Search
Close this search box.

Frammenti di un mosaico inedito. Leggere gli uomini con Sandra Petrignani



Quando le donne sono diventate scrittrici, i loro modelli erano inevitabilmente soprattutto maschili. Da questo assunto parte Sandra Petrignani, che alle donne scrittrici ha dedicato gran parte della sua produzione letteraria.
Già nel 1984 raccoglie alcune interviste in Le Signore della scrittura (La Tartaruga), autrici che durante la loro carriera letteraria hanno dovuto combattere i pregiudizi sulle donne. Successivamente con La scrittrice abita qui (Neri Pozza) ci accompagna nelle case dove hanno vissuto sei tra le più importanti scrittrici del XX secolo. Nel 2014 dedica Marguerite (Neri Pozza) alla figura della Duras e alla sua vita irripetibile, che si è intrecciata al colonialismo, alla Resistenza, al ’68, fino al femminismo. E nel 2017 scrive La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza), finalista Premio Strega, in cui ripercorre la vita di una delle più grandi protagoniste del panorama culturale italiano dal destino appassionante: l’unica in un universo maschile a condividere un potere editoriale che in Italia escludeva completamente le donne. Nel 2019 scrive Lessico femminile (Laterza), un omaggio alla bellezza di tante pagine scritte da donne, un libro che ha sentito come una responsabilità collettiva, antica, in cui la sua parola si è legata a quella di tante donne che l’hanno preceduta e nutrita, «come un unico, variegato canto».

Virginia Woolf ci ha insegnato che nella vita come nell’arte i valori delle donne non sono i valori degli uomini; anche per questo Sandra Petrignani ha scelto di scrivere oggi un libro che mostra gli «uomini ridotti in pezzi, ma per ricostruire con i frammenti un mosaico inedito. E far risaltare il peso, la bellezza e l’originalità delle parole che hanno scritto. Persino quando le hanno scritte senza o addirittura contro di noi. Noi, le donne». Leggere gli uomini (Laterza) taglia e ricompone citazioni e storie di vita, seguendo l’istinto e in ordine sparso, di alcuni tra gli autori più memorabili: da Pavese a Proust, da Calvino a Tolstoj, da Dumas a Roth, da Gary a Dostoevskij, da Manganelli a Kundera, da Moravia a Mann, da Cechov, a Nabokov, da Tabucchi a Kafka e a molti altri. Fino ad alcuni grandi di oggi: McEwan, Carrère, Modiano.
In questa affascinante conversazione con Sandra Petrignani, abbiamo cercato di comprendere se il cuore sia davvero solo prerogativa delle donne, o se in quello studio inaccessibile dove indisturbati hanno composto capolavori, gli uomini abbiano sognato figure femminili assolute e consapevoli capaci di essere ispirazione, ma anche guida.

La prima cosa, la più importante, con cui si è confrontata leggendo gli uomini è la loro libertà. Che però sembra coincidere con la segregazione. Come è giunta a questa consapevolezza? 
Basta guardarsi intorno. Gli uomini hanno da sempre potuto contare sulla concentrazione di un luogo tutto per sé dove comporre i loro capolavori. Non hanno mai avuto, fino a oggi, il peso dell’organizzazione familiare. Senza libertà, libertà di chiudersi, come libertà di movimento, non si alimenta l’interiorità. Si è sempre distratti, costretti a pensare ad altro.

Cosa ha imparato dagli uomini, leggendoli? 
Semplicemente tutto. Senza quelle avide, appassionate letture non sarei la donna che sono diventata. Mi sono formata riflettendo su quelle pagine meravigliose, prendendo le distanze – anche – dai modelli femminili che vi venivano proposti, preferendo i personaggi maschili, maturando dentro di me l’esigenza di diventare libera come loro, i maschi. Ecco che torna il concetto di libertà. Ho imparato la libertà prima di tutto, dunque, la libertà di diventare quello che sentivo di essere nel segreto di me stessa, limitando i condizionamenti, superando gli ostacoli.  

Fa spesso cenno a suo padre, ai libri che le ha regalato quando era bambina, al fatto che aveva previsto per lei un futuro da segretaria d’azienda. È forse stato il primo uomo che ha voluto e dovuto leggere. Cosa le è rimasto?
Aver trovato la forza di ribellarmi e quella di liberarmi del grande amore che avevo per lui. E però devo a lui e a mia madre i tanti romanzi a disposizione nelle librerie di casa: ce n’erano due basse sotto due lunghe finestre e una grande di legno scuro nello studio di mio padre. Vi pescavo in piena libertà i libri più diversi: dai vincitori dello Strega a Cechov, da Malaparte al vietatissimo La noia di Moravia, che lessi giovanissima, di nascosto, consapevole di trasgredire…

Petrignani
Sandra Petrignani (Credits: Pasquale Comegna)

Ha dedicato un capitolo ai libri-radice, ossia quei libri che aiutano a rispondere alla domanda «Chi sono io?», «Cosa farò della mia vita?», quei libri che possiedono una forza generativa di luce. Quali sono i suoi? 
Li ho scritti nel libro: lasciamo che i lettori li scoprano da sé! Però uno lo voglio citare, perché è forse oggi il meno letto, La lettera scarlatta di Hawthorne: il personaggio di Hester Prynne è indimenticabile. Uno dei pochi personaggi femminili vincenti fra quelli descritti dagli uomini. Hester Prynne trasforma la A di adultera, che è costretta a indossare dovunque vada come punizione per aver tradito il marito e perché tutti sappiano la sua colpa, in stemma araldico. Si ribella alla sua sorte, diventa una donna consapevole e capace di trascinare le altre. È davvero una rarità nella storia del romanzo. Onore a Hawthorne di aver avuto così chiara dentro di sé la consapevolezza della profonda ingiustizia che grava dall’inizio dei tempi sul destino femminile imposto dagli uomini.

