Forse a causa della curiosità (maliziosa) di qualche intervistatore, forse in ragione di un’affinità intellettuale di assoluto rilievo, sono varie e tante le testimonianze di Moravia intorno alla figura di Montale. Tre sole invece, con cadenza ventennale, le occasioni di incontro in privato. Con lo sguardo proprio del narratore, Moravia ci consegna un ritratto del poeta degli Ossi di seppia che non coglie solo i tratti fisici, non si ferma alle descrizioni estetiche e caratteriali, ma va molto più a fondo, sviscerando, attraverso l’aneddoto e la chiacchiera, la parte più intima di Montale. Tale approccio narrativo non esclude, tuttavia, una postura critica lucidissima – «che in Moravia fosse nascosto anche un critico era già noto fin dal tempo de Gli indifferenti», scrive lo stesso Montale – che fonde un Montale-homme de lettres e un Montale-privato in un amalgama di sfera pubblica e mondo personale.
L’uno nato all’inizio del Novecento, nel 1907, l’altro alla fine dell’Ottocento, nel 1896, gli esordi di entrambi si collocano nella seconda metà degli anni Venti. Si tratta di due date che segneranno irreversibilmente il destino del secolo, costituendo una cesura per la letteratura italiana (o meglio europea): il 1925 degli Ossi di seppia e il 1929 degli Indifferenti. Ambedue intrisi della tradizione ottocentesca, rintracciabile nella fitta presenza di tessere pascoliane e dannunziane negli Ossi e di Manzoni e Dostoevskij nell’opera prima di Moravia, il respiro e l’atteggiamento segnano invece un nuovo passo che sarà tipicamente novecentesco.
Per avere un quadro complessivo di questo cruciale decennio, è d’obbligo sommare il 1923 della Coscienza di Zeno che pare accomunarsi alle opere dei due esordienti per quel «male di vivere» che si legge nella celebre poesia montaliana. A differenza di Montale e Moravia, Svevo è, sì, uno scrittore anagraficamente al congedo – i suoi primi romanzi, Una vita e Senilità, escono negli anni Novanta del XIX secolo – ma è anche vero che gli anni Venti costituiscono per lui un nuovo esordio, quantomeno per l’acquisita visibilità. In altre parole, si tratta di un vero e proprio inizio per l’opera sveviana e, in unione con Gli indifferenti, per il panorama narrativo italiano, dal momento che il cosiddetto «caso Svevo» si colloca nel 1925, l’anno degli Ossi. Non a caso, Debenedetti parla di «avvenimenti e opere iniziali di un periodo, capaci […] di fare epoca», in cui con «avvenimenti» si fa riferimento alla riscoperta di Svevo e con «opere» i due libri d’esordio di Montale e Moravia. Se Montale legge per la prima volta l’autore triestino proprio nel ’25, grazie alle preziose indicazioni di Bobi Bazlen, la scoperta da parte di Moravia va datata tra la fine del ’27 e l’inizio del ’28, quando, in una lettera a Umberto Morra di Lavriano, scrive: «Sto leggendo Svevo e mi sembra molto bello – non m’aspettavo veramente tanto».
La lettura di Svevo avviene proprio a ridosso della pubblicazione degli Indifferenti e questo sorprendente dato spinge verso un quesito inerente all’influenza che possa aver avuto sul giovane scrittore: per il dato stilistico, se si accostano lo «scriver male» e la «nebbia di parole» che erano state attribuite rispettivamente ai libri di Svevo e Moravia, e per la condizione di fondo: l’incapacità di agire per motivi di inettitudine, secondo un sentire tipicamente mitteleuropeo che affonda le proprie radici nell’Uomo senza qualità di Musil, o di indifferenza e, sulla scia dostoevskijana, di assenza di un principio morale al quale ancorarsi, di una giustificazione ultima delle proprie azioni. Per inciso Montale, recensendo La noia, non manca di notare come alcune pagine del romanzo fanno correre il ricordo a Senilità di Svevo, «alla crescente torbida esasperazione di quell’intellettuale fallito che è il moraviano avant lettre Emilio Brentani». In altri termini, si tratta di tre libri che si incatenano e che vengono letti vicendevolmente con grande profitto: Montale legge Moravia ricordando che «il successo degli Indifferenti aveva fatto di quel ragazzo (poco più che ventenne) un celebre scrittore», Moravia legge Montale e lo considera il poeta italiano più importante della prima metà del secolo, riservando la seconda a Pasolini.

