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“Io sono un bastardo”. Romain Gary, scrittore dell’eccesso




«Le mie storie postume non mi interessano.»
Romain Gary



«So di avere del talento, e tuttavia, fra me e lei – porco cane, perché non essere sinceri? –, il talento non mi basta. Tutti hanno del talento…» Così scrive Romain Gary a un premio Nobel oggi dimenticato, Roger Martin du Gard, dopo la pubblicazione di Educazione europea, romanzo scritto e edito durante la seconda guerra mondiale, di cui Gary fu eroe. Nato in Lituania nel 1914, a Vilnius, che allora era una città polacca, cresciuto fra la Polonia e la Francia degli anni Venti e Trenta, prima studente di legge a Parigi e poi resistente gollista a Londra, come racconta ne La promessa dell’alba (Neri Pozza), Romain Gary è sempre stato uno scrittore francese, fin dai suoi esordi sulla rivista Gringoire, nel 1935, e tuttavia è stato spesso considerato dall’establishment letterario parigino quale estraneo alla belle langue, uno straniero – sostenevano i critici – che usurpa il titolo di écrivain, di scrittore. Per tutto il corso della sua vita letteraria Romain Gary ha dovuto combattere contro l’accusa di non saper scrivere in francese corretto. Per tutto il corso della sua vita letteraria, e persino dopo la morte, Gary si è regolarmente preso delle rivincite contro gli attacchi e il disprezzo o l’indifferenza del mondo culturale parigino.

Innanzitutto, a proposito del suo rapporto con la critica, bisogna correggere un errore comune. È stato scritto da molti, compreso lo stesso Gary in Vita e morte di Émile Ajar, compreso il suo editore italiano Neri Pozza, che pure sta facendo un lavorio fondamentale e puntuale per la diffusione delle opere di Gary in Italia, che Educazione europea fu giudicato da Jean-Paul Sartre «il miglior libro mai scritto sulla resistenza francese». Ciò non è esatto, ed è anzi sbagliato; Sartre non amava Educazione europea, giudicandolo un pessimo libro, come scrive in una recensione su Les Temps modernes, affermando da una parte che «fra cent’anni si potrà decidere […] se Educazione europea è o no il libro sulla resistenza», ma chiedendosi dall’altra, in conclusione del suo articolo: «Come potrei, io resistente, dire a questo vecchio resistente che non trovo affatto buono il suo ultimo libro sulla Resistenza?» D’altro canto Romain Gary non ha mai amato le opere di Sartre, pur riconoscendone il talento, l’intelligenza; nella fondamentale biografia Romain Gary, Le caméléon Myriam Anissimov racconta di quando Gary assisté a Le Diable et le Bon Dieu, una pièce di Sartre, detestandola e sfogandosi poi con un amico, per lettera: «Un’ora e mezza di indicibile rottura di coglioni…» Anni dopo, nel saggio-fiume Pour Sganarelle, Gary attaccherà ancora, e con molto stile, l’arte romanzesca di Jean-Paul Sartre. Ma a questo torneremo in seguito.

Romain Gary

Per il momento restiamo ai critici. La rottura fra Gary e il milieu letterario parigino avviene con la consacrazione del premio Goncourt: l’autore de Le radici del cielo è infatti accusato di non saper scrivere, letteralmente, in un florilegio di articoli che gridano allo scandalo per il premio assegnatogli, apportando esempi testuali – ripetuti anglicismi, supposte frasi pesanti o ridondanti, errori tipografici, eccetera. «Peccato che Gary non scriva sempre in francese» si lamenta lo scrittore Jean Giono, mentre il critico Kléber Haedens, di cui Gary si vendicherà (spassosamente) in Pour Sganarelle, propone addirittura di «fondare un comitato per la difesa della lingua francese contro Romain Gary», rispondendo al comitato in difesa per gli elefanti de Le radici del cielo. Haedens dichiara di arrivare a contare fino a dodici errori per pagina, tacciando Gary di americanismo linguistico, di goffaggine stilistica e via di seguito: Le radici del cielo non è il libro di un autore francese, Gary non è un autore francese e non può essere premiato con il Goncourt. Soltanto la rivista Le canard enchaîné lo difende, scrivendo: «Noi ce ne freghiamo che Gary scriva male, perché amiamo molto gli elefanti. Questo signor Gary è, a suo modo, un elefante meraviglioso». Quanto a Gary stesso, ribatterà con un breve e emblematico paragrafo:

«Le mie radici letterarie sono un incrocio di razze, io sono un bastardo e tiro fuori la sostanza nutritiva della mia ‘bastardaggine’ nella speranza di fare qualcosa di nuovo, di originale. D’altra parte ciò non mi richiede molto: mi è naturale, è naturale, è la mia natura di bastardo, che per me è una vera benedizione sul piano culturale e letterario. Ecco perché alcuni critici tradizionalisti vedono nella mia opera qualcosa di estraneo».

