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Ungaretti e Blake, un incontro sotto il segno della Visione



Ricercare la simmetria di infinite possibilità è la missione del traduttore. Sembra una pratica fine e snervante che prevede saper accogliere e acquietare il disordine e l’imprevedibilità del linguaggio. Una fenditura divide gli argini di due lingue e per avvicinarle il buon traduttore ricuce senza nascondere la ferita che si è aperta e che si intravede sul fondo di ogni testo tradotto. Chi traduce incarna l’inconciliabilità dell’equivalenza, si fa «go-between», come lo definisce Nadia Fusini in un articolo apparso per Robinson, in occasione dell’uscita di una recente ed enorme impresa letteraria: la nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce a cura di Mario Biondi.
Al traduttore si avvicinano tante immagini metaforiche: è un domatore di leoni che si arma di frusta per ammansire le parole che si ribellano; è un creatore di materia che lavora con lo scalpello per plasmare ad altrui immagine e somiglianza; è un nocchiero che sa quando allentare le briglie e lasciar correre in libertà. Un lavoro quindi perennemente sottoposto a una «doppia spinta contrapposta»[1] : da una parte si assiste allo svuotamento del proprio io, delle proprie immagini e confidenze, e dall’altra a un arricchimento che avviene per frequentazione e osmosi. Un’onesta ruberia.

I furti e le distorsioni d’autore commessi più o meno innocentemente nel viaggio tra una costa linguistica e l’altra si affastellano nel secolo scorso, segnando in particolare gli anni Trenta come una «golden age»[2] della traduzione. Da questa non si è affrancato il poeta Giuseppe Ungaretti, che al fianco della sua celebre missione poetica – perché scrivere poesie coincide con respirare, e viceversa: «tanto amo il mio mestiere che è la mia vita stessa» – si è cimentato lungo tutta la sua vita in diverse opere di traduzione, che hanno ricoperto, per sua stessa ammissione, una rilevante importanza nella sua formazione poetica. Alle volte quando ci si perde per ritrovare una direzione serve procedere per antipodi: perdersi ancora di più e riconoscersi dentro allo specchio di altro, mai casuale, sempre prediletto. La perdita, la crisi e il riconoscimento sono le tappe che hanno scandito il cammino di Ungaretti verso se stesso attraverso un altro grande poeta, William Blake.

Apparso per la prima volta nel 1965 all’interno della collana Mondadori Lo Specchio, Visioni è il volume che raccoglie tutte le traduzioni di Ungaretti a William Blake ed è stato quest’anno, in occasione dei 50 anni dalla morte del poeta italiano, rimandato in libreria da Mondadori in una nuova edizione.
La raccolta comprende traduzioni a partire dai libri giovanili di Blake, Poetical Sketches, fino a quelli profetici, corredati dalle incisioni del poeta londinese (tra queste anche le Illustrazioni per l’Inferno di Dante, a cui Blake lavorò nel 1827 «sul letto di morte»). A rendere il volume Visioni un’opera di pregio e completezza è anche l’appendice a cura di Mario Diacono, discepolo di Ungaretti, che ha riportato in un glossario esplicativo la complessa mitologia e simbologia blakiana, predisponendo così uno strumento di lettura molto utile per chi voglia cimentarsi, digiuno, nella lettura, non sempre accessibile, del poeta visionario.

Ungaretti

La prima prova traduttoria di Ungaretti risale al 1910, quando appena ventenne ancora si trovava ad Alessandria d’Egitto (suo luogo di nascita) e affrontò i Romances of death di Edgar Allan Poe, dei quali tradusse la prosa Silence. Si può dire che l’avvicinamento del poeta dell’Allegria alla traduzione è stato atto spontaneo, l’esemplificazione più diretta di un’intera vita trascorsa a cavallo tra i confini, che ha reso il poeta «un frutto \ d’innumerevoli contrasti d’innesti»[3], portandolo a fare i conti con sentimenti di sradicamento e estraneità perenni. Apolide, Ungaretti ovunque vada si sente sempre distante, animato da una nostalgia implacabile di quello che non c’è e non c’è mai stato. Nonostante l’italiano sia la sua lingua di origine, il poeta è stato a contatto con tante lingue diverse, tutte per lui possibili madri. Anche per questo forse, per una certa incoscienza di familiarità, che si cimenta a tradurre un’opera così complessa come quella blakiana, pur non avendo ottima – per non dire scarsa – competenza della lingua inglese.

