Credo che questo libro possa essere letto come un’indagine sul Male. La riflessione sulle armi nucleari ci riguarda da vicino, parla al presente. A un certo punto si giunge alla conclusione che «la guerra è inevitabile». È così?
Baz è un figlio della Belle Époque, fa parte della generazione che ha vissuto il periodo più bello della storia umana, dal punto di vista delle arti, momenti spettacolari che poi sono sfociati nella Prima guerra mondiale. Il perché lo racconta benissimo in quel libro meraviglioso di memorie, Il mondo di ieri, Stefan Zweig quando dice che quella è una generazione che è andata in guerra per eccesso di esuberanza e per eccesso di felicità, per esaurire una forma di vitalismo: andavano a morire in guerra come se fosse una bella cosa. Perché? Perché era una generazione imbevuta di grandi idee sull’amore, la vita, la società, la politica, ma poi Baz – e con lui quelli della sua generazione – scoprirà che tutte le “grandi idee” sono idee cretine. Quando ero ragazzino, negli anni Ottanta, si parlava per la prima volta dopo molto tempo della minaccia nucleare: avevo sedici anni quando c’è stato il disastro di Chernobyl e quando ancora c’erano i due blocchi, USA e URSS, che si scontravano nella Guerra Fredda. E adesso, dopo tanto tempo, il discorso sull’uso del nucleare è tornato attuale con Putin e Trump.

Uno dei personaggi più affascinanti è Kalama, che è come una figura spirituale dal potere distruttivo, una sorta di genio del male. Dice che c’è «un nucleo oscuro al centro delle cose». È lui a creare la bomba atomica, però si autoassolve dicendo «so che il mio cuore è ancora quello di un uomo buono». È come se con la bomba lui volesse creare una nuova cosmogonia?
Se il Male esiste, Kalama è in qualche modo il diavolo, che poi nella Bibbia il diavolo non ha il costume da diavolo, è un angelo caduto. Credo tantissimo nel sentimentalismo delle persone malvage. La visione manichea del mondo, proprio da un punto di vista intellettuale, non mi ha sempre convinto. Io credo che il Male esista, sia dentro di noi: siamo fatti di bene e di male, l’Uomo è capace di cose meravigliose, ma anche della distruzione più terribile. L’essere umano può fare invenzioni incredibili – pensiamo ora all’intelligenza artificiale – ma non riesce ad eliminare la guerra. Io scrivevo questo libro in un momento in cui per la prima volta, da quando ero ragazzino negli anni Ottanta, si tornava a parlare di minaccia nucleare, quindi la storia in qualche modo ne ha risentito. Quando c’è stata l’invasione russa dell’Ucraina ero molto irritato contro un pacifismo penoso dietro il quale si nascondeva una sorta di filo-russismo. Secondo me ci sono delle guerre giuste che si devono combattere, noi ne sappiamo qualcosa, oggi siamo una democrazia perché qualcuno ha combattuto il fascismo. Opporre a qualsiasi tipo di sopruso violento la bandiera della Pace è cretino, ma è anche vero che la guerra è una cosa orrenda, sempre. Quando sono arrivato a scrivere la sesta parte del libro, dedicata alla Prima guerra mondiale, mi sono molto documentato: è stata una guerra ancora più cruenta, perché era una guerra di trincea. Il nemico lo avevi a un palmo dal naso, è stato un massacro.
Mi interessa approfondire la rappresentazione delle donne all’interno del romanzo. Cécile ed Eléna paiono degli opposti inconciliabili, ricordano un po’ le donne di Dostoevskij, Aglaja e Nastas’ja Filippovna: la prima appare quasi disincarnata, rappresenta un amore spirituale, mentre la seconda è presenza carnale, viva, dissoluta. Qual è la visione dell’amore che trapela dal libro?
Queste due donne sono in realtà la proiezione di un’immaginazione sentimentale del tutto immatura. Baz è un idiota, dal punto di vista sentimentale. Si innamora di Cécile a diciotto anni quando la incontra sul treno, per tutta la vita continua a sognarla e a rimpiangerla, ma non la conosce davvero. È ovvio che lui si sta innamorando narcisisticamente di sé stesso innamorato, quindi l’oggetto dell’amore è una specie di specchio riflesso. Tanto che lui e Cécile faranno la fine di Moreau e Madame Arnoux ne L’educazione sentimentale di Flaubert, scopriranno di non avere niente da dirsi. Anche Eléna, però, è una proiezione dell’immaginario di Baz: lui la desidera perché vuole l’avventura e lei in quel momento è la pupa del boss, quindi lo intriga perché risulta difficile da raggiungere. La verità è che Baz non si è innamorato di nessuna donna che ha incontrato nella sua vita, le rimpiange tutte, ma facendo un catalogo dongiovannesco. L’unica persona che lui ama veramente è il figlio, Sasha, questo figlio adottivo che poi gli è capitato per caso. Quello è l’unico amore vero, ma si tratta comunque di un rapporto difficile, contrastato. Baz a un certo punto prova invidia per questo figlio, perché gli riconosce un genio puro che a lui manca. Pur amandolo teneramente, sente verso di lui una piccola fitta di invidia e si sente in colpa.
