20.04.2026

Le parole che restano. Leggere Anna Toscano

In libreria per nottetempo “Brava Giulia”, il romanzo postumo della scrittrice, saggista e poeta, che custodisce la sua eredità

Fa uno strano effetto leggere le parole di chi ci ha lasciato, forse perché si avverte in esse un’eco della voce che ancora legge e racconta, oppure perché le interpretiamo come un codice cifrato, una sorta di lascito, di testamento, un segno di riconoscimento per l’aldilà. Leggere Brava Giulia, il libro postumo di Anna Toscano edito da nottetempo, mi ha riportato la voce di Anna, come quando si accosta l’orecchio a una conchiglia e allora bisogna rimanere in silenzio e, soprattutto, restare un attimo in ascolto per sentire il rumore del mare. In ogni riga di questa storia c’è traccia del primo amore di Anna Toscano: la poesia, che si avverte tangibile nei suoni delicati, nelle consonanze tra le parole, nella peculiare melodia del testo che, in qualche modo, risuona persino nelle ripetizioni, nei silenzi e nelle pause. Il ritmo della scrittura è cadenzato, il tono inconfondibilmente suo: «La voce di sua madre era un flauto, usciva melodica da quelle labbra carnose sempre colorate col rossetto rosso, le parole erano nelle sue orecchie la gioia».

Che strano sortilegio opera la scrittura, riuscire a rendere persino una voce perduta per sempre viva: eccola che ancora confabula, inventa e racconta, intesse intricate trame di immaginazione. Le parole scritte sono quelle che restano, diventano un’eredità, un simbolo, una memoria, ma anche una maniera d’agire sulle cose. L’idea di letteratura di Anna Toscano è sempre stata attiva: lei, come scrittrice, saggista, docente, poeta, credeva nella capacità delle parole di riformulare il mondo e non mi sorprende affatto che la protagonista del suo romanzo sia una ragazza, Giulia. Nella giovinezza Anna vedeva una possibilità – forse anche una giovinezza inventata, per dirla con Lalla Romano – e Brava Giulia si conclude, non a caso, proprio con un verbo coniugato al futuro che spalanca ancora ogni possibilità interpretativa e d’invenzione:

«Sarai brava tu a capirlo».

La capacità di interpretare, di ridefinire i concetti con nuove formule, di andare oltre le superficie è una delle più grandi potenzialità dell’arte narrativa, il vero nucleo incandescente di ogni storia. Il segreto sta nelle domande e Brava Giulia è un libro pieno di domande – e di silenzi. È il racconto di tre solitudini che si parlano senza comprendersi. La struttura è volutamente sperimentale: la prima parte è in terza persona, seguono le voci in prima persona di Madre e Padre che rivolgono le loro confessioni, rispettivamente sottoforma di lettera o di messaggio vocale, alla protagonista. Utilizzando un’espressione ormai abusata qualche lettore potrebbe parlare di una «famiglia disfunzionale», ma questo libro tradisce ogni definizione e, soprattutto, ci dimostra che l’incomunicabilità è alla base di tutti i rapporti umani ed è, forse, la congiuntura necessaria sulla quale si regge ogni dinamica famigliare. C’è un trauma che si annida in ogni famiglia e la letteratura lo sa bene, ne ha fatto un baluardo, a partire dall’usurata espressione tolstojana «ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». In queste pagine si avverte l’eco di quell’indicibile infelicità, amplificata dagli spazi chiusi, quasi claustrofobici, dell’interno domestico, ma non solo: Brava Giulia è un libro nutrito di letteratura e di letture e, conoscendo Anna, i riferimenti balzano all’occhio e non paiono neppure così sottintesi – voleva renderli visibili, che fossero evidenti.

«Da piccola Giulia era convinta che gli uomini non parlassero, che lo facessero solo le donne».

