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Morsi di paura. Mandibula di Mónica Ojeda



Ingredienti per un thriller gotico andino tenebroso e sensuale: coccodrilli tra le mangrovie; un edificio abbandonato; sei studentesse adolescenti di una pretenziosa scuola cattolica privata; traumi infantili; il lato più viscerale e oscuro del rapporto madre-figlia; una giovane insegnante con un disturbo post-traumatico che si veste come la sua defunta madre; storie dell’orrore; sfide pericolose; giochi rischiosi e segreti tra due amiche troppo intime; l’ossessione per il colore bianco; ossa, denti e morsi come elementi ricorrenti. Avvertenze: può contenere tracce di paura, riferimenti pop, linguaggio poetico, elementi di marcata letterarietà.

Ojeda

È questa la materia prima che Mónica Ojeda ha raffinato e montato con maestria ottenendo Mandibula. Pubblicato in Italia da Alessandro Polidoro Editore nella traduzione di Massimiliano Bonatto, Mandibula è il terzo romanzo dell’ecuadorena Ojeda, classe 1988, anche poetessa, le cui prime prove hanno riscosso in Sudamerica successo di pubblico e di critica.

La trama sarebbe facile da raccontare, succedono molte cose in questa storia, molte cose sono già successe prima del tempo della narrazione, ma è meglio non rivelarle e lasciare i diversi elementi destrutturati e carichi di suggestione: il microcosmo dell’istituto femminile, sei ragazze adolescenti che vanno a giocare in un edificio abbandonato immerso in una natura selvaggia e potenzialmente pericolosa, una stanza senza finestre che le amiche dipingono di bianco e diventa il centro di una ritualità sinistra e di un culto inventato, alimentato dai racconti dell’orrore di Annelise, la personalità trainante del piccolo gruppo, dall’«immaginazione liturgica», che all’insaputa degli adulti legge «la Bibbia come un libro sulla paura».

Ojeda sceglie per raccontare questa storia una lingua lussureggiante e immaginifica in cui ogni aspetto dei corpi descritti e ogni sensazione si fa metaforico paesaggio o bestia: «i pensieri corporali erano piccoli fiori che crescevano sul cactus della sua mente: i più delicati, morbidi e vivi sulla terra»; «una sghignazzata ferrosa di libellule che la inseguivano»; la testa è una volta una «barca che si riempiva d’acqua», una volta «nido di scarafaggi». A creare l’atmosfera non è solo l’uso delle immagini a livello linguistico, ma anche strutturale: Mandibula è un romanzo che si legge come si guarda un film, che usa in forma scritta quello che nell’audiovisivo sarebbe il montaggio alternato, sovrapponendo a una scena un flashback del passato, le parole di una canzone in sottofondo; si alternano anche i diversi punti di vista: narratore onnisciente; poi focalizzazione interna su Miss Clara; poi i monologhi di Fernanda davanti allo psicanalista silente; un tema scritto da Annelise. 

Un espediente narrativo sempre affascinante è la creazione di un microcosmo chiuso, dove evidenziare in piccolo tramite le dinamiche interne tra i personaggi i meccanismi della società in grande, che il microcosmo rispecchia. Può essere l’equipaggio di una nave, una piccola comunità isolata, un collegio.
Ojeda prende il microcosmo chiuso della scuola privata e in un sistema a scatole cinesi lo riduce ulteriormente a un piccolo gruppo esclusivo di amiche e poi ancora alla coppia: il duo Fernanda e Annelise, che, insieme a Miss Clara, costituiscono un ulteriore microcosmo, un triangolo costruito su trauma infantile, mommy issues, malattia e morte. Ciascuna di queste personagge è infine microcosmo chiuso a sé stante, psiche complessa.

Comunemente nella narrativa di genere, nell’horror, nel thriller, non si lavora molto sulla costruzione dei personaggi, che hanno pochi tratti funzionali all’azione o vengono lasciati misteriosi ed è il mistero insoluto che alimenta l’orrore. Ojeda invece rende nodale lo scavo nella psiche di queste tre figure: l’insegnante Miss Clara, la coppia di amiche Annelise e Fernanda.

Ojeda

Questo sistema di microcosmi a matrioska è esclusivamente al femminile, il maschile è quasi completamente assente nel libro di Ojeda e questo è interessante soprattutto in considerazione del fatto che parte della narrazione è incentrata sulle dinamiche di un gruppetto di ragazzine quindicenni, che sperimentano, infrangono le regole, saggiano i propri limiti in modi pericolosi.
L’infrazione delle regole e le gerarchie interne di un gruppo di ragazze sono quasi sempre raccontate in relazione al maschile, in termini di promiscuità sessuale e invidie e gelosie legate ai ragazzi e allo sguardo maschile. Ojeda fa diversamente; il suo femminile è autarchico, indipendente e libero, la sessualità è sì elemento onnipresente del personaggio adolescente, ma come un’energia oscura e pericolosa che trova sfoghi eccentrici e contorti. I ragazzi, i maschi, nell’unica scena del libro in cui appaiono e sono contemplati, sono meri strumenti, meri spettatori di un gioco e una sfida femminili che li escludono.

