Nelle sale della Neue Staatgalerie di Stoccarda, costruita all’inizio degli anni Ottanta in uno stile postmoderno in dialogo con l’edificio storico adiacente, è conservata un’ampia e importante collezione d’arte novecentesca. Tra le altre opere esposte, si enumerano dipinti di Picasso, Otto Dix e di Oskar Kokoschka, uno dei principali esponenti dell’espressionismo europeo. Fra questi, si staglia il profilo di una giovane donna ritratta a mezzo busto, con un pappagallo sulla mano destra. Se la pennellata è vivace, guizzante, quasi giocosa, la tavolozza cromatica privilegia toni più smorzati: il blu-grigio dell’abito scollato, il verde scuro delle piume d’uccello e il nero materico dello sfondo.
Realizzato attorno al 1916, il quadro raffigura con ogni probabilità Maria Lazar, scrittrice, giornalista e drammaturga austriaca. Mi fa una certa impressione pensare che, mentre a Stoccarda era esposto e osservato il volto dell’autrice, in Austria, il suo paese d’origine, la sua figura letteraria sia rimasta avvolta nell’oblio fino al 2022.

È il settembre del 2022 quando l’editore viennese Albert C. Eibl riceve una chiamata da parte di Kathleen Dunmore, nipote di Maria Lazar. Ad attenderlo a Nottingham ci sono due casse di metallo rimaste sigillate per oltre settant’anni, al cui interno era custodito il corpus letterario della scrittrice. La madre di Kathleen era morta due anni prima e, nella sua lunga vita di orfana, non aveva mai trovato il coraggio di scoperchiare quelle scatole, temendo che le parole materne potessero riportare a galla atroci fantasmi. Desiderosa di conoscere la nonna mai incontrata, Kathleen Dunmore si risolve a squarciare il velo del passato. Riaffiora così una variegata collezione di testi già pubblicati in vita e di manoscritti inediti. Non solo racconti, romanzi e poesie, ma anche saggi politici, radiodrammi e pièce teatrali che, nel 2023, vengono donati dalla famiglia Dunmore alla Biblioteca della Letteratura austriaca dell’esilio del Literaturhaus di Vienna.
Maria Lazar venne al mondo il 22 novembre 1895, nella Vienna monumentale dell’ex Impero austro-ungarico. Ultima figlia di una numerosa famiglia dell’alta borghesia ebrea convertita al cristianesimo, Lazar ricevette un’educazione raffinata e privilegiata nelle aule della Schwarzwald-Schule, il Liceo femminile di Franziskanerplatz 5. Diretto dal 1901 dall’educatrice e attivista per i diritti delle donne Eugenie Schwarzwald, l’istituto liceale poteva fregiarsi dell’insegnamento di personalità di primo piano della cultura austriaca, tra cui l’architetto Adolf Loos e il teorico e compositore musicale Arnold Schoenberg. Dopo gli studi superiori, Lazar si iscrisse alla facoltà di Storia e filosofia presso l’Università di Vienna e, già nota e apprezzata nel salotto di Schwarzwald, nel 1920, all’età di venticinque anni, diede alle stampe il suo romanzo d’esordio Die Vergiftung (in italiano L’avvelenamento).
In un’intervista pubblicata sul portale New Books in Germania, l’editore Albert Eibl racconta di quando, durante una lezione universitaria sulla letteratura austriaca, sentì per la prima volta il nome di Maria Lazar. Affascinato dalla trama del romanzo citato in aula, corse alla Biblioteca Nazionale Austriaca dove riuscì a reperire l’unica copia all’epoca disponibile di L’avvelenamento. «Non mi ero mai imbattuto prima in un linguaggio così forte ed espressionista» afferma Eibl, argomentando così la sua decisione di fare di quel libro il primo titolo della casa editrice che progettava di fondare con l’obiettivo di riscoprire e rendere accessibili a un pubblico più vasto le opere letterarie ingiustamente dimenticate.

Nata nel 2014, la Das vergessene BuchVerlag (il nome stesso della casa editrice è significativo Il libro dimenticato, paradigmatico degli intenti) ha debuttato con l’esordio di Maria Lazar e, nel corso di oltre dieci d’anni di attività, ha tolto dall’oscurità la produzione letteraria di numerose scrittrici austriache e tedesche. Maria Lazar, Grete Hartwig-Manschinger, Marta Karlweis erano autrici di origine ebraica o politicamente scomode, nel corso degli anni Trenta furono costrette dall’avvento del nazionalsocialismo a fuggire all’estero.
Ormai divenuta una prolifica e affermata giornalista culturale presso il quotidiano viennese «Der Tag», Maria Lazar lasciò l’Austria nel 1933, rifugiandosi con la figlia Judith prima in Danimarca e poi, nel 1939, a Stoccolma. In esilio si dedicò alla traduzione in lingua tedesca di romanzi della letteratura inglese e scandinava. Sebbene continuasse a scrivere, fu obbligata a riporre nel cassetto numerosi manoscritti, riuscendo tuttavia a pubblicarne alcuni con lo pseudonimo danese di Esther Grenen. Scritto a Vienna tra il 1928 e il 1929, Viermal Ich è l’ultimo manoscritto che Lazar firmò con il proprio nome e che, dopo il rifiuto da parte di alcune case editrici viennesi e svizzere, fu dimenticato. Riscoperto e pubblicato da Eibl nel 2023, l’editore Adelphi lo ha riportato ora in Italia con il titolo Quattro volte me, nella traduzione di Laura Ragone e con la curatela dello stesso Eibl.

