17.12.2025

Piero Gobetti. La coscienza morale

Nel suo nuovo libro Paolo Di Paolo ci consegna un ritratto dell’intellettuale torinese, a metà tra il saggio e il romanzo

Molti muoiono troppo tardi, ha scritto Nietzsche. Alcuni, invece, troppo presto. Accade che dei giovani geniali siano strappati precocemente alla vita e tuttavia abbiano vissuto con una intensità, con un ardore e una operosità tali da apparire, a chi li osserva a distanza di tempo, custodi di una saggezza e di una maturità intellettuale che abitualmente si conquista solo col trascorrere degli anni.

È questo il caso di Piero Gobetti. Ricordiamo la sua dote di saper leggere la situazione sociale e politica del nostro paese – la tesi del fascismo come «autobiografia della nazione» – l’interpretazione del liberalismo nel suo senso più filosofico (come notò Gramsci nei Quaderni), di antivedere certi sviluppi che l’avrebbero segnato, restituendo numerosi libri, dalla Filosofia politica di Alfieri alla Rivoluzione liberale, caratterizzati da una prosa tra le più «limpide e classiche» (così Berardinelli) del nostro Novecento e da un’intelligenza politica incrementata da un illuministico impegno e da una passione civile; e poi la capacità di scorgere e pubblicare dei libri che si riveleranno centrali all’interno del panorama letterario (basti pensare agli Ossi di seppia di Montale, ma anche Amedeo di Giacomo Debenedetti, Italia barbara di Malaparte) e della saggistica politica (i saggi di Salvemini, di Sturzo) di inizio secolo, svolgendo il ruolo a un tempo di organizzatore culturale e animatore politico attraverso le grandiose riviste che ha fondato e diretto («Energie Nove», «La Rivoluzione Liberale» e «Il Baretti»). Tutto ciò – sorvolando sull’attività di teorico politico, di critico letterario, d’arte e di teatro – Gobetti lo ha fatto in un periodo di tempo concentratissimo, intorno ai vent’anni.

Spesso i suoi esegeti trascurano questo aspetto, che si rivela invece cruciale per arrivare a un’autentica comprensione della sua opera, d’uomo e di scrittore: «Le verità di un corpo, di un’età. La giovinezza. Esuberante, contraddittoria. Forse l’hanno dimenticata». Sulla giovinezza, si può dire, si incentra il nuovo libro di Paolo Di Paolo, Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente, comparso nella collana «Affreschi» di Solferino, proprio a ridosso del centenario dalla morte dell’intellettuale che cadrà nel 2026. E infatti, avverte l’autore in apertura:

«Per entrare in questa storia, bisognerebbe essere giovani, o richiamare a sé l’intemperanza della propria giovinezza. […] Bisogna sentire – è una sensazione fisica, corporea – che c’è una stagione di insicurezze travestite da prepotenze e sfide, una stagione alla quale difficilmente restiamo fedeli. Salvo che in un caso: morendo giovani».

Probabilmente sta tutta qui la ragione della postura di intellettuale onnivoro di Gobetti, di «scrittore, direi in assoluto», soggiunge Di Paolo. La giovinezza è l’età delle grandi scoperte e dei mutamenti improvvisi, delle idee incandescenti, talvolta cangianti ma strenuamente difese come verità assolute, e degli scontri più veementi per «un mondo nuovo tutti i giorni». C’è una passione, a quell’età, che anche «la stagione politica più mortificante, più tossica, più insensata» non riesce a sbollire. Perfino le intimidazioni e la violenza fascista non spingono «a rinunciare, ma a reagire». Paolo Di Paolo ricorda infatti che è col delitto Matteotti che l’opposizione di Gobetti al regime si fa ancora più radicale. Qualche mese dopo il ritrovamento del corpo del deputato socialista, sulle colonne della sua «Rivoluzione Liberale», in un articolo intitolato Processo al trasformismo, dopo essersi dichiarato fermamente antimussoliniano e antifascista, Gobetti invoca il «processo al regime» perché quello di Matteotti è stato un brutale assassinio politico, voluto e organizzato dai fascisti. Così scrive: «Ci fu chiaro dal primo giorno che del caso Matteotti bisognava fare il caso Dreyfus degli italiani, la pietra di paragone della nostra dignità di popolo moderno». Il riferimento all’affaire Dreyfus richiama il celebre J’accuse di Émile Zola, apparso su «L’Aurore» del 13 gennaio 1898, che segnò l’ingresso sulla scena pubblica di una nuova forza politica, gli «intellettuali», come osservò Georges Clemenceau:

«Non è forse un segnale, tutti questi intellettuali venuti da ogni angolo, che si raccolgono attorno a un’idea?».