Secondo l’indicazione di Montale, i due si conoscono intorno al 1928 a Firenze, dove l’enfant prodige degli Indifferenti, «al termine dei suoi lunghi “inverni di malato”, passava intere giornate standosene a letto all’albergo Porta Rossa, circondato da una pila di libri e riviste». Gli incontri si intensificano, di lì a poco, tra Forte dei Marmi e il caffè letterario delle Giubbe Rosse a Firenze. Si tratta di due luoghi frequentati, a quest’altezza cronologica, dagli scrittori che gravitano attorno alla rivista «Solaria», con cui Moravia non ha rapporti di gruppo, fatta eccezione per le più assidue frequentazioni personali con Gadda, Landolfi e Montale. Nel fotografarli, Moravia si sofferma su Landolfi, che fa oscillare freneticamente la punta del piede, e su Montale che «faceva continuamente dei solfeggi con la voce perché aveva studiato canto». L’aspetto musicale del passato montaliano, per cui si pensa immediatamente ai versi «Tanto tempo è passato, nulla è scorso / da quando ti cantavo al telefono ‘tu / che fai l’addormentata’ col triplice cachinno», viene nuovamente rimarcato da Moravia quando ricorda che «al caffè non parlava, si limitava a baritoneggiare, poiché aveva studiato canto. Ma non passava mai dal gorgheggio al canto spiegato. Almeno io non l’ho mai sentito», privilegio (forse) di pochi intimi.
Più tardi, Moravia dirà a Nello Ajello che «tra i limiti di Montale c’è il suo carattere», insistendo su questo aspetto anche in dialogo con Renzo Paris: un «brutto carattere. Da ultimo un poeta inacidito. Ha vissuto sempre supponendo di essere un grande poeta. E magari lo è, no?». Si tratta di un risentimento, di cui non sono del tutto chiare le ragioni, sviluppatosi nel corso del tempo e dovuto, se non all’assegnazione del premio Nobel al poeta nel 1975 (Moravia era già stato candidato più volte, tuttavia senza riceverlo), alla nomina di Senatore a vita. Moravia, infatti, quando viene eletto al Parlamento Europeo (1984-1989), tiene a specificare bene l’unico motivo che lo ha spinto ad accettare la candidatura, ossia la lotta contro il nucleare, su cui si intonerà L’inverno nucleare (1986), dichiarando immediatamente ai politici di restare un artista e non un politico: «Non volevo diventare Senatore a vita come Montale», sulla falsariga della reazione ungarettiana: «Montale Senatore, Ungaretti fa l’amore».
