Da Parigi, da Viareggio, da Roma, dalla Svezia. «Caro signor Kappus». Cominciano così le lettere che Rainer Maria Rilke indirizza a Franz Xaver Kappus, giovane appena diciannovenne, cadetto dell’accademia militare di Wiener Neustadt che, più passano i mesi, più si rende conto di aver intrapreso la carriera sbagliata per la sua natura di… poeta. Scopre così che quella storia di crisi e cambiamento è appartenuta nel passato anche a Rainer Maria Rilke: Kappus rintraccia il suo indirizzo tra quelli degli ex allievi della stessa accademia militare, e decide di scrivergli, chiedendogli un parere critico su alcuni suoi versi. Riceve risposta.
Da qui, prende il via un carteggio che va dall’autunno del 1902 al gennaio del 1909 e che confluirà nel volume Lettere a un giovane poeta (edito in Italia da Adelphi), uno scambio delicatissimo e intenso che oggi, in un frangente in cui l’appello a comprendere il presente (e se stessə in relazione al presente) si fa corale e urgente, è una delle più confortanti testimonianze della letteratura. Un lascito salvifico, in grado di orientare e indirizzare, senza superbia, ma con un modo di indagare e consigliare dolce e imperituro, chi persevera nel cammino della comprensione del mondo e di una vita tutta senziente, nonostante le freddezze artificiali che si sviluppano oggi a sostegno di una dichiarata e dilagante disumanizzazione.
Nell’epistolario, Rilke conserva uno spirito di fiducia nell’andamento naturale delle cose, una fiducia di cui oggi abbiamo evidentemente bisogno, sovente immersi in spontanei pessimismi su cui il “sistema” stesso sembra far leva. «Non abbiamo motivo per essere diffidenti nei confronti del nostro mondo – scrive Rilke – perché esso non è contro di noi». Rilke si fa, nella corrispondenza, poeta e filosofo, precettore e amico, confidente e custode di una sphragís ancestrale e coraggiosa, e così si rivolge a Kappus nella lettera 9: «[…] l’augurio, sempre, che Lei riesca a trovare in se stesso abbastanza pazienza per sopportare, e abbastanza semplicità d’animo per credere; che Lei riesca sempre di più a far crescere in sé la fiducia nei confronti di ciò che le costa fatica, e della Sua solitudine in mezzo alle altre persone. E, quanto al resto, lasci che la vita Le accada. Mi creda: la vita, in ogni caso, è nel giusto». E passando in rassegna dolori, gioie, impulsi e dubbi, veri per ogni tempo e mai del tutto sfatati, dispensa, in una scrittura chiara e delicatissima, bellezza e virtuosismo di cui chiunque oggi può disporre grazie a queste pagine, in cui tutto si fa importante, ogni dettaglio dell’umano incedere è indispensabile, ogni metamorfosi necessaria e ogni tentativo di conoscere se stessi risolutivo per la conoscenza dell’intero universo. Le dieci lettere rappresentano un elogio alla vita interiore, senza trascurare o prescindere dalla stessa vita activa (per dirlo con un celebre titolo di Hannah Arendt), cercando di esercitare la cura nei confronti dell’ordine e del caos che custodiscono ogni esistenza.

La raccolta è anche una spassionata difesa nei confronti dell’indipendenza artistica e della custodia della propria solitudine, specie nell’atto creativo. Un messaggio vivissimo in un presente che a volte non dà spazio alla buona solitudine, perché “socializzare” in modo compulsivo (a partire dalla falsa comunicazione propinata dai social, di cui forse ci stiamo umanamente stancando) sembra un atto estremo e indispensabile, ma resta oggi scevro di ogni consapevolezza; le parole di Rilke rappresentano allora un invito a riscattarsi «dalla molteplicità così esigente che […] ci parla e ci frastorna di chiacchiere (e… quant’è loquace!); lentamente impariamo a conoscere le pochissime cose nelle quali l’eternità rimane, e le amiamo».
E quando Kappus rivela a Rilke i suoi dubbi più radicati e chiede consiglio per la risoluzione di questi, il poeta risponde: «Non v’è che un mezzo. […] Scavi dentro di sé». ad andare incontro alla sua arte, ad ascoltarla e assecondarla, a lasciare che da sola emerga e si esprima, senza forzature, in un movimento tutto naturale che ha la forza e la bellezza di un miraggio che si realizza.
L’apertura confidenziale si fa nelle lettere intensa e senza riserve, e conserva sempre una modalità espressiva elegante, ferma e sincera, che scioglie ogni forma di paura. Scrive nella lettera 3: «Lasci che ogni sensazione e ogni germoglio di un’intuizione giunga a compimento per sé solo, nel buio, nel non dicibile, nel non cosciente, in ciò che è irraggiungibile per qualsiasi intelligenza, e attenda con profonda umiltà e pazienza l’ora del manifestarsi di una chiarezza nuova: questo soltanto si chiama vivere da artista; nel comprendere come nel creare. Non è il caso, qui, di competere con il tempo, qui un anno non ha alcuna importanza, e dieci anni sono un nulla; essere artista significa: niente conti, niente calcoli; maturare come l’albero, che non fa violenza alle proprie linfe e sta ritto nelle tempeste della primavera, fiducioso, senza il terrore che l’estate, alla fine, non riesca ad arrivare. Arriva, nonostante tutto».

