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Un classico per casa. Venti scrittori consigliano un libro per la quarantena


Nei giorni dell’isolamento da Covid-19, la lettura può diventare un rifugio e un conforto. È il momento del ritorno al libro, alla narrazione capace di mostrare mondi immaginari e semplicemente possibili, mentre il presente assume le forme di un punto interrogativo.
Nel prolungarsi di questo distanziamento sociale, abbiamo chiesto a venti scrittori di consigliarci un romanzo classico, un volume da scoprire o riscoprire per i giorni che verranno, in attesa della ripartenza del nostro Paese e delle nostre vite.
Guardando, ancora una volta, alla letteratura come luogo dell’immaginazione e del desiderio.



Pnin, di Vladimir Nabokov

Consigliato da Marta Barone

libro

Timofej Pavlovič Pnin, non a caso il personaggio che Nabokov più amava insieme a Lolita. Il goffo, dolce, petulante emigrato da una Russia che lo raggiunge solo a vampate, quando si mette a piangere di fronte a un bosco di betulle di un brutto film sovietico trasmesso da un cinema locale, e che non crede in Dio, ma, confusamente, in una democrazia di fantasmi: parcheggiato a insegnare letteratura russa in un’università di provincia, circondato da personaggi ironici che si innamorano della sua innocenza e della sua stravagante parlata, della sua esistenza incongrua, personaggi crudeli e ignoranti che non fanno altro che mettere in luce la sua bontà quasi cosmica e da incontri più delicati e sottili, come quello con Viktor, il figlio che sa vedere l’arte. È un libro tenero, e abbiamo bisogno disperato di tenerezza: è un libro che fa piangere per un pallone da calcio di cuoio gettato in un cortile e per uno schiaccianoci caduto in un lavello pieno di schiuma; è un libro sull’esilio fisico e mentale, ma anche sull’amore che resiste imperterrito, che prende le forme più strane. Per sperare sempre in un mondo, forse, meno freddo, stupido e sprezzante, dove ci sia posto per i Pnin e per il cristallo delicato, indispensabile, di cui sono composti.


I Viceré, di Federico De Roberto

Consigliato da Massimo Carlotto

libro



Un classico della letteratura italiana da leggere in quarantena è certamente I Viceré di Federico De Roberto, pubblicato nel 1894, che racconta la saga degli Uzeda, una nobile famiglia siciliana attraverso le vicende di tre generazioni. L’ho scelto perché incuriosito dalla stroncatura di Benedetto Croce e la riabilitazione di Sciascia che nel 1977 scrive su Repubblica: «Dopo I Promessi Sposi, è il più grande romanzo che conti nella letteratura italiana». Ha ragione Sciascia: è un capolavoro.






Un indovino mi disse, di Tiziano Terzani

Consigliato da Paolo Cognetti

libro


La storia è nota: in seguito all’avvertimento che un indovino gli aveva dato tempo prima, e soprattutto alla grande delusione verso un mondo di cui aveva condiviso speranze e tentativi di rivoluzione, nel 1993 Tiziano decide di passare un anno senza prendere aerei, ma continuando il suo lavoro di corrispondente dai paesi asiatici. Per un anno, dunque, attraversa il continente in lungo e in largo solo su treni, navi, automobili e mezzi di fortuna. Questo viaggiare seguendo un altro tempo, misurando le distanze e incontrando le persone, e interrogando ogni sorta di indovini e chiromanti in merito al proprio destino, finirà per essere un modo di ripercorrere la sua Asia e innamorarsene un’altra volta. É un libro giusto per i nostri tempi e per quelli che ci aspettano, quando dovremo imparare a guardare il mondo con occhi diversi, e non è detto che non lo troveremo più bello ancora.




L’isola del tesoro, di Robert Louis Stevenson

Consigliato da Roberto Cotroneo

libro




Uno dei primi libri che ho letto che ha attraversato la mia infanzia sotto forma di libro di avventura, ed è diventato via via un grande testo sul bene e sul male. Un romanzo che è cambiato assieme a me, e che ancora oggi, ogni volta che torno a rileggerlo, mi sorprende per la sua duttilità, mi sorprende di quanto i grandi romanzi possano cambiare con il tempo, avere una vita propria. Aveva ragione Italo Calvino: «Un classico è un libro che non finisce mai di dire quello che ha da dire».