Ma al di là di una presunta acredine di Moravia nei confronti di Montale, la capacità di osservazione e di descrizione del primo, la propria attitudine narrativa, se si vuole perfino voyeuristica, fanno sì che ci consegni un ritratto puntuale del poeta: «Sembrava un monaco umanista e sensuale, con i capelli biondicci e folti che gli crescevano fino in mezzo alla fronte, gli occhi cerulei, dolci e un po’ deliranti e una grossa bocca dalle labbra ghiotte che ricadevano su un mento con la fossetta. Aveva qualche cosa di monacale ma non di ascetico, appunto come un frate raffinato e libresco». Fuma sigarette Giuba, «poi soppresse dal Ministro / dei tabacchi, il balordo!», oppure «sigari / di Brissago», si veste «dimessamente, da piccolo borghese, di grigio, con le scarpe con i lacci» e tale modo di vestirsi e di comportarsi denota analogicamente «la tipica persona che ha scritto, negli Ossi di seppia: “Com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”». Montale, invece, nota che «Moravia parla agitandosi, scompigliando le carte e lasciando dovunque segni di devastazione e di disordine. Dà l’impressione di un giovane cane lupo che con un colpo di coda metta a soqquadro il salotto più ordinato», alludendo velatamente alla capacità delle opere moraviane di demolire, dall’interno, un certo ambiente borghese, quello della «sua adolescenza di ragazzo malato, ed anche un po’ viziato, uscito da una famiglia d’élite». Si può, dunque, ricavare che l’amicizia tra i due non sia stata sempre cordialissima, tanto da spingere Moravia a dubitarne a più riprese: «Io lo ammiravo, lui chissà! Una volta con malignità disse che ero come Mascagni, compositore di una sola opera». Altre volte, continua Moravia, si dimostrava affettuoso, sebbene volesse sempre «primeggiare, non gli faceva piacere che un altro, magari un romanziere, avesse successo. Questo lo capii tardi allorché scrisse alcune osservazioni riduttive sul successo della Storia di Elsa», su quella storia che, nella visione anticrociana, antistoricistica di Montale, «non è magistra / di niente che ci riguardi».
Nella primavera del 1948 Montale, Moravia ed Elsa Morante ricevono un invito dal British Council e partono per un viaggio a Londra. Non è la prima volta per Montale che vi era già stato, insieme a Mosca, nel 1932-33 (come testimonia la poesia Eastbourne), né per Moravia, del quale restano gli undici articoli inglesi del 1930-32, diversamente per Morante che non aveva mai messo piede oltremanica. I viaggiatori atterrano in una Londra devastata e completamente tramutata dalla guerra. Nonostante ciò, Montale dimostra un’insolita allegrezza che lo rende dedito «al molto inglese vezzo dell’understatement» e incline a tentare con frequenza quei vocalizzi baritonali dei tempi del caffè delle Giubbe Rosse. D’altronde, il poeta non è in viaggio per il suo «secondo mestiere», dunque non prende appunti giornalistici – differentemente da Moravia, corrispondente per «L’Europeo» –, bensì per partecipare a «un recital di poesie di bianchi e di negri […] con Moravia, in un circolo artistico». Montale ricorda, però, che «furono giorni estenuanti, con un programma burocraticamente protocollare e non privo di incidenti», tra cui lo smarrimento di una cappelliera di Elsa Morante che pare «contenesse preziosi manoscritti», poi fortunatamente ritrovata.
Uno dei momenti davvero felici del soggiorno londinese è la visita a T.S. Eliot, presso la casa editrice Faber & Faber, nel quartiere di Bloomsbury. Questo rarissimo evento viene ricordato da Moravia a più riprese, sia negli articoli Una visita a Eliot (1948) e Un pomeriggio a Londra con Eliot e Montale (1981), sia nell’intervista-testamento con Elkann. Eliot suggerisce a Moravia l’idea di un «vescovo anglicano», Montale di un «monaco umanista e sensuale», un «frate raffinato e libresco», due paralleli che, oltre a servire per la caratterizzazione dei personaggi, restituiscono la concezione moraviana relativa alla sacralità della figura del poeta. Nei tratti fisici, nello sguardo, nell’intonazione della voce, Moravia scorge le caratteristiche che fanno di Eliot il prototipo del poeta, l’autore della Terra desolata, letta da un giovanissimo Moravia – che, scrive Montale, già nel 1930 lasciava l’impressione «di aver lu tous les livres» – e riacquistata nel 1936 in una libreria cinese, come si legge nell’articolo Quando lessi Eliot nelle vie di Pechino, comparso sul «Corriere» nell’82. Mentre Moravia e Morante restano in (ossequioso) silenzio, il padrone di casa e Montale, «sia pure con quel suo curioso sottofondo allusivo e, per così dire, cifrato», non parlano di poesia, si limitano allo small talk. Moravia si rende perciò conto che, contrariamente alle proprie aspettative, i due poeti si rivelano due “uomini comuni” privi dell’aura che caratterizzava, ad esempio, D’Annunzio, il quale «circonfondeva il poeta di un’aura sensuale e retorica», o l’«orso Hemingway» (epiteto montaliano, dalle Due prose veneziane). Eliot e Montale, diversamente, hanno scelto «l’aura, per così dire, di non avere nessuna aura. Cioè, appunto, di apparire davvero come tutti gli altri, sprovvisti di aura» che è, a suo modo, un’aura anch’essa: quella, con le parole di Saba, «d’essere come tutti / gli uomini di tutti / i giorni».


