10.03.2026

Tradurre e interpretare Edith Wharton. Intervista a Chiara Lagani

Una conversazione con l'interprete e traduttrice italiana della grande scrittrice statunitense

Lo scorso giugno è uscito per Einaudi La finestra della signora Manstey a altri racconti di Edith Wharton a cura di Chiara Lagani, attrice e sceneggiatrice della nota compagnia teatrale Fanny & Alexander, nonché raffinata traduttrice de I libri di Oz di L. Frank Baum (Einaudi, 2017) e Sylvie e Bruno di Lewis Carrol (Einaudi, 2021) per citare le sue ultime traduzioni. Rispetto alle precedenti pubblicazioni italiane dei racconti di Wharton  la nuova raccolta curata da Lagani, oltre a essere la più ampia, ha il merito di aver unito i più noti racconti di fantasmi della scrittrice a quelli meno conosciuti e pure meno classificabili dal punto di vista del genere, e di averli presentati in ordine cronologico. Come si traduce e come si interpreta una grande autrice, ormai ritenuta un classico? Ne abbiamo parlato in questa intervista.

Come è avvenuto il tuo incontro con Wharton? Quale racconto, se ce n’è uno in particolare, ti ha conquistata a tal punto da proporre a Einaudi di tradurla?
Non c’è un singolo racconto che mi abbia spinta a fare questo libro. Wharton è una scrittrice che amo fin da ragazza. Solo di recente, però, ho letto tutti i suoi racconti. In Italia i più noti sono quelli “gotici” – aggettivo da prendere con le pinze quando si tratta di Wharton, un’appassionata di fantasmi un poco “eccentrici.” Il fantasma, in questi racconti, non sempre indossa un lenzuolo, piuttosto somiglia a un faro che illumina per un istante una parte dell’animo umano. “Spettrale” è la stessa scrittura per Wharton: seduta in una stanza, l’autrice ci racconta di quando attende in silenzio i suoi personaggi. Che alla fine appaiono, e spesso sono misteriosamente già dotati di un nome che non può essere cambiato, pena la loro stessa scomparsa. I personaggi dunque si avvicinano, raccontano la loro storia a l’autrice non fa che ripeterla, trascriverla nel suo racconto. È quasi una medium, insomma. Forse alla fine è proprio per questo che ho tanto voluto tradurla, per questa concezione quasi medianica, “spettrale” della letteratura, e dell’arte in cui devo dire mi riconosco molto. Nei racconti, poi, Wharton è ancora più “medianica” che nei romanzi, se possibile, forse perché si sente meno vincolata a una struttura e perciò sperimenta in maniera avventurosa.

Il celebre Ognissanti (All souls) che apre Fantasmi – raccolta a cura di Tiziana Lo Porto per Neri Pozza – lo troviamo qui proposto in chiusura con il titolo La vigilia di Ognissanti.  Su questo racconto finale – finale in tutti sensi perché precede di poco la morte di Wharton e viene pubblicato postumo – mi piacerebbe soffermarmi: Ognissanti è una ghost story con tutti i crismi a partire dal titolo che rimanda all’aldilà e dal nome del luogo in cui si svolge la storia, Whitegates, che evoca «la bianca luce invernale della neve», da cui sarà avvolta la casa della protagonista, Sara Clayburn. Case e fantasmi sono indiscussi protagonisti di questi racconti. Ma chi sono i fantasmi di Edith Wharton? E in che modo sono intimamente connessi con il femminile e con i luoghi domestici?
Ognissanti è un racconto bellissimo. Apparentemente ha per tema un sabba a cui la straniera di cui dicevi, una sorta di doppelgänger, attira a poco a poco tutta la servitù della casa della protagonista; in realtà è la storia terribile di una donna molto ricca ma non più tanto giovane (un alter ego dell’autrice?) alle prese con la sua stessa solitudine. La ricerca di qualcuno – una cameriera, una cuoca, uno stalliere, chiunque – nella casa fredda e vuota in cui è rimasta bloccata a causa di una caduta, diventa il tema dello spaventoso viaggio interiore al termine del quale Sara, la protagonista, prende solo contatto, in fondo, con la sua stessa disperazione. È la casa, testimone muta, a proteggerla in questo pauroso percorso interiore. La casa in Warthon è sempre una custode di arcani segreti: anche in Dopo c’è una casa molto “speciale” in cui la protagonista, Mary Boyne si aggira, attraversando corridoi e stanze vuote, varcando soglie che, come diceva Benjamin, sono veri e propri “passaggi” da una dimensione all’altra, sicura che le pareti e i soffitti della storica dimora in cui vive racchiudano la soluzione del mistero che la opprime. Le case sono la condizione stessa dell’esistenza dei fantasmi: senza casa non c’è fantasma, potremmo dire, e gli interni, sempre descritti dall’autrice con millimetrica dovizia di dettagli, sono anche una specie di inventario o archivio segreto dell’animo dei personaggi. Certo, Wharton nei suoi racconti più “gotici” gioca anche con una precisa tradizione, eppure sembra divertirsi molto a scompigliare le carte delle nostre aspettative, restando sospesa tra razionale e irrazionale. Il suo mondo è intriso di spiritualismo ottocentesco ma quel che davvero le preme, alla fine, sono i sentimenti umani: il rimpianto, i desideri inconfessati, i sensi di colpa… sono questi i suoi veri fantasmi.