La parte finale sembra una riscrittura dell’Odissea, tuttavia il vero approdo non è Itaca né una donna. Il libro si chiude significativamente con la parola «figlio», scritto nel nome del figlio. È come se il vero approdo di Ulisse fosse Telemaco?
Io ho due figli e credo che l’amore di un padre verso un figlio sia la maggiore forma d’amore. Non scrivo mai romanzi autobiografici e questo non lo è per niente, però quando scrivi racconti le emozioni che provi. Per questo padre il figlio diventa la speranza di un futuro nel mondo post-apocalittico, dove non c’è più niente, dove tutto è morto. Ed è una cosa propria degli esseri umani questa: l’idea che, anche nel momento peggiore, c’è sempre una ragione per non farla finita e per andare avanti. Io credo che anche quando il mondo finirà, o starà per finire, ci sarà sempre un uomo che ancora lo considererà non finito. Il figlio rappresenta l’uomo del futuro, un nuovo mondo possibile. Nel mio primo romanzo, Perceber, c’era questo personaggio, un vecchio pazzo, che dopo cinquecento pagine diceva «adesso inizio a scrivere» e si capiva che iniziava a scrivere il libro che era appena finito. Il mondo era tutto dentro il libro. Stavolta, forse perché sono diventato più maturo e più saggio, la possibilità del mondo è fuori dal libro.
In realtà la salvezza è sempre nei libri, persino nel mondo post-apocalittico Baz ritrova una biblioteca. Quello che si percepisce è una forma, quasi proustiana, di nostalgia. Il «dolore del ritorno» accomuna Ulisse e Amleto. Letteratura e nostalgia coincidono?
Penso che ogni scrittore abbia in fondo un tema cui gira intorno per tutta la vita, pur facendo mille libri diversi. E il mio tema è l’Eden, un Paradiso perduto, che poi coincide sempre con l’infanzia o con dei luoghi fisici che sono poi l’unione di tante cose del mio passato. In un mio precedente libro, Estate, ho provato proprio a raffigurarlo, c’è un giardino dell’infanzia dove io ritorno dopo tanti anni ritrovandolo più o meno intatto. Sì, forse il mio vero tema è la nostalgia.

Oggi la tendenza è scrivere libri brevi e ridurre la scrittura all’osso, all’essenziale. Un libro di queste dimensioni pone una sfida al lettore contemporaneo?
Non so se oggi l’editoria vuole libri brevi o se, forse, si pensa che la gente sia diventata impaziente o più stupida, in ogni caso a me non interessa, l’arte per me è elitaria. Sono convinto che sono poche le persone che davvero leggono bene. Io sono un lettore forte, non mi permetto di dire di essere un bravo scrittore, ma mi permetto di dire di essere un bravo lettore e mi piacciono i romanzi lunghi, complessi. In uno scrittore io cerco una voce, un’intelligenza, uno sguardo. La verità è che la letteratura troverà sempre il modo di rinascere, anche in periodi che possono sembrare di crisi. Continuano a uscire libri bellissimi, bisogna saperli cogliere. Io non so se ho scritto un libro bellissimo, ma era sicuramente il libro che volevo scrivere. E della lunghezza giusta.
Una domanda sull’attività come docente di scrittura e rettore dell’Accademia Molly Bloom. Tutto ciò che si può insegnare sulla scrittura è che nella scrittura non ci sono regole?
Non ci sono regole sulla scrittura, però si può insegnare a leggere bene, a leggere come deve fare uno scrittore. Far vedere i meccanismi che agiscono dentro i libri. Persino nelle grandi opere che ci hanno emozionato ci sono dei trucchi, delle maniere con cui l’autore è riuscito a mettere la propria intelligenza sulla pagina ed è quello che noi cerchiamo in un libro, non tanto la trama, di cui poi ci dimentichiamo facilmente, ma un’intelligenza in azione, che è poi la voce di chi ci sta raccontando quella storia e a cui ci affezioniamo, tanto che poi vogliamo leggere un altro libro di quello stesso scrittore, anche se magari sarà una storia completamente diversa. Perché, cosa ci ritroviamo? Una determinata maniera di guardare la realtà. Gli autori che amiamo li amiamo perché i loro libri sono degli esercizi di intelligenza applicata. Ed è quello che, alla fine, rimane.
Alla fine Non vi sarà più notte è un libro sulla salvezza, non sull’Apocalisse. In cosa Leonardo Colombati ha trovato una forma di salvezza?
Penso che la salvezza, per uno scrittore, sia scrivere sempre un libro nuovo. Perché la cosa peggiore, in questa professione, è quando il libro è finito e poi lo devi promuovere e allora vai incontro alle frustrazioni, alle ansie, ai premi, alle presentazioni. La cosa che ti salva la vita è la scrittura, quando sei completamente dentro la storia che stai creando e il resto del mondo resta fuori.
Quindi ci sono nuovi libri in arrivo?
Uno è un librone che probabilmente ci metterò cinque anni a scrivere, se tutto va bene. L’altro invece potrei finirlo in pochi mesi, sono già a buon punto, si vedrà.