01.11.2026

Regina Ullmann. La scrittrice amata da Rilke

La poetessa e scrittrice svizzera arriva per la prima volta nelle librerie italiane con la raccolta di racconti “La strada di campagna”

«Non ha forse di nuovo urgentemente bisogno della campagna, non deve forse vivere sempre in campagna per poter creare qualcosa del genere? […] Bisogna vedere le mucche durante il giorno per raggiungere una simile calma e ricchezza negli strati delle parole, mucche e uomini che non si disgregano (come noi in città) in una massa di parole non appena li si tocca, ma che sono, per così dire, lo stampo di una parola, di una sola parola, sempre la stessa, che la domenica viene cotta dentro di loro».

Con queste parole, Rainer Maria Rilke, l’autore delle Elegie duinesi e tra i più importanti poeti di lingua tedesca del XX secolo, esortava l’amica e collega Regina Ullmann, poeta e scrittrice svizzera, a lasciare Monaco per trasferirsi in campagna. Di fronte a un campo appena falciato, o alle mammelle ingrossate di una mucca sul punto di procreare, la scrittrice, ancora sconosciuta al pubblico ma da lui sostenuta fin dall’esordio, avrebbe potuto beneficiare appieno di una Natura maestosa capace di ispirarle una nuova ricchezza espressiva. 

Nella stessa lettera, lo scrittore praghese tesseva ampie lodi di Feldpredigt, il poema drammatico d’esordio di Ullmann, uscito nel 1907 presso l’editore Demuth di Francoforte sul Meno e ristampato otto anni più tardi dall’Insel Verlag di Lipsia. «Non posso farci nulla, è ancora oggi la sua opera più bella, la sua opera divina, nella quale lei è stata semplicemente obbediente, profondamente al servizio, devota a Dio e guidata con calma da un angelo» affermava Rilke con fermezza. Ammaliato dalla scrittura di Ullmann, nel 1910 firmò la prefazione di un suo nuovo libro – Von der Erde des Lebens (Dalla Terra della Vita) – presentandolo all’Insel Vergal. Dal 1921 in poi, la casa editrice con sede a Lipsia avrebbe garantito a Ullmann un sostegno finanziario mensile di cinquecento marchi. 

In quegli stessi anni, Rilke introdusse la scrittrice alla sua compagnia di amici e protettori da cui Ullman, a quel tempo madre di due figlie illegittime, ricevette affetto e accoglienza. Lou Albert-Lasard, pittrice espressionista di Metz e compagna di Rilke a Vienna dal 1914 al 1916, entrò in contatto con la poeta di cui delineò un ritratto fortemente suggestivo e rivelatore del suo animo taciturno e inquieto:

«Regina Ullmann sembrava provenire da un’altra epoca, da un altro mondo. Sedeva rigida su una sedia, con le mani giunte in grembo alla maniera contadina. Con quello sguardo intenso e visionario nei suoi occhi disuguali, faceva pensare a un’antica scultura lignea di arte popolare. Sembrava più profetizzare, condannare, che raccontare, quando parlava lentamente, quasi balbettando, di cose lontanissime».

Nata a San Gallo il 14 dicembre 1884, Regina Ullmann, anche detta Rega, era la primogenita di Richard Ullmann, un commerciante ebreo-austriaco attivo nel settore del ricamo, e di Hedwig Neuburger, di origini tedesche. Fin dalla nascita, la piccola Rega fu considerata una «bambina ritardata»: quando tentava di parlare, finiva per balbettare e, impaurita, non si allontanava mai dalle sottane della madre, una donna fortemente autoritaria a cui rimase sempre legata. All’età di otto anni fu iscritta in una scuola privata di San Gallo per bambine con leggere disabilità cognitive dove, come si racconta, rimase sempre «l’ultima». Tuttavia, già dopo la morte del padre – avvenuta nel maggio 1889 a causa di una polmonite contratta durante una spedizione di caccia – la cinquenne compose una breve poesia in rima che la trasformò, soprattutto agli occhi materni, da «bambina ritardata» a piccola poeta. «Nostro padre è morto/ la nostra felicità è svanita» recitava sommessamente la piccola Rega. Già poeta di umilissimo pudore, la bambina era solita definire le proprie rime «poesiole piccine» e il suo poetare unicamente fine a sé stesso.