La prima parte, in cui si delinea il rapporto stretto e quasi viscerale tra Giulia e la madre, appare come un omaggio a Dalla parte di lei di Alba de Céspedes: il tentativo di far emergere la voce sommersa delle donne e darle spazio, spesso in contrapposizione a un linguaggio maschile che parla tutt’altro alfabeto «lui comunica facendo e lei risponde agendo». L’incomunicabilità non si delinea semplicemente come vuoto o assenza di parole, ma proprio come un modo diverso di stare al mondo, un differente sentire. E c’è poi lei, la sempre amata Goliarda Sapienza, cui Anna Toscano aveva dedicato anni di studi e numerosi contributi: ritorna nei simboli e nei nomi dei personaggi, che non sono casuali. Le controparti femminili delle protagoniste si chiamano Nica – come la sorellastra e amica di infanzia di Goliarda, che appare in Lettera aperta e ne Il filo di mezzogiorno – e Roberta, l’amica e compagna di vicissitudini carcerarie presente in L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio. Qui Nica e Roberta hanno altri volti, altri ruoli, ma sono sempre personaggi ambigui e, a proprio modo, speculari: fungono da specchio e da sostegno alle protagoniste. L’omaggio a Goliarda è evidente, Anna ha inserito tra le righe il suo codice letterario cifrato, sfidando il lettore a interpretarlo e solleticando la sua astuzia, come a sottintendere «non c’è bisogno che te lo dica, capirai». E proprio con questa parola così arguta e pregna di significato «capire», la storia si chiude e, allo stesso tempo, rimane aperta, perché non si finisce mai davvero di comprendere e interpretare qualcosa, è come un punto di domanda che si inarca all’infinito.

In questo libro Anna Toscano sviscera i segreti di una famiglia utilizzando una narrazione tripartita: tre voci che si smentiscono a vicenda. Madre e Padre incarnano due visioni della vita opposte e non complementari: l’una è l’Arte, l’altro è la Scienza; l’una afferma il primato dell’Immaginazione, l’altro quello della Ragione, si tratta di posizioni inconciliabili che non si risolvono se non nel conflitto e nella rottura. Le due versioni della storia stridono tra loro e si negano l’una con l’altra, amplificate poi dalla dimensione inquieta del tempo narrativo che è il presente – l’attimo che fugge – e dalle anomale circostanze, l’epidemia di Covid. La scelta di raccontare un periodo ancora poco frequentato in letteratura – il tempo sospeso e incerto della pandemia – crea uno strano cortocircuito esistenziale, come se Anna avesse scelto appositamente di porre al centro della sua storia l’indefinibilità delle coordinate temporali. A fare da sfondo in Brava Giulia è un “tempo malato”, che non si è certi se attribuire a una malattia fisica o mentale, ma che ci incalza con la certezza dell’approssimarsi di una fine. Le domande hanno più senso delle risposte: «Esiste un momento in cui si può deporre la difesa, smettere di non voltarsi, alzare la testa e respirare?», questo interrogativo ritorna puntuale come un ritornello e sembra scandire il «tempo strano della vita».

Com’è strano il tempo della vita recita la frase posta in quarta di copertina e sembra, davvero, dire tutto il necessario: ogni parola in più sarebbe di troppo, superflua, inessenziale. Com’è splendida e terribile, perfetta e ingiusta, questa vita che continua a venire a noi sottoforma di domande, persino provenienti da remote lontananze. Leggendo il libro di Anna continuava a perseguitarmi un «perché?» serrato in gola – la suprema ingiustizia di leggere le sue parole con lei assente, ma con la certezza che in fondo lei ci sia ancora – e pensavo che, dopotutto, le domande hanno più senso delle risposte. Le risposte presenti in queste pagine sono poche – appaiono fulminee, sono brevi bagliori – ma quando arrivano inchiodano il petto in una morsa e assumono quasi una funzione oracolare:

«L’amore è una cosa meravigliosa, ma è una delle tante cose della vita, una delle tante cose della vita».

Di quale malattia soffriva la madre di Giulia? È lei, oppure è il padre, a mentire? Sullo sfondo di una Venezia crepuscolare, le cui lagune si fanno teatro di morte, è il dubbio a regnare sovrano. Brava Giulia è un libro abitato da molti altri libri e anche da diversi luoghi – Londra, Parigi, Madrid – in un cosmopolitismo narrativo dove si mescolano diverse possibilità di esistere e di stare al mondo.  Non conta sapere qual è la verità, perché è proprio nel gioco delle parti che la storia trova il suo nutrimento. Mentre i genitori si incolpano a vicenda, poi si redimono e di nuovo si danno battaglia, c’è Giulia che rivendica il proprio diritto a essere figlia. La sua voce, però, non la udiamo mai. Il personaggio più inconoscibile del libro è, paradossalmente, proprio la protagonista: Giulia, l’unica a essere narrata in terza persona, forse appunto per lasciare intatto il suo mistero. Tutti parlano di Giulia e a Giulia, ma lei non parla mai di sé; eppure proprio a lei viene affidata la facoltà di «capire» e quindi sciogliere i nodi, riallacciare le distanze, riannodare le trame disperse.