Quanto spesso gli uomini tratteggiando ritratti di donne, tratteggiano sotto mentite spoglie le proprie paure rispetto ai sentimenti e ai legami?
Sempre gli scrittori parlano di sé. In questo senso Flaubert diceva: «Madame Bovary c’est moi», e ciononostante Emma Bovary è una donna vera, realissima, vittima della propria visione della vita e dell’amore. È la cifra dei grandi scrittori: attivare la parte maschile e insieme la parte femminile per capire e dare credibilità ai propri personaggi.

Con Proust e Nabokov è entrata a vele spiegate nel Novecento, con un modello femminile sensibile in cui poteva specchiarsi senza forzature. In che modo il loro pensiero narrativo ha sfondato il muro del tempo e dello spazio?
Il modello femminile cui mi riferivo era unicamente la Ada di Nabokov, ma sia lui sia Proust sono importanti non per le donne che hanno descritto, quanto per l’idea rivoluzionaria di letteratura che hanno imposto. Per dirla in maniera lapidaria e molto sintetica: Proust ha cambiato il modo di parlare del Tempo, Nabokov della luce.

Beckett le ha indicato una nuova via, ha avuto sul suo destino un’influenza dirompente. In una delle pagine scrive: «Sapere che da qualche parte Beckett calpestava la terra mi infondeva una sensazione di felicità». Perché? 
Perché essergli contemporanea era emozionante. Saperlo vivo e quindi in grado di scrivere nuovi libri mi dava qualcosa da attendere. Avere la chance di incontrarlo in un caffè di Parigi aggiungeva qualcosa al mio rapporto con la città. Non è mai accaduto, purtroppo. E allora mi sono inventata, in un mio vecchio romanzo, Come cadono i fulmini, pubblicato da Rizzoli e che ora non si trova più e che forse non ripubblicherei se non rivisto e riscritto, mi sono inventata – dicevo – una scena in un caffè parigino, appunto, in cui i due protagonisti vedono entrare Beckett. E allora si alzano in piedi e s’inchinano per salutarlo e rendergli omaggio.

Beckett
Samuel Beckett a Parigi, 1985 (Credits: John Minihan)

Che rapporto hanno gli uomini con «la vertigine del tempo che passa»?
Ho l’impressione che abbiano un rapporto più ossessivo di quello che hanno le donne col tempo che passa e con la morte. La donna ha la possibilità di creare un altro essere umano e questo giustifica la sua presenza sulla terra. Ha un compito che la prescinde. Gli uomini sono ossessionati dalla mancanza di senso della vita, dalla perdita – invecchiando – della potenza sessuale e dalla propria fine in un modo forse più disperato.  

«Il sapore della vita», parafrasando Simone De Beauvoir, è difficile da rintracciare nelle autobiografie degli uomini: si sbatte continuamente contro un muro di prudenza. Come gli uomini raccontano loro stessi?
Con l’astrazione e la reticenza che li caratterizza, nascondendo più che rivelando, con il problema di controllare ogni cosa senza lasciarsi andare. Non sono così anche in amore? Bisogna sempre stanarli.

Con questo libro ha voluto indagare «l’infanzia schifa», per dirla alla Salinger, dare corpo ai fantasmi, cercare gli autori nei loro luoghi, fra i loro oggetti, nelle loro case, interrogando i testimoni del loro passaggio sulla terra. Quale di questi luoghi, case o oggetti le ha lasciato un segno più profondo? 
Potrei dire: la collezione di farfalle di Nabokov, gli animali imbalsamati di Hemingway, lo stagno costruito da Beckett per il fratello, la piccola casa di Kafka a Praga… ma in realtà, a essere sincera, le grandi emozioni le ho vissute solo nelle case delle scrittrici che ho descritto in La scrittrice abita qui, un mio libro del 2002. Perché le donne si riconoscono e si riflettono nelle case che abitano, gli uomini bastano a se stessi, non danno molta importanza a ciò che li circonda, se non sono degli esteti. Ma forse, per rispondere alla sua domanda, il segno più forte che ho ricevuto indagando sul rapporto dei maschi con le loro case, è venuto proprio da Salinger, da quel suo furioso modo di tenere tutti lontano, di aggredire addirittura chi osava avvicinarsi. È un grande disturbato simbolo di un atteggiamento molto maschile portato alle estreme conseguenze.

Le donne scrittrici sono state per lungo tempo sempre preferibilmente muse più che protagoniste alla pari. Ad oggi ritiene sia ancora così? 
Le figure femminili che si muovono nella letteratura contemporanea assomigliano pochissimo alle muse di una volta. Sono donne qualunque, senza grandezza nemmeno in negativo. Il romanzo di oggi non è costruito intorno a grandi personaggi, semmai intorno a ossessioni e a ego ipertrofici.





In copertina: Hope Gangloff, Vio et Livres

categorie
menu