Le «poesiole piccine» della prima giovinezza presero forma proprio in campagna, in una fattoria nei pressi di Admont, in Stiria, dove Ullmann si trasferì nella primavera del 1906 con la madre e con la primogenita Gerda, nata a Monaco dalla relazione illegittima con il professore di economia Hans Dorn. È in questo panorama montuoso, sinistro e a cavallo tra Austria e Slovenia che vive l’indigente famiglia contadina, protagonista della sua prima opera poetica. Simile nella forma alle prime opere drammatiche di Robert Walser, Feldpredigt segue le vicende di un quattordicenne affetto da paralisi e disabilità cognitive, fortemente amato dalla madre e dalla nonna. Leggendo la storia del giovane fanciullo pare quasi di rintracciare un ritratto della poeta bambina. 

Dalla poesia alla prosa, lo scenario campestre ritorna al centro della sua più matura raccolta di racconti, Die Landstraße. Erzählungen, composta tra il 1915 e il 1921 e pubblicata nel 1921 dall’Insel Verlag. Riscoperta dall’editore zurighese Nagel & Kimche, l’opera è stata pubblicata in Svizzera nel 2007 con una meticolosa postfazione di Peter Hamm. Oggi arriva in Italia con il titolo di La strada di campagna, nella traduzione di Daria Biagi per Adelphi, casa editrice da sempre impegnata nel recupero di voci del Novecento letterario di lingua tedesca. 

Abbandonato su invito di Rilke il capoluogo della Baviera, Ullmann si trasferì con la madre a Burghausen e poi a Mariabrunn. Poiché il sostegno finanziario ricevuto dall’Insel Verlag non le permetteva di sostenere le sue due figlie – la secondogenita Camilla era nata nel 1908 dalla relazione illegittima e tormentata con il neurologo e psicoanalista austriaco Otto Gross – la scrittrice si vide costretta ad affidarle a famiglie affidatarie di Feldkirchen, vicino a Monaco. In quegli anni di estrema precarietà economica, Ullmann affiancò alla scrittura l’orticoltura e l’apicoltura praticate lungo le rive del fiume Salzach. 

Regina Ullmann con i figli, Münchner Wochenanzeiger

Non solo fisicamente spossata ma anche afflitta da continue depressioni, la scrittrice era solita abbandonare improvvisamente il lavoro, perdendosi nei campi e camminando a piedi fino a notte inoltrata. Quasi a rievocare il ricordo di quella solitudine notturna, nel racconto Il vecchio, Ullmann dà voce a «quelle ore in cui la terra si è raffreddata durante la notte e il globo infuocato che sorge non diffonde ancora con forza i suoi raggi. In quei momenti si gela davvero. Ogni tenero filo d’erba ha il bordo frastagliato di brina bianca. La natura ricorda, e si ricopre di capelli bianchi».

Come osserva acutamente Peter Hamm nella sua postfazione, questo tormentato vagabondare costituisce un peculiare tratto di somiglianza con lo scrittore svizzero Robert Walser, deceduto proprio durante una camminata sulla neve il giorno di Natale del 1956. «L’irrequietezza e l’assenza di una meta delle loro camminate si riflettevano nella scrittura come un movimento del quale all’inizio non è dato sapere dove conduca» scrive Hamm «sarebbe dunque più appropriato parlare di un abbandonarsi alla scrittura, nel quale diventa quasi impossibile distinguere ciò che è casuale da ciò che è involontario».