Ghosts (foto di Marco Caselli)

Ghosts è il titolo che avete scelto per mettere in scena alcuni dei racconti da te tradotti. Che cosa rappresentano i fantasmi nel teatro di Fanny & Alexander?
I fantasmi sono ovunque, nel teatro in generale, non solo in quello di Fanny & Alexander. Sono i protagonisti, dichiarati o impliciti, di ogni singola scena, di ogni singolo testo teatrale, sempre e da sempre. Ghosts è anche il titolo dell’ultima raccolta di racconti di Wharton, composta nel ’37, pochi mesi prima della morte. Convocare una folla di fantasmi familiari, i “suoi” fantasmi, subito prima di morire, raccoglierli tutti assieme per potere riguardarli, in fila, come gli invitati a un estremo bizzarro ricevimento, per poi liberarli di colpo e lasciarli aleggiare dietro di sé… mi è parsa una bellissima forma di congedo, dal mondo e dalla letteratura. Abbiamo perciò deciso anche noi di intitolare così il nostro spettacolo, che convocava a sua volta una galleria di personaggi di Wharton, tutti più o meno “fantasmatici.”

La maternità e il sentimento del materno, che tu hai peraltro affrontato nel recente spettacolo ispirato al romanzo di Sheila Heti, dal titolo appunto Maternità (Sellerio, 2019) ritornano più volte nei racconti di Wharton. In particolar modo ne La missione di Jane, che nello spettacolo diviene ancora più grottesco del racconto stesso. Può la maternità considerarsi un fantasma del femminile? Qual è lo sguardo di Wharton su questo delicatissimo tema?
Wharton non aveva figli. Nelle sue opere ci sono bambini che sembrano quasi non esistere: non parlano, non si vedono. Prima di essere veri personaggi, sono indicatori della parte più segreta e oscura della vita adulta. È un compito duro e ingrato il loro, e infatti hanno spesso destini tragici. In uno dei racconti inclusi nella raccolta, ad esempio, I due signorini, ci sono due nani, orfani di madre, condannati a una sorta di infanzia irreversibile: crescono senza crescere, prigionieri di un’età che non corrisponde ai loro anni. È questo, più che la deformità fisica, a renderli mostruosi. Il padre li tiene segregati, nascosti al mondo, come fossero la parte più viva e tenera, autentica e disperata di sé, una parte che lui dice di voler solo proteggere, ma di cui in effetti si vergogna. Altrove in quest’autrice i bambini sono creature immaginarie, incastrate nel desiderio, come la figlia invisibile che Lily Bart tiene tra le braccia in La casa della gioia, nel dormiveglia ottuso dei sonniferi. Nella Missione di Jane la figlia incarna invece l’infelicità dell’unione imperfetta dei genitori. Più che il racconto di un’adozione, di una maternità mancata, quella è la storia di una coppia disamorata che ritrova una strana forma di passione nell’alleanza contro una figlia “aliena” e incomprensibile.

Ghosts (foto di Marco Caselli)

Anche le relazioni di coppia sono centrali nei racconti: Wharton le indaga in modo profondo e originale, nonché attuale. Non trovi?
È proprio vero. C’è una sottigliezza speciale nel suo modo di scandagliare le pieghe intime dei sentimenti, le idiosincrasie, i tic individuali e di coppia; in questo Wharton è decisamente moderna. Il racconto di cui parlavamo poco fa, ad esempio, quello su Jane, la figlia adottiva dei Lethbury, sebbene sia scritto in terza persona, offre per tutto il tempo una prospettiva doppia sulla maternità e sull’amore: quella del marito, quasi scientifica ma governata dagli stereotipi, e quella della moglie, più affettiva, idealizzante. A pensarci, tutto nel racconto ha questa doppia prospettiva, perfino il silenzio («ci fu un momento di silenzio, umido e tremante quello di lei, imbarazzato e leggermente infastidito il suo»). È così che Wharton costruisce a poco a poco il ritratto ironico e sottile della coppia, senza smettere di interrogarsi sulla natura imprevedibile dei rapporti, le aspettative tradite, la prigione delle convenzioni sociali e l’infelicità che ne deriva.

