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Frammenti di un discorso analitico. Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza




La relazione tra medico e paziente, all’interno della psicoterapia, è sempre erotica. Non nel senso carnale del termine, ma senz’altro in quello etimologico: ha a che fare con l’amore. Ed è, in quanto tale, generativa. Di salvezze, e sconquassi. La generazione che è richiesta per lei è la più profonda possibile: deve rigenerare se stessa, richiamarsi a una mente sfilacciata e muta, partorire da capo il suo passato. Riannodare il filo di chi è stata e non ricorda più di essere. Il filo di mezzogiorno, che un luminare della nascente psicoanalisi prova a tendere, chiamato con amorevole e testarda ostinazione dal compagno di lei, è quello che possa ritrovare Goliarda Sapienza, perduta nella nebbia di una serie di elettroshock a riscrivere il buio di un episodio psichiatrico seguito a un crollo depressivo. Un filo che possa ricucire i frammenti che si affastellano e sovrappongono, confondendo il reale e l’immaginato, e comprendere quale dei due sia certezza è una conquista dolorosa, un atto di coraggio e una ferita: «io non ho paura della verità», ma qual è la verità? Quanta ce n’è davvero dentro la follia? Per ingaggiare il suo corpo a corpo con la propria verità, però, Goliarda deve tornare a darle una forma, ad aprire – lentamente – le cerniere delle mascelle, come la ragazzina che è stata, ammessa a vent’anni all’Accademia di Arte Drammatica ma solo a patto di strappare da sé quell’accento troppo marcato e le vocali che si chiudevano e si aprivano sempre nel modo sbagliato. Una lotta da combattere insieme a quella contro il mondo, contro l’arresto e le torture del padre, la fame, e poi la follia di una madre dentro cui finirà con lo specchiarsi. Eppure attrice, infine, ma solo quanto basta per mettere in tavola qualcosa – sempre meno – per sé e la madre. Questo le restituiscono i lacerti di una memoria, pezzi di sé perduti e recuperati come mancanze – del resto «un’attrice senza memoria è meglio che non cominci nemmeno». Così ogni figura si fa simbolo di una ricerca di quiete destinata a fallire per qualcosa che avviene fuori di lei, come la sorella Nica, perduta sotto le bombe. Ma forse fallimento non è la parola adatta se è vero che di scampoli e frammenti è fatta ogni vita – sembra  suggerire Sapienza – di un continuo percorso che si annoda e ritorna su se stesso, per procedere formando una identità sempre in fieri, mai statica né incasellabile. In cui il tentativo di morire non è una resa, ma desiderio di uscire da una morte lenta, il bisogno di cambiare. Una matassa in cui cerca, goffamente, di mettere ordine l’analisi, l’altra protagonista, convitata tutt’altro che di pietra portata in scena da Mario Martone nella riduzione teatrale acuta e densa di Ippolita De Majo.  Una complessità – il testo, oggi riedito da La Nave di Teseo era il primo di una progettata Biografia della contraddizione – resa con grande intensità per la scena da una Donatella Finocchiaro viscerale ma mai eccessiva. Il tentativo di tessere l’intrico del filo è nelle mani dell’analista, un Roberto De Francesco che lavora al suo personaggio in rimozione, trattenendo e centellinando, con una misura esatta e di grande efficacia. Un reciproco specchiarsi che, però, lungi dal semplificare, trasforma quegli occhi che si guardano in «uno schermo bianco, che lei può riempire volta a volta delle sue emozioni». Uno spazio dove il bisogno di spiegarsi, mano a mano si scopre necessità di chi pure le risposte è convinto di averle. Di chi cerca di definire con precisione i contorni della donna che «si mette da parte come se non volesse vivere» e nel farlo indaga il fondo di sé e lo sa misurare, mentre il medico si fa esitante, insicuro, soverchiato dai sentimenti. Quegli stessi che, invece Goliarda pian piano recupera e affronta, con sfrontatezza e sincerità, fino alle conseguenze che lui, invece non è pronto a gestire. «È molto bella, Goliarda.» «E non ebbi più paura, né vergogna.» Così l’amore diventa per lei un mezzo per riconquistarsi, per lui la fretta di catalogare come transfert quello che non è pronto ad ammettere a se stesso. Così se – come diceva la psicoterapeuta milanese Luciana Nissim Momigliano, che operava proprio in quegli anni di incerti inizi delle terapie in cui Sapienza diventa paziente «la psicoanalisi sono due persone che parlando dentro una stanza», anche lo spazio scenico, doppio speculare della stanza dentro cui ogni giorno, per anni, l’analisi si svolge, pare cambiare prospettiva, dimensione e prossimità, quanto più a fondo, vicino ed intimo si fa il confronto di ciascuno con se stesso.

Goliarda Sapienza

Quando l’analisi perde la sua necessaria radice sentimentale per scoprirla, denuda anche il suo rovescio di ansia spasmodica di onnipotenza – «solo io, posso guarirla», e poi di frettolosa rimozione. Dove all’una la profondità delle sue ombre restituisce se stessa, all’altro la convinzione di conoscere il modo migliore per vivere toglie tutto, finanche la presenza, trasformata in una voce che non riesce più a gestire corpo, uno sguardo. E allora forse, il senso del filo sta nel suo spezzarsi: nell’accettare che, se si è disposti a guardarsi dentro, la contraddizione molto più che la linearità sono la forma autentica della vita: «Non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate – non lo dite forte, la parola tradisce – non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto».




Photo Credits
© Mario Spada

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