«Giulia non possedeva un lessico amoroso, era completamente priva di idee e sovrastrutture sull’argomento, nessuno le aveva mai raccontato cosa fosse il sesso né come si esprimessero i sentimenti».

Dicevo: mi aspettavo di trovare in questo libro la voce di Anna, ma ci ho trovato molto di più in realtà. Ho trovato il suo sguardo. Perché ciò che Brava Giulia consegna al lettore è proprio una visione del mondo. Non udiamo mai la voce di Giulia, ma è tangibile il suo modo di guardare, di soffermarsi sui dettagli, di cogliere l’essenza oltre la superficie, come le insegna il professor Gosti: «Guardare, usare gli occhi, non solo vedere». In questa maniera peculiare di usare lo sguardo – non semplicemente per vedere, ma per andare oltre – è contenuto anche l’intuito speciale di Anna Toscano, ciò che la guidava a cogliere i particolari nelle strade, nelle case, nei libri e anche nelle persone. Bisogna essere molto sensibili per guardare senza vedere, forse bisogna essere poeti. Ed è questo particolare sguardo che emerge tra le righe, non tanto le descrizioni dei luoghi ma quel sentimento di nomadismo esistenziale che deriva dal sentirsi sempre stranieri ovunque; la città Venezia colta nel suo impalpabile realismo onirico, sospesa tra passione e morte; il calore del sole d’estate «quelle case in cui i letti sono sfatti ed entra la luce dalle finestre a cui si affacciano Piera, Costanza, Matilde, Francesca e si tirano l’acqua e le pantofole e ridono accaldate con i vestiti zuppi». E poi tutto l’amore di Anna Toscano per l’arte, espresso attraverso i quadri che nelle pagine prendono vita e diventano, per la madre e per Giulia, una maniera di capirsi e ritrovarsi.

Infine, il legame madre e figlia, forse la più sincera e pura forma d’amore, cementa e solidifica l’intera narrazione, sancendone l’inizio e la fine. Era già accaduto in un precedente libro di Anna Toscano, Il calendario non mi segue edito da Electa nel 2023, in occasione del centenario dalla nascita di Goliarda Sapienza. In quel frangente Anna decise di raccontare la storia di Goliarda attraverso la voce di Modesta, la sua personaggia, perché come la stessa Goliarda Sapienza aveva annotato in un suo taccuino: «Io diventerò la tua bambina e tu la mia mamma». Anna si era approcciata a quel libro con la meticolosità attenta della studiosa, scegliendo di dare voce proprio a Modesta, colei che Goliarda nei suoi taccuini definiva «la figlia nata morta» o «la bambina non nata». Attraverso L’arte della gioia Goliarda Sapienza dava vita letteraria a Modesta, la sua bambina non nata: ogni libro, in fondo, è una nascita e Anna Toscano, scrivendo quella breve biografia all’incontrario, voleva restituire la vita alla scrittrice attraverso il suo personaggio. Dunque non è un caso che il libro di Anna, Brava Giulia, abbia per protagonista, una giovane donna, una ragazza: a lei è affidato il futuro, la vita, l’eterno gioco delle possibilità, la salvezza.

«Ora, da qui, mi accorgo che sopra la colonnina di legno screziato all’ingresso tua madre ha lasciato riversi i suoi occhiali rossi, quelli nuovi, perché li ha lasciati lì non so. Sarai brava tu a capirlo».    

La vita vince sempre, la fine non è una fine, tutto è declinato al futuro e segue l’audace area semantica del «nuovo», come un orizzonte dischiuso, senza limiti, simile all’arioso paesaggio marino nella fotografia scattata da Anna riportata in copertina. Il mondo salvato dai ragazzini, il mondo salvato da Giulia.

In copertina: Anna Toscano, foto di Mara Zamuner 

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