Come si è visto, il primo incontro tra Montale e Moravia è avvenuto a Firenze intorno al 1928, anno della seconda edizione degli Ossi di seppia e anno che precede la pubblicazione degli Indifferenti. Per il secondo bisogna attendere vent’anni e giungere così al viaggio in Inghilterra del 1948. L’ultima occasione di cordialità tra i due autori si colloca ancora una volta a distanza di venti anni, nel 1968, quando si vedono a cena, ricorda Montale, «in una deserta trattoria romana», un lunedì sera di febbraio, alle otto, «troppo presto per le abitudini locali». Il racconto di questa serata esclusiva e delle conversazioni intrattenute viene a entrambi richiesto dal «Corriere della Sera» per la sezione letteraria. I due articoli escono, con lo stesso titolo, in due domeniche: A cena con Moravia (25 febbraio) e A cena con Montale (3 marzo). Montale, un po’ insofferente a causa dell’ambiente freddo della trattoria, in cui «non c’è che una piccola stufa elettrica lontana e insufficiente», ripercorre piacevolmente gli incontri del passato; Moravia, imbarazzato dal ruolo di intervistatore – «come si fa a intervistare un poeta?» –, nota che Montale non è cambiato molto da quando lo ha conosciuto quarant’anni prima. Parlano anzitutto di letteratura. Montale, secondo lo scrittore romano «un critico letterario tra i nostri migliori», non un critico-poeta, ma «un critico-critico», come scrive Mengaldo, decreta la morte dei generi letterari pur sottolineando una strana ipertrofia della critica che ha subìto, allo stesso tempo, un’atrofizzazione ravvisabile nella ripetizione ossessiva di nomi e modelli, tra i quali figura Montale stesso: «la critica è il vero genere letterario del nostro tempo. Manca il critico ma abbonda la critica». Tre anni dopo uscirà Satura e il suo componimento d’apertura, Il tu, sarà proprio rivolto ai critici, con l’ironia e il cinismo tipicamente montaliani. Montale e Moravia tornano sui propri esordi, si interrogano sul teatro e sulla sua decadenza a causa del cinema, sull’industria culturale e il consumismo, sulle nuove mode (in particolare, il nouveau roman di Robbe-Grillet), sulle società letterarie romane.
Si è fatta mezzanotte e i due autori, conclusa questa concentratissima conversazione, lasciano la trattoria e vanno verso la macchina di Moravia, «alquanto inabile nel disincagliarla» e «non meno incerto nel risolvere il problema del posteggio». Montale, prendendo spunto dalle difficoltà pratiche dello scrittore alla guida, si rende conto che anche Moravia, «uomo che ha conosciuto il successo, uomo metodico che lavora tutti i giorni, riesce piuttosto male a ingranare nella vita», forse al fine di difendersi «per non diventare spaventosamente, e precariamente “attuale”».
L’ultimo incontro privato si chiude con un saluto affettuoso, rimarcando la cadenza ventennale dei loro appuntamenti che, purtroppo, non si ripeteranno: «Arrivederci, Moravia, prima che passino altri vent’anni. Per me il tragitto sarebbe troppo lungo».