Ma in Ungaretti, poeta dell’animo, la tensione che lo collega a Blake supera l’ostacolo linguistico e l’immediata comprensione. «Simpatia» e «commozione» sono i due cardini da cui partire per tradurre un poeta. Un gemellaggio spirituale fatto di affinità, in cui la poesia tradotta non sarà altro che un «compromesso tra due spiriti»[4] affini e consonanti.
Ungaretti si avvicinò a Blake secondo quell’attrazione incontrastabile che a volte nella vita ci spinge e ci cuce addosso certi libri. Erano gli anni Trenta, e il poeta scontava una personale crisi della parola, aggravata dall’incipiente meccanizzazione di un’epoca sempre più volta all’industrializzazione e sempre meno devota all’ascolto della parola assoluta: quella innocente, quella della poesia. In quel clima privato e sociale, Ungaretti si è volto all’incontro sotto un’esigenza di generoso egoismo: «lo affrontai per reagire a me stesso». La ricerca della parola poetica, intesa come «originale innocenza espressiva», è un travaglio che è insieme causa prima e fine ultimo della poetica ungarettiana. È un movimento che avanza ripercorrendo, un eterno ritorno all’incorruttibilità che si può ritrovare soltanto attraverso e nella memoria del prima, attingendo dalla grande tradizione. La poesia rappresenta quindi anche il mezzo attraverso il quale ritornare «al punto dove, per memoria, la memoria si abolisce e l’oblio illuminante è dono di memoria». Un miracolo. E miracolosa è la portata del dire poetico di Blake. Ed è perché Ungaretti intravide quel miracolo nella poesia blakiana che decise di tradurlo, quando con tradurlo si intende conoscerlo, pervaderlo fino in fondo, fino al cuore, come una delle forme di amore più potente e pura, che sovrappone due io, ne mescola la sostanza e crea nuova forma, nuova vita. Una nuova poesia. Questa la genesi di Visioni.

Ungaretti

Come per Ungaretti la missione della poesia è un avanzamento a ritroso, così per Blake il poeta è l’unico in grado di percepire l’universalità e intravedere l’unità originale. La Visione, a sua volta creazione dell’atto poetico, non è un altro che un’immagine elaborata e poi proiettata dal mind del poeta, un referente analogico di un macrocosmo ben più ampio, del quale le visioni sono solo delle proiezioni, attraverso le quali il poeta, l’artista, è in grado di abbracciare «All that Exists». A partire da questa tensione all’unicità, Blake elabora un preciso apparato mitologico che pone l’umanità all’interno di un meccanismo eternamente ciclico, i cui punti estremi e opposti sono l’unione, cioè l’origine e l’innocenza, e la divisione, cioè la caduta, la materialità e l’esperienza. Un eterno ritorno all’originale, nel quale la diade innocenza \ esperienza è il polo di attrazione e di coincidenza che avvicina vertiginosamente i due poeti, i quali, nonostante lo scarto di un secolo, rimangono volti nella medesima direzione: verso un approdo, un assoluto e un universo. Verso la parola.


[1] Pier Vincenzo Mengaldo, Poeti italiani del 900
[2] Anna Fochi
[3] Giuseppe Ungaretti, Italia
[4] Giuseppe Ungaretti, Prefazione ai 40 sonetti di Shakespeare



In copertina: Plate 4 of ‘Visions of the Daughters of Albion’ c.1795 William Blake 1757-1827

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