Per questa storia non poteva esserci immagine più adatta di quella scelta per la copertina Adelphi: un dipinto a spesse pennellate di Edvard Munch in cui quattro ragazze riposano su un ponte che si estende senza fine verso l’orizzonte. Mentre tre di loro sono rivolte verso il fiume, una sola guarda lo spettatore ma il suo volto è svuotato da qualsiasi lineamento o traccia di espressività. Il titolo è Le ragazze sul ponte, datato 1901, il pittore norvegese lo declinò in una decina di versioni, lavorandoci per oltre trent’anni.
Priva di una fisionomia salda, invariabile è anche la protagonista e voce narrante anonima del romanzo di Lazar. Fin dall’infanzia, si trova a vivere progressivamente più vite, a vestire le sembianze della pluralità di figure femminili con cui entra in relazione. A volte il suo collo si ricopre della peluria dorata di Grete, altre volte le sue dita si spalancano a piovra come quelle di Anette, altre ancora diventa la dura e irreprensibile Ulla. Non possiede nessun potere magico, non ha nulla di straordinario. È solo stata prematuramente abbandonata dall’uomo amato, lo zio Max e, persa la sua unica ancora di sopravvivenza, non è più sufficiente a se stessa. A terrorizzarla poi interviene anche «L’Estranea» il cui profilo compare misteriosamente sulla superficie riflettente di uno specchio, di una finestra e forse anche di quel fiume sulle cui sponde le eroine di Munch si sporgono incaute. Impaurita dall’apparizione e continua metamorfosi, la narratrice trova rifugio nella scrittura, nella «parola che diventa carne», fiduciosa che «ogni matita» possa trasformarsi in «un’arma» contro tutte le altre e, soprattutto, contro se stessa.
«Devo scrivere di me, soltanto di me. Diciamo una storia della mia vita» afferma la protagonista. Quando non si trova a piangere sul pane imburrato o a osservare ammaliata la vicina di banco, la bambina verga appunti concitati, nervosi, destinati ad attestare che la vita che sta vivendo è soltanto sua. Cosa succede, però, se tutta la classe scoppia a ridere perché la mano dell’alunna si solleva verso l’alto quando la maestra non pronuncia il suo nome ma quello della compagna segretamente amata? Cosa succede se, divenuta ragazza, confonde i suoi amori con quelli di Grete, Annette e Ulla?
In questa confessione schietta e nevrotica, ritrovo qualcosa che mi riporta alla scrittura di Shirley Jackson e, soprattutto, a Lizzie, il suo romanzo forse più folle, schizofrenico e travolgente, benché la scrittrice statunitense si affacci alla scena letteraria anni dopo Maria Lazar. C’è qualcosa, poi, che mi ricorda la mia infanzia, sebbene la mia stessa infanzia appartenga a un tempo che verrà molto dopo la stesura di questo libro. Nonostante sia stato scritto più di un secolo fa, Quattro volte me continua tutt’oggi a instaurare un dialogo intimo con ogni bambina divenuta all’improvviso donna.

«Ecco perché questo libro deve arrivare a chi è sola e non sa affrontare la sua solitudine» osserva, a un certo punto, la voce narrante, «Sappiamo così poco le une delle altre. Troppo poco. Altrimenti non sarebbe così difficile essere sole. Altrimenti non sarebbero in migliaia a dover cercare conforto e appagamento nelle gioie e nei dolori di una Brigitte Helmer. Perché siamo misere, senza pretese». Con ogni probabilità, nel corso della sua breve esistenza in costante fuga, Maria Lazar ebbe modo di conoscere più dolori che gioie. Annientata dalla notizia delle sorelle uccise in un campo di sterminio bielorusso e sconfortata dall’impossibilità di pubblicare le proprie opere, la scrittrice si suicidò nel 1948. Tuttavia, da una sua tarda poesia, destinata alle lettrici e ai lettori futuri e riportata ora integralmente da Albert Eibl nella postfazione al romanzo, riaffiora una nota di fiducia in una possibile riscoperta postuma.
«Il mio venire al mondo non è stato vano
se uno come te tiene il mio libro in mano,
e un cielo di stelle lontano e splendente
non è più quel che sogno; ora mi è sufficiente
anche solo la tua lampada che brilla
nella stanza tranquilla.
Lì da un seme sonoro spunta la mia parola –
ti sono grata, mio ignoto lettore,
ti sono grata, compagno d’avventura.»
Immagine di copertina: Birkho, Public domain, via Wikimedia Commons