Non leggiamo le missive di Kappus, che decise di pubblicare solo le risposte di Rilke. Il giovane cadetto rimase nell’accademia militare per anni, ma scrisse anche romanzi, sceneggiature e fu direttore di alcune testate giornalistiche; è vero, non disponiamo delle sue lettere in lettura, ma percepiamo il suo ascolto devoto, il suo silenzio e il suo grandissimo conforto nello scambio con Rilke. Kappus lascia onestamente voce solo al suo maestro, sua guida di scrittura e di vita. Pone alla portata di tuttə le sue più personali inquietudini e permette di sapere che con esse si può e si deve convivere, anche grazie alla guida di grandi maestri che hanno sperimentato l’esistenza con sguardo calmo e attento, con un’eleganza di fondo che sa farsi poesia.
L’indagine diventa nel processo interpretativo del sé uno strumento fondamentale, un atteggiamento doveroso e necessario per l’uomo che ricerca; vengono alla mente in questo contesto le parole del sociologo Franco Cassano (rintracciabili ne L’inquietudine del pensiero, a cura di Pasquale Serra): «Cercare è sentirsi vivi, avere ancora qualcosa di importante da fare, un provare a differire la morte con la scusa che c’è tanto da fare e non si sa quando si finirà».
Rilke esorta la ricerca continua, senza affanno, lo stare nella meraviglia delle cose per come si presentano naturalmente e, non per questo, senza sforzo: «Credi che sia più lieve, per un seme, rimanere nella terra?», scrive nelle Devozioni del mattino in appendice ad alcune edizioni delle Lettere a un giovane poetaIn tutto l’epistolario, c’è la vita che esplode in silenzio, senza far rumore, ci sono le formule perché essa si riveli per quello che è, in un moto armonico, senza spigoli. Perché l’armonia si plasmi, sostiene Rilke, occorre «scendere in se stessi e, per ore e ore, non incontrare nessuno». Dopo questo contatto col sé, con la propria arte, con la propria essenza, andare nel mondo può avere un sapore rinnovato, ma soprattutto può consentire di accettare il fatto che ogni cosa muti e che tutto ciò che accade «è sempre, e di nuovo, inizio».

Sembra che le parole siano tessute con acribia e levità allo stesso tempo; una danza di consigli che non sono mai ammonimenti, ma incoraggiamenti nel senso più etimologico, in quanto esortano il cuore alla comprensione più profonda delle cose, alla sostanza che non si fa vedere subito, ma si lascia attendere nella sua calda verità. Il tono è quello di una confidenza organica e sincera, in un linguaggio semplice e accessibile, pur nell’interpretazione delle più difficili domande sull’esistenza. E, alla fine, Rilke si muove sempre in un fraterno e accorato legame tra sé e l’altro e in una comprensione senza limiti imposti; sa che «i viventi commettono tutti l’errore di tracciare confini troppo netti», lo aveva scritto nella prima delle sue Elegie Duinesi: nelle lettere lui va dichiaratamente oltre il confine imposto da ciò che si vede, sa tradurre (trans-ducere) l’animo umano, e accompagnarlo nei percorsi dell’invisibile, laddove forse solo il poeta sa e può arrivare.
La lettera 10 è inviata da Parigi, datata 26 dicembre 1908. Rilke invita Kappus a fare tesoro della sua solitudine, lo sente solo, ma pieno di coraggio, e lo esorta a ringraziare le condizioni da cui si sente ostacolato, perché sono tutto ciò di cui si ha bisogno per capire, e perché il dubbio, se ben educato, può trasformarsi in una buona qualità, e diventare sapienza.
Leggere l’epistolario oggi vuol dire specchiare il proprio mondo interiore e guardarne il profilo più nitidamente, senza giudizio, ma lasciandosi guidare nell’indagine osservativa e affidandosi al sentire di due anime profonde capaci di mettere a nudo i meccanismi reconditi dell’umano sentire, che attraversano i secoli senza mutare, e ancora e sempre restano desiderosi di scioglimento e serena accettazione. Una delle più belle corrispondenze epistolari della letteratura, che viene allora a parlare in modo chiaro a chiunque tenda l’orecchio al senso, al manifestarsi continuo della vita in tutte le sue forme, e anche a chi ha paura, a chi non sa, a chi si interroga e, nello scorrere confuso eppure preciso dei giorni, semplicemente vive.