Tutta l’opera di Gary, compresi i libri firmati Ajar, si rivela in questa risposta: Gary è un bastardo di nascita e la sua opera non può non essere, nel senso ribelle del termine, l’opera di un bâtard.

E tuttavia i critici non arretrano, anche perché Gary è uno scrittore non allineato politicamente con l’intellighenzia, un gollista, un uomo probabilmente di destra (in quel periodo o ci si dichiarava di sinistra o si era giocoforza di destra, e non è che oggi le cose siano molto cambiate); Gary non era né un salottiero né un critico né un giornalista: era uno scrittore. Anche negli anni successivi, e invero durante tutto il corso della sua esistenza, ciò peserà molto nei giudizi critici sulla sua opera. In un’intervista compresa nel libriccino Delle donne, degli ebrei e di me stesso, per esempio, Gary si lamenta dell’accoglienza ricevuta da Cane bianco da parte della stampa di sinistra: «Mi sta anche bene che ai loro occhi io sia un gollista, un fascista, uno stronzo, un bandito, un capitalista, ma devono giudicare il libro per quello che è, non in base alle idee che si fanno del sottoscritto. Ora, il mio libro trabocca non soltanto di simpatia, ma di solidarietà attiva nei confronti di coloro che a quanto pare difendono» – cioè i neri americani. Ma l’intellighenzia, si sa, ha da sempre difficoltà con tutto quanto è estraneo a sé, non allineato con il suo conformismo paraocchiato e i suoi dogmi. Alain Aptekman racconta, in un’intervista inclusa nella trasmissione radiofonica di France Culture Romain Gary l’insaisi, che Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre non rivolgevano la parola a Romain Gary, negli anni Settanta, considerandolo un avversario. «La sinistra è molto pulita» chiosa Aptekman. «Detesta sporcarsi le mani…»

Romain Gary

Lo stile di Romain Gary sporca, o meglio rivolta, la lingua francese, non rispettandola pur facendola propria, perché ogni lingua è in costante evoluzione. Gary è un prestigiatore, un illusionista del francese parlato e scritto, un clown lirico che mischia ogni linguaggio e ne inventa continuamente di nuovi. Gary è un bambino ribelle che si dibatte in una stanza piena di serissimi signori in frac. Altro che non saper scrivere! Fin dai primi libri, Gary gioca con le parole, con lo stile, mutandolo e mutando se stesso senza sosta, cambiando ogni volta la propria irresistibile maschera di scrittore meticcio. Come il Luc de Le grand vestiaire, come il Momo de La vita davanti a sé (un capolavoro che ci ha fatto piangere), come il Jean de L’angoscia del re Salomone, come molti altri personaggi da lui inventati, Gary tramuta la propria lingua parlata e scritta in un gioco multiforme di gerghi inediti, in un muoversi inarrestabile del sentimento e della parola sulla pagina. In altre opere per così dire più “classiche”, forse strutturalmente più ambiziose, forse a tratti meno riuscite (proprio perché più classiche), come Le radici del cielo o il commovente Les mangeurs d’étoiles (scritto originariamente in inglese, e i puristi francesi non hanno mai perdonato il tradimento del poliglotta Romain Gary) o La tête coupable o Europa, Gary si raffronta a una lingua più “fissa” e a uno stile in terza persona onnisciente, spesse volte raffinato, un’ottima scrittura “romanzesca”, da quel grande narratore, conteur, che è.

