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La vita involontaria di Brianna Carafa, ovvero dei libri che emergono dall’oblio di una bancarella

Come ogni vita, anche la vita di un libro ha una durata imprevedibile, che in larga parte dipende dalla fortuna. O dal caso, se preferite. Ci sono libri che come cicale cantano un’unica estate; ci sono libri fossili, che scompaiono ma lasciano nella pietra un’impronta a sua volta pronta a vivere una nuova vita minerale. Ci sono libri che finiscono sommersi, come relitti di antichi galeoni, libri di cui si perdono le tracce mentre le onde del tempo li trascinano lontano, alla deriva. E qualche volta si incagliano nelle sabbie dei fondali, qualche altra, invece, approdano a certe strane zattere a cui si aggrappano molti altri libri naufraghi: bancarelle di mercatini, librerie dell’usato, scaffali e soffitte. Capita, qualche volta, che a ripescare uno di questi libri naufragati nella dimenticanza sia un pescatore particolare, che non si accontenta di riportarlo a galla dagli abissi ma decide di instillargli una nuova vita e fargli ricominciare il suo viaggio, tutta l’avventura daccapo.

Questa fortuna è toccata a La vita involontaria, il romanzo d’esordio di una scrittrice straordinaria – e molto scioccamente dimenticata: i canoni sanno essere stolidi, conformisti e disattenti, qualche volta. Quando Paolo Guazzo mi propose di scrivere la prefazione al romanzo per Cliquot (la casa editrice “del recupero dei classici mancati”, che prende il nome da un mangiatore di spade – Chevalier Cliquot – che si esibiva nei circhi di primo Novecento), io, come si dice, cascai dal pero. Non avevo mai sentito nominare né Brianna Carafa, né La vita involontaria: non mi vergogno a confessare che accettai per ragioni di una superficialità imbarazzante. La prima ragione era che mi piacevano moltissimo il titolo del romanzo e il nome dell’autrice, che mi suonava esotico e profondo, un nome quasi da santa medievale. Armata solo di questo nome, tentai una ricerca su Google, piuttosto infruttuosa; ma da una voce Wikipedia particolarmente laconica appresi che Carafa era stata una psicanalista, questa fu la seconda ragione: io, che mi sento una psicanalista mancata e mi appassiono quando la letteratura sfiora la psicanalisi, a quel punto seppi che non potevo dire di no. Leggere il romanzo senza sapere praticamente nulla dell’autrice né del testo – nulla, se non che nella sua prima vita, nell’estate del ’75, era finito dritto nella cinquina finale del Premio Strega – mi ha dato l’impressione vertiginosa di piovere direttamente dentro questa storia di formazione mitteleuropea, essenziale e profonda; di scoprire, senza aspettative né pregiudizi una storia di silenzi, di inciampi, di disamore, che scalpita però di curiosità e di vita, e in cui anche i non detti si animano, i silenzi parlano, come quei misteriosi Tetti rossi che incombono sul protagonista Paolo Pintus, ragazzino che diventa uomo, e che sono – dettaglio colto dall’italianista Domenico Scarpa – un rimando parlante a un altro romanzo psicanalitico, I tetti rossi. Ricordi di manicomio dello psichiatra Corrado Tumiati, che nel 1931 vinse il premio Viareggio.

Carafa

Mi affascinano le parabole imprevedibili del caso, gli intrecci delle coincidenze: com’è che La vita involontaria, quasi compiendo il destino del suo titolo, è riemersa dalla dimenticanza proprio adesso, a quarantacinque anni dalla prima uscita? Lo chiedo a Federico Cenci, tra i fondatori di Cliquot.
«È incredibile – mi dice – come ogni libro abbia una storia a sé, e ancor di più come sia quasi sempre la coincidenza, il caso o il destino – secondo i punti di vista – a portare il libro giusto al momento giusto sotto i nostri occhi. Può capitare che seguiamo delle piste per settimane o mesi, andando a leggere con meticolosa pazienza tutti i testi menzionati in un saggio o una vecchia antologia, e da lì magari riscopriamo il nome di un autore, che poi approfondiamo andando a cercare tutti i suoi scritti, e così via in un susseguirsi senza fine di letture. Ma è rarissimo che queste investigazioni strutturate portino a qualche risultato. Molto più comune è che il libro ci piova in mano dal cielo. A volte ci viene da pensare che sia l’autore stesso, dall’aldilà, a cercarci, come se una nuova pubblicazione del suo libro potesse servire a placare finalmente l’inquietudine della sua anima. Così è successo per Gomòria di Carlo H. De’ Medici, suggerito da un nostro affezionato cliente (e in quel momento, miracolosamente, su eBay c’era una sola copia del rarissimo originale, e a basso prezzo!), e così è successo per La vita involontaria, che è spuntato fuori nel modo più scontato possibile: da una bancarella di libri usati, nella vecchia edizione Einaudi».