Non è forse tormentata, profondamente infelice ed esausta della vita, la protagonista dell’omonimo e più lungo racconto della raccolta? Seduta su una verdeggiante collina dalla forma sacra, e incendiata dai raggi di un sole crudele, la ragazza osserva dall’alto la desolata strada di campagna. È una strada inquietante, percorsa soltanto da «chi in un certo senso era stato lasciato solo», su cui regnano sovrane la polvere, lo squallore e la miseria. Incapace di provare emozioni, l’adolescente avverte solo di «non poter aver più nulla» dalla vita davanti a cui si inginocchia come «un’eterna questuante». Al grigiore della prima giovinezza, contrappone la verde immagine dell’infanzia riflessa nel volto puro e immacolato del giovane fanciullo ritratto da Raffaello nel suo dipinto Sogno del cavaliere. «La purezza di quell’immagine mi aveva sempre rinvigorito. Anche in quel momento. Ma non mi apparteneva più» scrive Ullmann «in cima alla collina era come se quell’immagine della mia infanzia crescesse e mi respingesse, mi cacciasse giù verso la strada polverosa». Eppure, il miracolo di un fiore di asperula – «un essere vivente nato dalla mano della creazione» – ritrovato su quella squallida strada di campagna, assurge a simbolo floreale della presenza di Dio in ogni creatura. 

Sogno del cavaliere, Raffaello (olio su tela, 1503)

L’esistenza di un Dio-Natura misericordioso fa la sua comparsa anche nel racconto intitolato La ragazza. Durante il parto di una fanciulla, raccolta per strada e accolta come domestica da un vecchio contadino, il crocifisso argentato di un Gesù sulla parete fa affiorare negli astanti un sentimento di vicinanza e di compartecipazione alla sofferenza fisica e spirituale della nascita. Il vecchio canuto, trattenuto dalla «manina imperiosa» della neonata appena venuta al mondo, pare quasi il ritratto di «uno dei Re Magi». Come a richiamare il suo rapporto viscerale e, secondo alcuni, morboso, con la figura materna, la scrittrice evoca qui un amore indistruttibile che, dal momento del parto, legherà per tutta la vita una figlia a una madre.

«Un patto con un essere umano per tutta la vita» scrive Ullmann «ogni volta che si rivedono lo sanno tutte e due: ciò che diciamo e facciamo l’una all’altra è per sempre. Non passerà mai».

A proposito di questi racconti, in una lettera all’amica Eva Cassirer, Rilke mette in luce il «carattere dettato» della prosa di Ullmann. «Infantilmente pura, docile e virtuosa», la scrittrice pare quasi registrare sulla pagina la trascrizione di una voce interiore, scaturita dalla contemplazione costante della vita di campagna e dall’ascolto di un dolore condiviso da tutti gli esseri viventi. Quasi tutti i personaggi dei racconti di Ullmann esprimono il bisogno di «entrare nel mondo» ma, come sottolinea più volte la voce narrante, fare il proprio ingresso nel mondo significa anche caricarsi sulle spalle e vivere su di sé una sofferenza universale. 

Accanto a questa scaturigine quasi inconscia e onirica della scrittura di Ullmann, mi sembra interessante notare la sua forte dimensione figurativa restituita non soltanto nelle puntuali descrizioni dell’umanità che vive e lavora sui campi, ma anche nella sovrabbondante evocazione di quadri, tavolette, incisioni. «Le fragole […] ricordavano un vecchio quadro di casa nostra, dove dal palazzo e dal suo giardino si poteva gettare lo sguardo nella stanza da bagno della casta Susanna» si legge, a titolo d’esempio, nel racconto Le fragole. Tale registro figurativo potrebbe forse essere ricondotto alla professione del padre che, come riferisce Peter Hamm, si era trasferito dall’Austria nella cittadina di San Gallo per partecipare al fiorente commercio del ricamo omonimo più celebre in Europa. 

Nella terza parte di La strada di campagna, la protagonista, accolta in una casa venduta all’asta, ode senza sosta il sottofondo di una macchina da cucire, che «sembrava pronunciare, per così dire, frasi breve e lunghe, un intero grembiule in un solo respiro». Questa toccante immagine costituisce forse una delle definizioni più calzanti del linguaggio narrativo di Ullmann: una scrittura incisa, marchiata, istoriata come un ricamo sangallese, un ritmo nascosto nella filigrana della carta. È allora suggestivo figurarsi come la scrittrice nata a San Gallo, emigrata nella solitudine campestre, amasse rifugiarsi nel suono domestico di una macchina da cucire per fuggire alla propria profonda afflizione, trascrivendo poi su una pagina bianca quel respiro interiore. Un respiro, una voce che oggi, a distanza di più di un secolo, giunge vivo sino a noi. 




In copertina: ritratto di Regina Ullmann

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