Disturbo della quiete pubblica, di Richard Yates

Consigliato da Francesca D’Aloja

libro




Richard Yates. Colui che fu definito «uno dei grandi scrittori meno famosi d’America». Acido, incazzato, spietato e grandissimo, nei suoi romanzi ha pervicacemente demolito il sogno americano, le famigliole perfette, il mito del lavoro, le villette a schiera con i giardinetti in fiore… Se avete letto Revolutionary Road ne avete avuto la dimostrazione. Se volete però andare più a fondo e conoscere la disperazione di un alcolista frustrato e folle, leggete Disturbo della quiete pubblica e capirete perché Yates è, senza dubbio, uno dei grandi scrittori d’America.





I mandarini, di Simone De Beauvoir

Consigliato da Claudia Durastanti

libro





E dopo tutti i discorsi sul crollo e la fenomenologia del collasso, viene la ricostruzione. Uno dei classici con cui è più facile entrare in sintonia in questo tempo, anche alla ricerca di indizi su come gestire la vita affettiva e ideologica del dopo, è I mandarini di De Beauvoir: storia di intellettuali a Parigi dopo la guerra, in bilico tra la seduzione barbarica degli Stati Uniti e l’Unione Sovietica che fornisce sedativi per dimenticarsi di sé. In mezzo a tutto questo, la vergogna di essere sopravvissuti e di innamorarsi senza piegare la propria vita a un ideale.






Caro Michele, di Natalia Ginzburg

Consigliato da Giorgio Ghiotti

libro




Consiglio Caro Michele di Natalia Ginzburg perché anche Adriana, rinchiusa nella sua nuova casa con molta neve intorno, non può fare altro che osservare, guardare, dunque desiderare. E noi come lei assistiamo dalle nostre case alla vita dei dettagli, delle relazioni anche più prossime, con la nostalgia e lo stupore di chi scrive lettere (o whatsapp) aspettando risposte, tenendo insieme i fili, commuovendosi magari come Osvaldo nel piegare un pigiama cencioso.








Le metamorfosi, di Ovidio

Consigliato da Giuseppe Lupo



Un gioco fanciullesco, un guazzabuglio di materia che perde la sua memoria e si fonde con un’altra: uomini che diventano alberi, pietre, animali. La natura degenera, si corrompe, subisce contraffazioni. È come se Ovidio, prima di scrivere, avesse ascoltato tuoni e terremoti, registrato nelle orecchie il fruscio del vento o l’infrangersi delle onde e poi, come un antico farmacista, si fosse divertito a mescolare polvere ad acqua, profezie a paure. La sua scrittura avviene al buio, mentre il mondo dorme e perfino i sentimenti più naturali come l’amore o l’amicizia mutano in incubi.






Gormenghast, di Mervyn Peake

Consigliato da Michele Mari


Felicemente alieno da ogni ideologia, Peake crea un mondo che non è né buono né cattivo, ma semplicemente è diverso. Diverso e strano, come nei sogni, che impongono la propria eterodossia in virtù della loro stessa plasticità. Gormenghast è un paesaggio chiuso ma virtualmente illimitato, tante sono le zone sconosciute anche ai suoi abitanti: in questo senso è davvero figura del rimosso, come suggerisce anche la più inattuale e stilizzata delle prose, ora fervidamente barocca (si veda il meraviglioso duello fra Flay-Lisca e Swelter-Sugna), ora malinconicamente landolfiana. Eppure, in questo libro putrido di decadenza e grondante di aberrazione, tutto è anche ludico e gioioso, con personaggi eternamente bambini ed elementi architettonici sensuali e fiabeschi: la conseguenza, paradossale, è un effetto di saturazione semantica, quella che alla fine della trilogia spingerà l’incauto Tito ad avventurarsi all’esterno di Gormenghast.


Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf 

Consigliato da Fuani Marino




In un momento in cui siamo chiamati a condividere necessariamente i nostri spazi con qualcuno (almeno per la maggior parte di noi, che non trascorrono questo periodo di quarantena da soli) mi sembra pertinente il saggio firmato da Virginia Woolf nel 1928. Lo è per il titolo, che rimanda a una dimensione fisica dello spazio vitale, di cui non tutti dispongono, ma lo è anche per il messaggio sotteso. È un rischio, infatti, che in questo momento storico alcune conquiste delle donne finiscano con l’essere vanificate. 






Chiamalo sonno, di Henry Roth

Consigliato da Marco Missiroli



Chiamalo sonno è il romanzo che ha un incanto compiuto: racconta della crescita di un ragazzino nella New York dei primi Novecento, scoperchiando la nostra fame di scoperta verso la vita. Roth lo scrisse secondo un’energia febbrile che attraversa le pagine e il lettore portandolo in un’America di belle speranze e di crudi assalti al dolore. È un’epopea di un eroe quotidiano, e della sua fame di esistenza che ci accomuna. E poi è un libro che respira dei grandi scrittori ebrei, dalla magica tradizione dei fratelli Singer alle liturgie di Malamud. È il solo libro scritto da Roth, poi si mise ad allevare pennuti: l’incantesimo unico di un narratore sconfinato. È un capolavoro? Sì, è un capolavoro.




I caratteri, di Teofrasto

Consigliato da Raul Montanari



Quando nel IV secolo a.C. Teofrasto, allievo di Aristotele, scrisse I caratteri, certo non immaginava che il suo libro sarebbe stato saccheggiato dai commediografi di ogni tempo, Shakespeare incluso, e sarebbe diventato uno dei testi più letti di tutta la filosofia greca. Con uno humour travolgente l’autore consegna all’eternità trenta tipi umani (lo snob, il cafone, il mitomane, il bigotto, l’appiccicoso, quello che si crede ancora giovane…) che oggi ritroviamo tali e quali intorno a noi. Anche guardandoci allo specchio.







Mendel dei libri, di Stefan Zweig

Consigliato da Nuccio Ordine



Mendel dei libri è un delizioso racconto di un grande scrittore, pubblicato nel 1929 in coincidenza con la Grande Depressione che mise in ginocchio l’America e l’economia mondiale. Attraverso la storia di un ebreo leggendario, che dispensava bibliografie in un celebre caffè di Vienna, Zweig tesse l’elogio dell’amore per i libri e della letteratura come strumento essenziale per mantenere viva la memoria. In poche pagine, l’autore narra lo scontro tra chi apprezza Mendel e chi lo disprezza. Alla fine della Prima guerra mondiale, dopo due anni di internamento, «Mendel non era più Mendel, come il mondo non era più il mondo».





Lettere a Milena, di Franz Kafka
(Giuntina 2019)

Consigliato da Francesco Permunian

Si tratta della pubblicazione – finalmente integrale! –  del carteggio tra Kafka e Milena Jesenska. É la cronaca di un intenso amore, l’incontro tra mondi diversi sullo sfondo di quell’ “epoca ebraico-occidentale” di cui Kafka è l’estremo rappresentante. Un itinerario ai limiti della parola, senza approdi definitivi perché, scrive Kafka a Milena: «Siamo in ogni caso in viaggio, più che partire non si può». Oltre ai tormenti sentimentali ed esistenziali di Kafka e alla sua tragica “impossibilità” di formarsi una famiglia, questo carteggio permette al lettore di gettare uno sguardo alla fucina letteraria di Kafka, alla genesi di alcuni suoi racconti, alle sue perenni incertezze, titubanze e manie salutiste. Consente altresì uno sguardo su quel mondo di intellettuali mitteleuropei che venne cancellato dal nazismo. Intellettuali veramente amici di Kafka, come Max Brod, che ne pubblicò l’opera. O, al contrario, come Albert Ehrenstein che, dopo un’iniziale amicizia, così ebbe a scrivere nel 1943 su una rivista americana: «Kafka visse e morì in modo infantile: di ansia puerile di fronte al padre, di paura adolescenziale di fronte alla donna; dell’odio dell’asceta verso la carne celato sotto la maschera del vegetariano; morì di eterno burocratismo, di un inerme incapsulamento in uno studio senza valore e in un impiego senza anima».