Ghosts (foto di Marco Caselli)

A settembre, durante un’interessantissima conversazione con Loredana Lipperini nel chiostro della Biblioteca Classense a Ravenna, hai accennato al fatto che il tuo lavoro di traduttrice ha molte analogie con il tuo lavoro di sceneggiatrice: potresti dirci di più in merito?
Tradurre, proprio come scrivere per Wharton, l’ho già detto prima, è sempre un atto medianico: si attende qualcuno (l’autore, o il personaggio) e poi si resta a lungo in ascolto di una voce che ci racconta la sua storia, a cui poi noi presteremo un’altra lingua, la nostra, un altro corpo. Attendere e ascoltare è tutto in questo lavoro, o almeno è molto importante: per un traduttore, per uno scrittore di teatro e per un attore. Occorre aver grande fiducia nell’incontro, prima o poi avverrà. Non a caso “interprete” è una parola cerniera tra tutti questi mondi che a me capita di frequentare in parallelo, e a volte anche contemporaneamente. Dico sempre, infatti, che tradurre è una delle forme possibili in cui si manifesta il mio amore per il teatro.

Come attrice che tipo di lavoro hai dovuto fare per immedesimarti nelle protagoniste femminili di Wharton? Come sono le donne raccontate da Wharton?
Le donne di questi racconti di Wharton sono tutte diverse, eppure hanno un tratto comune: l’ostinazione. Sono creature lucide, sempre coscienti: vedono il baratro e ci camminano accanto. La signora Manstey, ad esempio, pur di conservarsi la vista sul cortile, rischia tutto, anche la vita. Le convenzioni sociali sono una specie di seconda pelle per queste donne, che spesso le protegge, ma finisce per soffocarle: quando in Dopo Mary Boyne si accorge che per pigra subordinazione le è sfuggito quasi tutto dell’uomo che amava, si ostina a indagare sul suo passato, senza riuscire a fermarsi, anche quando ogni sforzo sembra diventato vano perché lui è misteriosamente scomparso. Perfino le donne più stravaganti e indecifrabili, ad esempio l’anziana Mary Pask che si finge morta mentre è ancora viva, esercitano una speciale forma di ostinazione, quella per l’amore: la vita senza amore, sembra dirci in fondo Wharton, va evitata a tutti costi, perché è troppo simile alla morte. Credo in definitiva di essermi concentrata su queste differenti forme di ostinazione.

Ghosts (foto di Marco Caselli)

Il mese scorso abbiamo potuto sentirti leggere su radiotre i racconti da te tradotti. Quali difficoltà hai incontrato leggendoli ad alta voce, e quali aspetti della lingua e dello stile di Wharton sono emersi grazie alla viva voce?
La sintassi di Wharton non è semplicissima: è difficile da tradurre, da recitare, da leggere ad alta voce. È come se si creassero, nella frase, delle inarcature improvvise, piene di dettagliate indicazioni, essenziali al senso del racconto. Quando si legge ad alta voce l’unico modo per sostenere queste frasi articolate è dar loro una giusta intenzione: non parlo solo di senso, ma anche di suono, di ritmo e colore, e certamente di silenzio: le pause brevi, le pause lunghe, ogni cosa va soppesata in questa prosa, altrimenti tutto crolla. Per un attore è molto istruttivo leggere Wharton; per me prima tradurla, per poi leggerla alla radio, è stata un’occasione ulteriore per ritrovare, in questa lingua così cristallina, educata, controllata, certi aspetti più inquieti, irregolari e furiosi, che forse leggendo avevo in parte sottovalutato: sono una specie di forza sotterranea della lingua di Edith Wharton, che è una lingua davvero viva, e mobile.

Un’ultima domanda: ci sono altri libri di Wharton che ti piacerebbe tradurre? E perché? 
Nei racconti “la traiettoria è così breve che lampo e tuono quasi coincidono” direbbe Wharton e così la vita dei personaggi brucia velocemente. Questa in fondo è anche la forza speciale di questi testi, con le loro fulminee apparizioni. E allora mi piacerebbe molto, adesso, dedicarmi alla traduzione di un suo romanzo, anche uno di quelli meno “famosi”.

Immagine di copertina: foto di Marco Caselli

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