È proprio quell’«impeto gobettiano» – così lo definirà Pasolini nel Pianto della scavatrice – che spinge il giovane Piero a cogliere l’occasione del delitto Matteotti per denunciare apertamente il regime mussoliniano al fine di rovesciarlo e riportare la libertà nel nostro paese. «Consolidato il proprio mondo interiore, il mondo morale», scrive Di Paolo, per Gobetti «occorre “conquistare allo spirito” il mondo esterno, la società». Perché la coscienza morale è tutto. Questo lo aveva già notato Nicola Chiaromonte, avido lettore di Gobetti, il quale sostenne che «la questione morale, il rifiuto senza discussioni, fu al principio e rimase fino all’ultimo la vera forza dell’antifascismo».

Di Paolo aveva già dedicato a Gobetti e a sua moglie Ada il romanzo Mandami tanta vita, uscito da Feltrinelli nel 2013 e finalista al Premio Strega, il cui titolo è tratto da una lettera del loro carteggio, travolgente, di rara potenza, che pure in Un mondo nuovo tutti i giorni ha un’importanza centrale. Ora lo scrittore ci consegna un ritratto dell’intellettuale torinese, a metà tra il saggio e il romanzo, sapientemente costruito a partire da un’ampia documentazione – dai carteggi alle testimonianze di intellettuali e amici di Gobetti, fino agli studi critici – che si fa racconto grazie alla sua naturale propensione narrativa e ai numerosi incisi autobiografici (tra gli altri, il viaggio in Francia sulle sue tracce e l’incontro con Tabucchi). La prosa spezzata, fatta di lampi e scarti improvvisi, ben s’attaglia a un vissuto così frenetico come quello di Gobetti, ripercorrendo i suoi passi nella splendida Torino a cavallo tra la fine della guerra e i primi anni Venti. Quella Torino che sarà di Cesare Pavese, come lui ossessionato dalla conquista della maturità (Ripeness is all si legge nell’esergo di La luna e i falò). E non è l’unico aspetto che lega i due scrittori, viene da dire. Se si considera questo passo, riportato nel libro di Paolo Di Paolo, «Io sento che i miei avi hanno avuto questo destino di sofferenza, di umiltà: sono stati incatenati a questa terra che maledirono e che pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza. Non si può essere spaesati», si pensa immediatamente al celebre passaggio dell’ultimo romanzo di Pavese («un paese ci vuole…»), mentre il legame con gli avi riconduce a Lavorare stanca, al componimento Antenati e alla prima strofe dei Mari del sud:

«Tacere è la nostra virtù. / Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo / – un grand’uomo tra idioti o un povero folle – / per insegnare ai suoi tanto silenzio».

Diversamente, però, Gobetti era devoto alle parole, «era affamato di parole», scrive Di Paolo, «anche dotte, anche astratte, fumose, antiche». «Il suo cervello era una fucina d’idee», raccontò Luigi Einaudi, «le quali fermavano l’attenzione di chi l’ascoltava, anche per il modo rotto e inspirato con cui egli le esponeva, accompagnando le parole col moto nervoso delle mani e del capo». Una capacità questa, di carattere portentoso per un ventenne, che cozzava inevitabilmente con la linea del regime – fatta di repressione intellettuale, soppressione del libero pensiero, annientamento del dissenso e così via – e che condurrà Gobetti alla morte, dopo una serie di agguati squadristi, nel corso del suo esilio francese. Un mondo nuovo tutti i giorni consente di seguire da vicino la sua esistenza, di ripercorrerne l’impegno civile e di cogliere l’importanza della sua lezione che lo ha reso un classico imprescindibile del pensiero occidentale:

«Restare politici nel tramonto della politica. Nella nube della rassegnazione, nella messa in discussione della rappresentanza politica, questa sarebbe ancora oggi la risposta di Gobetti».





Immagine di copertina: un primo piano di Piero Gobetti, 1920

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