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Dove notte si è fatta rapida. Tradurre un libro di Anne Carson e altri corpi celesti




Qualche settimana fa ho partecipato a un’osservazione astronomica. Dopo un viaggio in macchina di un’ora nella luminescenza dei colli al tramonto, dopo aver attraversato a piedi un tratto di bosco già scuro dove notte si è fatta rapida al lampeggiare delle lucciole, la radura dell’osservatorio, metallica sotto una luna quasi piena, sembrava l’ultimo avamposto d’immaginazione su una prima cordata di monti fatta di cose più spesso certe. Negli strati inferiori della vallata il commercio degli affanni quotidiani, negli strati superiori della volta celeste l’abisso dell’occhio e dell’esplorazione, in mezzo noi – i più consapevoli in pile, i più inadatti alla preparazione che precede l’esperienza, in sandali e lino, come me. Ma il vento è un elemento benevolo nell’estate feroce appena lasciata in città e la luce fosforescente del plenilunio rendeva lucide le geometrie dei fili d’erba e degli steccati, lucida la lamiera della cappotta che protegge il braccio di un telescopio di cui non ho imparato i termini tecnici e che non imparerò. Si può scegliere di arrivare alle cose guardandole da lontano, si può scegliere di sbattercisi addosso, non c’è una morale se non che la seconda attitudine nasconde una pigrizia che rende però tonici i sensi, vividi, mistici. Sotto a questo cielo, dentro a questa luce, il mondo era acuto, aggressivo persino nella sua manifestazione sensibile, iper-reale.
Osservare le stelle e gli altri corpi celesti di contro appariva quasi un’attività dello spirito, essendo una cosa che non può avvenire senza che si dia una forma di fantasticazione. Puoi fissare il cielo notturno, cupo o liquefatto verso i bordi del globo, e sentire premere la malinconica impossibilità di uno sguardo che possa da sé attraversare la distanza, ma «questo corpo che ci abita» ci esclude l’infinitamente grande, l’infinitamente lontano, l’infinitamente piccolo. Allora ogni forma di ausilio, ogni supporto, ogni strumento tecnico diviene la protesi di una mancanza, e questa mancanza diviene la causa di un desiderio: vedere, superare, arrivare, toccare, essere, capire, perdersi. Nell’illusione ottica, nella distorsione delle lenti, nel filtro cromatico, nella ricostruzione delle parti, nella rifrazione della luce, ogni elemento osservato da una distanza siderale appare reale quanto lo è una dimensione inaccessibile. Eppure è vero.

Dov’è quella nebulosa che emerge e scompare, di cosa è fatta una stella morta, esiste una galassia che non posso toccare, che odore ha un ammasso globulare, in che modo mi starebbe qui, su questa mano se questa mano ci passasse attraverso, che rumore ha fatto il meteorite che cadendo ha scavato come dei cerchi nell’acqua sulla superficie lunare? A ogni domanda priva di senso la scienza reagisce con il perfezionamento della ricerca e della risposta. C’è, per ogni mancata esperienza fisica, per ogni a-percezione, una ragione sufficientemente grande da smuovere l’umanità a balzi verso il futuro, se per inciso non lo stessimo ostracizzando questo futuro, qui da questa Terra.
Ma nell’oscura intimità di un occhio che si chiude perché l’altro guardi nel mirino oculare qualcosa che gli sta ad anni luce di lontananza, così lontano da essere, fondamentalmente, una questione d’eternità, vive soprattutto un atto di immaginazione appaiato a un atto di fede. Quello che vedo è reale, ma è vero? si chiede non la mente, ma il corpo che osserva.

