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Il corpo femminile quando si ammala. Tradurre Non morire di Anne Boyer



Amo tradurre perché è scrivere senza scrivere. Della scrittura ha l’ingegno, l’inventiva, la matematica della naturalezza, ma la creatività avviene in un perimetro circoscritto, in un edificio semantico già costruito dallo scrittore. Il traduttore si muove in quella casa già arredata (in quel testo: in quella testa di un altro) come un’Alice smaliziata che sa già che le parole significano più di quello che lo scrittore ha inteso, come diceva Carroll, e allo stesso tempo che significano meno, perché come diceva Zhuangzi, il filosofo cinese del quarto secolo a.C., il linguaggio è una trappola per pesci: cattura mentre esprime, stabilisce un limite al nostro sguardo.
Sa anche, il traduttore/Alice, che il significato è una questione di potere: dipende chi è il padrone, spiegava Humpty Dumpty, l’uovo fragile e sornione che a un certo punto di Alice attraverso lo specchio cadrà dal suo muretto. Il padrone, lo scrittore, sceglie la misura e la brutalità delle trappole per pesci, che è anche quella delle proverbiali scalette di Wittgenstein: le frasi da lasciar cadere quando se ne afferra il senso.

E così, è tra le uova rotte del Paese delle Meraviglie, le trappole per pesci taoiste e le scalette di Wittgenstein che arriva il traduttore, armato del suo cervello mimetico e svuotato di se stesso. Spazza via i gusci d’uovo e i pioli della scala e reinventa la storia raccontata dello scrittore con parole nuove, ricalcolate e reimmaginate, che ricostruiscono esattamente il perimetro del mondo che ha appena distrutto. In questo senso è una fenice, l’uccello che ricordiamo per il suo glorioso risorgere dalle ceneri ma di cui dimentichiamo puntualmente che nel fuoco si è buttato da solo.
Della scrittura, la traduzione non ha gli spazi sconfinati dell’immaginazione, e questo per me è liberatorio, ha un effetto simile alla meditazione, perché scaturisce da un benefico svuotamento dell’io. Al posto dell’horror vacui della pagina bianca, la vita formicolante di un testo già pensato, prodotto, compiuto, che un’altra mente deve traghettare in un’altra lingua con la benedizione cristallina della trasparenza. E poi l’umiltà della traduzione ha qualcosa di religioso, ha a che fare con il rispetto per la sacralità della letteratura. Non tutta, naturalmente: si pubblicano troppi libri e molti di essi erano più belli in forma di alberi. Parlo di letteratura vera. E Non morire di Anne Boyer, che ho tradotto per La nave di Teseo, è vera letteratura.

Boyer

Premio Pulitzer di quest’anno, Non morire è un testo ibrido e travolgente, politico e poetico, femminista e sovversivo. Un libro che striscia come un serpente di saggezza centenaria attraverso i generi, da brillante memoir a intricata prosa poetica, dalla denuncia furiosa alla contemplazione dell’universo, dalle altezze della letteratura all’abisso di un capezzale che l’immaginazione trasforma in navicella spaziale.
Parla del corpo della donna quando si ammala: abusato dal capitalismo oncologico e strumentalizzato dalla banalità dei media, privato degli assetti di base della propria identità (se sei malato non sei più persona, ma paziente), scansionato e numerato e spezzettato ma anche mitologizzato: perché la donna con un cancro è costretta dalle narrazioni neoliberiste che impazzano dagli anni Novanta a ricalcare la convenzione di un cancro-nemico da dover combattere con un sorriso costante e banali massime sul valore della vita. Parla di cancro, di guarigione, d’amore, di frodi clamorose e di misticismi YouTube, parla dei libri che riescono a salvarci quando il corpo, orizzontale in un letto, si perde in un’angolazione dei pensieri che somiglia all’esplorazione dei buchi neri.

Boyer
Anne Boyer

A ogni livello d’indagine corrisponde una lingua diversa. «Volevo scrivere di spossatezza nel modo in cui prima scrivevo d’amore: come l’amore, la spossatezza implora il linguaggio ma lo frastorna», scrive Boyer. È infatti nella fessura tra il voler scrivere e lo scrivere, tra l’implorare il linguaggio e frastornarlo, che pulsano le lingue di Boyer con la loro inimitabile elettricità.
Una lingua diversa per ogni livello di indagine: chirurgica e brutale quando si immerge nella scienza, lirica e volatile quando rievoca i pensieri del capezzale, struggente e calorosa quando elenca gli affetti, asfittica e apocalittica quando elenca gli effetti (collaterali). Per ogni lingua ho inventato un’altra lingua, una lingua gemellata italiana, tra uno smottamento di senso/sentimento e un neologismo (il mio preferito è lacrimonioso. Da oggi potete definire un’ostilità piena di pianto. Non c’è di che!).
Quello in Non morire è stato per me un viaggio di traduzione appassionante: una gita tortuosa tra la Storia e le storie, tra libri dimenticati e corpi che fanno in modo di non farsi dimenticare; un memento linguistico che dietro il linguaggio rigido che ci fornisce la società con le sue politiche (di classe, di profitto, di genere, di pensiero) ci ricorda che esistono i linguaggi cangianti e febbrili della vita interiore, che mai si adatteranno a ciò che il mondo vuole fare di noi.

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