«la norma era che le ragazze si costituissero in opposizione a quei comportamenti che vedevano negli altri e associavano a una maschilità che era loro proibita. Dentro il Delta, invece, le ragazze avevano formato un tessuto sociale di donne che non operava per contrasto, ma per livelli d’intensità[.] La leader di ogni aula (in genere ribelle, ma non in tutti i casi) definiva il carattere del gruppo. Inoltre, nonostante l’assenza dei maschi, la civetteria non scompariva e forse era proprio quello che turbava davvero Clara. Aveva l’impressione che, in certi gruppi più che in altri, le ragazze flirtassero tra loro in modi molto sottili, ma sessuali.»

In che modo dunque i complessi microcosmi chiusi di Ojeda rispecchiano il macrocosmo società?
Il dialogo con l’esterno avviene sul piano culturale: Ojeda intride la narrazione di riferimenti alla cultura pop di massa, che spaziano dai consumi culturali d’intrattenimento delle giovani protagoniste che ascoltano Taylor Swift e guardano la saga di Twilight a opere cinematografiche e letterarie più ricercate e canoniche, come per esempio Lovecraft e Poe.
A tirare i fili non solo di questa fitta rete di riferimenti, ma anche in ultima analisi della narrazione, è Annelise, stregona che è Pandora e vaso al contempo.

La persona letteraria Annelise è la mente, la burattinaia in incognito che si cela dietro una costruzione romanzesca che appare inizialmente corale e policentrica: la commistione di cultura alta e pop deriva dagli interessi di Annelise, che è ossessionata dal folclore delle creepypasta – storie horror nate su internet e alimentate collettivamente dagli utenti in forme e media diversi –, ma coltiva allo stesso tempo una conoscenza approfondita, a tratti accademica, dei maestri dell’orrore classici; le dinamiche tra gli altri personaggi si rivelano frutto delle manipolazioni di Annelise, che anche su questo terreno si muove tra il brutale e il raffinato, perché capace sia di costringere le amiche a mangiare la carne cruda dalla carcassa di un uccello morto per un rituale di sua invenzione sia di comporre per la sua insegnante un lungo e articolato saggio sulla paura.

E con questo, scaturendo sempre da Annelise, raggiungiamo i grandi temi portanti di Mandibula: paura e adolescenza, adolescenza come età della paura per eccellenza, «età bianca» dove il bianco rappresenta la vertigine dell’essere in potenza e in trasformazione, dell’informe.

Paura e adolescenza nel femminile e in particolare nel rapporto madre-figlia sono le ossessioni di Annelise, che la spingono a realizzare un’opera d’arte totale disseminata, poliforme, multimediale che si manifesta come narrazione con il racconto di storie dell’orrore, come mitologia virale da diffondere in rete, come land art nell’edificio abbandonato, come performance e come body art nelle sfide di gruppo, come teatro delle marionette grazie alla manipolazione psicologica più elaborata che mette in atto ai danni di Fernanda e di Miss Clara, che è ancora e sempre lei, Annelise, villain psicopatica da manuale, a unire perché insieme creino il suo capolavoro definitivo.

Quello cercato e costruito da Annelise, quello confezionato da Ojeda, è un horror estetico, una composizione mostruosa eppure rifinita e spettacolare alla Ari Aster, alla Lars Von Trier. Ai riferimenti numerosissimi citati del testo possiamo aggiungerne altri e creare un mood board con quelli taciuti, ma che al lettore verranno in mente se già li conosce o potrà scoprire se apprezzerà Mandibula: Il signore delle mosche di William Golding che racconta il degenerare nella violenza di un gruppo di ragazzini di una scuola maschile naufragati in una terra selvaggia in uno scenario postapocalittico; Suspiria di Luca Guadagnino, ambientato in un’accademia di danza che si rivela una congrega di streghe sanguinarie; Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides, in cui le protagoniste sono bellissime sorelle molto attratte dalla morte.

Nella creazione dell’atmosfera, delle suggestioni, dell’ambientazione di Mandibula c’è un ricorso insistito, sia a livello di evocazione di immagini, sia retorico nell’uso delle metafore sia testuale di linguaggio, all’area semantica delle ossa, dei denti, del morso, dello scatto spaventoso della mandibola, appunto, in una costruzione robusta e incisiva. Tutta questa ricchezza, che non a caso è stata riconosciuta da diversi recensori (bellissimi i pezzi di Marco Malvestio per Doppiozero e di Beatrice La Tella su Altri animali), concorre a creare un’architettura romanzesca mirabile, che si presta a diversi piani di lettura: Mandibula si può divorare (gioco di parole intenzionale) come narrativa di genere godendosi il brivido dell’inquietudine del classico horror o si può assaporare con lentezza a piccoli morsi, apprezzando nel dettaglio la perizia e l’organicità della struttura letteraria di Ojeda, che innesta sullo scheletro di una trama forte carne e muscoli guizzanti di una lingua rifinita e con un montaggio sapiente e d’effetto fa muovere la sua creatura al ritmo di una danza macabra.





Photo credits
Copertina:
Girl Tasting Blood di Christopher Ott tramite Unsplash
Ritratto di Mónica Ojeda di Rodrigo Fernández, Feria Internacional del Libro de Santiago, 2018 (licenza Creative Commons per il riutilizzo e la condivisione).

Moodboard: sfondo di Joyce McCown e Cocodrilo di Alvaro Reyes tramite Unsplash; copertine Mondadori di Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides e Il signore delle mosche di William Golding; locandine di Midsommar di Ari Aster, The House That Jack Built di Lars Von Trier e Suspiria di Luca Guadagnino.

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