Il rapporto mutevole tra questi due termini scandisce, a mio parere, a quale ritmo batte il cuore della letteratura. Questa storia che è scritta, questa storia che leggo, è vera, ma è reale? La verità non è un fatto ma un movimento, una relazione, una ricorrenza, è un processo, non c’è verità ma veridizione, direbbero i semiologi, se vuoi la verità la devi costruire per vederla collassare alla prossima occorrenza, eppure è, a tutti gli effetti, anche un moto dell’anima, il riconoscimento empatico: la verità non è simmetria ma legittimazione dell’altro. La realtà, invece, è quest’acqua in cui nuoto, direbbe Foster Wallace, l’estensione dal mio corpo a quel corpo là, lo spazio compossibile delle mia storia e di quella altrui, le cose che avvengono, le cose che sono state, la pura e semplice disposizione degli oggetti dentro una stanza, della vallata davanti ai miei occhi, il Reno in basso, la pieve a metà, lo strato di particolato un poco al di sopra, il mio sguardo che percepisce qualcosa, lo ricorda, lo nomina, gli assegna un valore.
Lo straniamento percettivo di guardare a un corpo celeste credendolo reale, e al contempo non potendo fare altro che credere per giudicarlo vero, accompagna la vertigine letteraria quando di fronte a un testo non sappiamo a quale distanza collocarci noi.

Ho cominciato a tradurre Anne Carson arrivandoci come sono salita all’osservatorio un venerdì sera, da sola, con i finestrini abbassati, una forma di stupore preventivo e l’assenza di un piano. Non sono una che si prepara, appunto, non è una virtù ma nemmeno un rimpianto. L’esperienza della traduzione può essere approcciata in molte maniere, alcune più giuste di altre, ma nella pressoché infinita potenzialità degli esiti c’è la microstoria particolare del modo in cui ciascuno di noi percepisce sensibilmente cosa è una lingua, in che modo può parlare restando silente, quando quella lingua si fa carico di una storia e come nuotare nel campo magmatico e oscuro che precede l’espressione. E questa microstoria, per l’umile segmento che concerne me e Anne Carson, è quella di uno stordimento scriteriato ma immaginifico. Come stare arresi e vigili nel buio che conduce all’oggetto d’osservazione.

Anne Carson

La bellezza del marito (La Tartaruga) è una costellazione di poemi slegati e danzanti, mai stabili: non è un caso che l’autrice li chiami tanghi, dopotutto; puoi leggere cento volte la stessa pagina e accorgerti come a ogni singola lettura si muova in forma diversa, snodandosi e ritraendosi, mostrandosi e camuffandosi. La parola viva è una parola che reagisce al suono dell’enunciazione e al suono della sua ricezione assumendo una collocazione diversa nella frase, nel verso, nella strofa, ogni volta che questo miracolo traduttivo ulteriore – tra chi scrive e l’ultimo che leggerà – avviene.

«La lingua è l’odore d’ottobre per me. Me lo ricordo come
nuotare in un torrente veloce perché continuavo a muovermi
ed era difficile muoversi
mentre tutto intorno a me
si muoveva pure, quell’odore
di terra capovolta e piante fredde e notte che saliva e
il vecchio mastello che ribolliva lì fuori nella foschia e lui,
succo crudo su di lui.»

Nell’illusione sintattica, nella distorsione delle rime, nel filtro lessicale, nella ricostruzione dei versi, nella rifrazione della voce, ogni parola tradotta da una distanza siderale appare reale quanto lo è una dimensione inaccessibile. Eppure è vera.
NGC 6826 è una nebulosa planetaria denominata in inglese blinking, perché all’occhio appare andare e venire, lampeggiare. Per coglierla nella lente del telescopio ti conviene ancorare lo sguardo a una stella che le è vicina, e poi attendere che quel gonfiore biancastro e filamentoso appaia fantasmatico dal fondo del Cigno. NCG 6826 è una stella morta, o meglio, l’eco di una stella morta: è tutta la vita di gas e materia che resta quando la sua definizione ordinaria è venuta a cadere, tutta la vita che ad anni luce dalla sua risoluzione continua a palpitare. Un saggio romanzato in 29 tanghi, 29 poesie in forma narrativa, un romanzo lungo 29 capitoli: la forma instabile che assume la narrazione, l’impossibilità della forma, in questo caso, è la più accurata descrizione, il precipitato esatto, di tutta la vita di gas e materia che resta quando un matrimonio, la definizione sociale di un amore, viene a cadere, eppure, oltre gli anni, i divorzi, i tradimenti, continua a battere sulle porte nel cuore della notte, in un andirivieni di taxi, lettere, viaggi, mani sui muri e sprofondamenti estatici, desideri reiterati oltre ogni limite, come sfida al tempo, ma soprattutto come richiesta di fede, come invito all’immaginazione.