Ecco: da una bancarella di libri usati, come un tesoro nascosto, affiora il libro che si cercava senza saperlo. È una magia, a modo suo, che di tanto in tanto si avvera: «Spesso arriva già dalle prime righe, o dalle prime pagine, più raramente a storia inoltrata, ma alla prima lettura di un potenziale repêchage c’è sempre un momento, mentre le parole scorrono sotto i nostri occhi, in cui tutto d’improvviso si ferma e si fa silenzioso, come a ritrovarsi circondati dall’acqua nella profondità di un oceano. E infatti immagino che riscoprire un testo dimenticato sia un po’ come la sensazione che può provare un archeologo marino quando rinviene, dalle sabbie del fondale, un’antica statua sommersa e ricoperta di alghe: prima la afferra, la gira e la guarda, ma non è proprio sicuro di cosa stia tenendo in mano; poi con delicatezza gratta via un po’ di patina, e quando riconosce il tesoro, il suo cuore di colpo si spalanca. È la parte più bella e gratificante del lavoro. Ma non c’è solo questo. Man mano che il nostro catalogo si ingrandisce, ci stiamo rendendo conto che il recupero non si esaurisce banalmente nel “pubblicare i libri che ci piacciono e che non si trovano più in commercio”, come noi stessi avevamo pensato in un primo momento: perché riportando alla luce libri del passato che ci appaiono freschi e vivi ancora oggi, quello che parallelamente facciamo è provare a intercettare una sensibilità diffusa nei lettori odierni, e quando ci riusciamo compiamo anche un importante lavoro culturale: quello del riesame dei modelli e dei canoni del passato, operazione fondamentale che dovrebbe sempre procedere di pari passo con la produzione di letteratura nuova. Nella nostra esperienza editoriale, la riscoperta che finora ci ha dato maggior soddisfazione è stata senza dubbio quella delle opere di Carlo H. De’ Medici, oscuro scrittore friulano attivo fra le due guerre, di cui abbiamo ripubblicato il romanzo Gomòria (originariamente uscito nel 1920) e la raccolta di racconti I topi del cimitero (1924). I libri di De’ Medici possono essere definiti narrativa gotica, ma sono stati pubblicati quando il gusto decadente si era già spento da diversi lustri, rimpiazzato da correnti e idee legate al modernismo e alle avanguardie: forse è stato proprio questo a decretarne l’oblio totale fin dalla loro uscita. A leggerli oggi, tuttavia, la loro potenza letteraria ci è subito apparsa evidente, e il successo che hanno avuto e che stanno avendo ce l’ha confermato. In alcuni ambienti legati allo studio del fantastico si è addirittura detto che la riscoperta dei libri di De’ Medici è importante al punto da “riscrivere i confini del gotico italiano”. Questa sì che è una soddisfazione».

Non mancano, naturalmente, le difficoltà, anche se «la frustrazione non è mai legata al libro in sé, quanto alle peripezie che talvolta sono necessarie per risalire agli eredi dell’autore, e poi all’accordarsi per i diritti di pubblicazione» – mi racconta ancora Federico: «Ci è capitato più di una volta che, dopo aver scovato un libro bellissimo e adattissimo al nostro catalogo e aver fatto i salti mortali per rintracciare e contattare i detentori dei diritti, ci siamo dovuti scontrare con il disinteresse o la scarsa lungimiranza di persone poco addentro al meccanismo editoriale, ed è stato impossibile arrivare alla pubblicazione».

La vita involontaria («che ci ha subito spalancato il cuore», dice Cenci), per fortuna, quarantacinque anni dopo la sua prima uscita ha trovato una via felice per affiorare dall’oblio: e insieme al romanzo è riemersa anche la sua autrice, Brianna Carafa, e la biografia di una donna eccezionale di cui, fino a qualche settimana fa, era accessibile solo qualche sparuto scampolo: «Un altro aspetto che ci interessa molto, nella scelta dei titoli da ripubblicare, è legato alla biografia dell’autore o dell’autrice. Quando un libro viene dimenticato, spessissimo la stessa sorte tocca a chi l’ha scritto (soprattutto se di sesso femminile). Nel caso di Carafa c’era un vero enigma da sciogliere: da una serie di indizi si poteva dedurre che, nel periodo della sua attività, la scrittrice avesse goduto di una certa reputazione, e che avesse frequentato i migliori ambienti culturali romani, eppure nel 2019-20 non esisteva quasi nessuna informazione su di lei e sulla sua vita, né in rete né altrove. Ripubblicando un libro di un autore dimenticato, oltre alla storia del racconto, parallelamente sgomitoliamo anche una seconda narrativa, quella reale e umana. Con Brianna abbiamo visto subito che c’era tanto da scoprire e raccontare, e così ci siamo messi all’opera».

Ed è stata una delle imprese più appassionanti della mia vita di scrittrice finora affiancare Cliquot nell’avventura. Insieme, con la guida tenera, inestimabile e commossa di sua figlia Fiammetta, che l’ha persa da molti anni e ora forse la ritrova un poco, abbiamo scavato fino a ricostruire, almeno in parte, la biografia perduta di un’autrice straordinaria, schiva ed eclettica, che morì nel ’78 a cinquantaquattro anni, alla vigilia dell’uscita de Il ponte nel deserto, il suo secondo libro, sempre per Einaudi: l’infanzia napoletana interrotta dalla morte improvvisa della madre che pilotava un aereo sul Golfo di Napoli, l’adolescenza a Roma, in casa della nonna, Marianne Frankenstein Soderini, una delle più note suffragette italiane; gli studi di architettura, l’incontro con la poesia e la fotografia, e poi la psicanalisi, fino all’esordio nella scrittura con questo romanzo dalla voce appuntita, così elegante e così profonda.

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