Gary infatti è prima di tutto un narratore, racconta storie: per lui ciò è fondamentale. Da questo tratto della sua scrittura, che è a un tempo molto ebraico e molto russo, prende spunto uno dei suoi libri più affascinanti e dispersivi, il già citato Pour Sganarelle, un saggio di oltre quattrocento pagine che è anche una specie di prefazione critica, in realtà la prima parte, a una saga composta da due romanzi: Frère Océan.  
In Pour Sganarelle Gary parte da Tolstoj e da Picaro per lanciarsi in un inno al personaggio in quanto tale, a Sganarelle, che mette al servizio del romanzo “classico”, contro il terrorismo teorico del Nouveau Roman, che respingeva il personaggio e la storia; e tuttavia scrivendo Gary si scaglia contro tutto e tutti, accusando non solo i critici e i teologi del Nouveau Roman ma anche (e in maggior misura, vista la loro grandezza) Kafka, Céline, Sartre e persino l’amato Camus, salvando soltanto Malraux. Da Kafka in giù, osserva Gary, il romanzo non è più totale bensì totalitario, perché costringe il lettore a una visione claustrofobica del mondo; non affronta la Potenza, ci si sottomette. Così quello che voleva essere un inno teorico al romanzo ottocentesco diventa un grido artistico contro tutto il Novecento, pur appartenendovi. Il libro avrà una pessima accoglienza. Romain Gary non è Sartre, quindi non sarà preso sul serio (anche se noi daremmo via tutti i saggi e i romanzi sartriani per poche pagine infuocate di Pour Sganarelle o de La vita davanti a sé). «Quale pubblicità per il Nouveau Roman!» esclamerà Alain Robbe-Grillet, uno dei principali esponenti del Nouveau Roman – uno dei tanti nemici artistici di Romain Gary.

Tutti hanno del talento, affermava il giovane Gary, uno scrittore a cui il talento, ossia il semplice “saper scrivere”, come il semplice “saper vivere”, forse come il semplice “dover morire”, non bastava. Romain Gary difatti è un maestro dell’eccesso, pur esprimendolo nei parametri misurati del romanzo; è un mostro che scopre nel corso della narrazione, nel corso della storia, di non essere poi tanto mostruoso quanto disperatamente umano, come Gros Câlin o Cousin nel finale “ecologico” di Mio caro pitone, un immenso serpente fin troppo umano e fragile, o la vecchia madame Rosa che muore e si disfà fra i colori e i profumi del piccolo Momo, ne La vita davanti a sé. Gary è un bambino che si dispera, un bambino che ride e gioca e rincorre la propria movimentata lingua, il proprio stile inedito, romanzando fra le strade di Belleville o altrove. Gary, scrivendo, è sia un genio istintivo sia un maestro del romanzo “tecnico”; è un poeta, un romantico, un sognatore, un eroe della scrittura e un impostore, perché è o è stato anche Shatan Bogat e Fosco Sinibaldi e soprattutto Émile Ajar, scrivendo più opere sotto falso nome – e Ajar sarà la sua ultima vendetta (postuma) contro il mondo culturale parigino, contro il cosiddetto “pariginismo”.

È l’estate del 1981. Gary è morto da meno di un anno, suicida, come la sua amata Jean Seberg, lasciando un biglietto che negava ogni legame fra le due morti, perché «i patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove» (ma questa è un’altra storia). Paul Pavlowitch, il nipote di Gary inizialmente riconosciuto come Ajar, rivela che Émile Ajar era proprio Romain Gary, non lui. Gallimard pubblica Vita e morte di Émile Ajar, grande beffa postuma di Gary rivolta a tutto il mondo culturale francese. Romain Gary, divenendo altro da sé, è riuscito a liberarsi del proprio ingombrante personaggio ma non del proprio stile, come rivendica egli stesso, accusando la critica francese, che «ha ben altro da fare che studiare seriamente i testi», di non averlo smascherato, di non aver riconosciuto in lui l’inesistente Émile Ajar, una finzione romanzesca che ha travalicato la realtà e a essa si è sostituita, in qualche modo il personaggio assoluto di Romain Gary teorizzato in Pour Sganarelle. Sopravvivere a un gesto del genere sarebbe stato troppo. «Mi sono davvero divertito» ha scritto Gary, pochi mesi prima di uccidersi. «Arrivederci e grazie». Quindi Ajar è morto per mano di Gary, e Gary per mano di Ajar. Émile Ajar è stato al tempo stesso la sua rivalsa postuma e la sua condanna, forse il suo stesso assassinio, lo sdoppiamento dell’io – e dell’arte romanzesca che a tale io soggiace – di quel grande scrittore francese del secolo scorso che è stato il bastardo e lo straordinario Romain Gary.  

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