Lettera di una sconosciuta, di Stefan Zweig

Consigliato da Claudia Petrucci

libro





Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig, racconto pubblicato per la prima volta in lingua tedesca nel 1922, è il lascito di una passione monomaniacale, unidirezionale e pura. Sullo sfondo di Vienna, una voce femminile ricostruisce due decenni di dedizione privata, fedeltà mai riconosciuta. Ottanta pagine di un culto d’amore che si riavvolge estinguendosi.







I dolori del giovane Werther, di Goethe

Consigliato da Luca Ricci

libro



Un classico sa rintracciare e rappresentare un universale, qualcosa cioè che è sempre stato così com’è. Tale è la passione amorosa del Werther – una delle innumerevoli incarnazioni della ribellione giovanile alla vita – che è molto più ampia dell’epoca romantica in cui alcuni vorrebbero confinarla, anche perché Werther non vuole che il suo amore venga ricambiato, vuole soltanto uccidersi. In questo cambio prospettico si scopre una frattura lunga quanto la storia dell’umanità, e non si tratta soltanto di mal d’amore ma di male di vivere. Ecco quindi che il nero sostituisce il rosa, l’esistenzialismo lo Sturm und Drang.







Cime tempestose, di Emily Brontë

Consigliato da Walter Siti

libro



Cime tempestose mi sembra perfetto. Intanto perché la trama è talmente complicata che non c’è bisogno di ricordarsela, non è quella l’importante. La brughiera dello Yorkshire, il vento, la tempesta, sono abbastanza altrove per portarci lontano da questa primavera che sembra un sarcasmo. Laggiù, laggiù: e la famosa battuta di Catherine quando racconta a Nelly di voler sposare Edgar, ma di non poter smettere di pensare a Heathcliff, («io sono Heathcliff») è talmente precisa e definitiva nello spiegare che cosa sia un’ossessione amorosa che ci resterà anche quando l’incubo sarà finito. Se avremo (o abbiamo avuto) la fortuna di provare qualcosa di simile, quelle parole ci resteranno come un’epigrafe riconoscente.





Il giornalino di Gian Burrasca, di Vamba

Consigliato da Nadia Terranova

libro



Si parla tanto di bambini, in questo periodo di isolamento, e come al solito il discorso finisce per essere spesso stereotipato, paternalista. Per ricordarci come sono fatti davvero, questi bambini, che razza di vivide e insospettabili canaglie siano, e anche per ridere un po’, a tutte le età, consiglio di prelevare dallo scaffale dei classici Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba. Vi si riscopriranno una lingua incisiva e tagliente, una serie di comiche avventure, un’avventatezza pestifera e uno straordinario spaccato di inizio Novecento. Giannino Stoppani è uno dei più bei personaggi della nostra letteratura: amatelo, e ridete e irridete con lui.



La certosa di Parma, di Stendhal

Consigliato da Emanuele Trevi

libro




Quanto al libro da consigliare, non ho mai dubbi, in generale tutto Stendhal, e in particolare La certosa di Parma, che è il più bel romanzo che ho letto e a parere di alcuni il più bel romanzo mai scritto, in questo periodo ci manca pure che uno si debba leggere le storie sulla peste e sui contagi, la lettura deve essere orientata verso l’idea della felicità, bisogna sapere cos’è che ci rende felici. 






Bel-Ami, di Guy de Maupassant

Consigliato da Sandro Veronesi

libro




Bel-Ami di Guy de Maupassant in modo alto e senza alcun disimpegno, ci porta via lontano. Il mio consiglio è legato alla necessaria ricerca della bellezza con una storia intramontabile. Maupassant racconta un personaggio che corrompe e distrugge il proprio ambiente mandando in frantumi le relazioni interpersonali, palesandone la fragilità e analizzando il suo modus operandi, quel protagonista lo potremmo accostare davvero ad un virus.








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