Anne Carson si muove attorno al tema della bellezza e al tema del marito – due termini che appaiono conservare una relazione quasi univoca: la bellezza è del marito, ma il marito non appartiene alla bellezza ed è, perciò, costitutivamente, privo di bontà ed è perciò, inevitabilmente, la negazione dell’eroe greco che Carson evoca per poi, appunto, disfarsene – con lo stesso senso di sfasamento percettivo che si prova nell’osservare qualcosa di infinitamente piccolo, infinitamente grande, infinitamente lontano nello stesso momento. Nel giocare con le ottiche, il matrimonio, la trama sottile logora e tenace di un legame che prescinde dalla riarticolazione oggettiva dei fattori reali, viene dissecato nella sua sostanza cellulare oppure ripreso estensivamente e da una remotissima angolazione emotiva, come una galassia che interagisce con la nostra da una posizione di forza («anche ricevere questa lettera significò essere violata/ da un’iridescenza della sua persona/ da cui non potevo tenermi al riparo»), come un oggetto perso in questo immenso trauma celeste che rappresenta la nostra volontà ostinata di afferrare, capire l’origine dell’uomo e del più invischiante, infinito dei sentimenti.

Lo sperdimento, del traduttore prima e del lettore poi, di fronte a una narrazione che esplode nei rivoli delle sue cause – la bellezza – e delle sue conseguenze – la bellezza, sempre – è lo sperdimento non della rabbia e del dolore, ma del vero che dubita del reale e del reale che dubita del vero. Quest’amore è reale, come lo è il mio corpo che compartecipa della stessa attrazione o della stessa perdita, come lo sono la menzogna e la paura, come lo è l’irriducibile potere del desiderio, come lo è l’irrimediabile disfunzionalità degli esiti, reale il sangue dal naso per un’alta pressione, reale l’ironia che sconquassa e salva questo libro da ogni forma di melodramma, eppure, è vero? Fin dove è vero un matrimonio che si autodistrugge, è vero quest’amore che a stormi migratori si riconfigura e sfilaccia sui cieli invernali non consentendoci mai una presa, bensì sempre e solo un inseguimento? Ed è vera questa fine se continua a risuonare nel tempo come un limite procrastinabile, come un gioco, una battaglia, un dado lanciato in eterno?
Nell’illusione sentimentale, nella distorsione delle certezze, nel filtro dei vissuti, nella ricostruzione degli addii, nella rifrazione della promessa, ogni amore amato da una distanza siderale appare reale quanto lo è una dimensione inaccessibile. Eppure è vero.
Puoi guardare nel mirino oculare di un testo con la stessa abnegazione alla meraviglia che ti conduce nella pancia del cosmo, ma sai che le parole non ti appariranno più stabili di quanto non ti appaia questa stella doppia fatta di due corpi vicini – stella pulcherrima –, vicinissimi, ma che non condividono un legame gravitazionale: vale a dire che il moto dell’uno è indipendente dal moto dell’altro, eppure sempre resteranno così saldati nello stesso sistema stellare.

«Considerate come queste due persone
che non sono ancora sposate
se ne stanno incastonate nel destino di marito e moglie con la
fermezza
che hanno due molecole contigue in una reazione a catena»

Scegliere in che modo tradurre l’impermanenza del cuore, o meglio la sua mutevolezza, mi è parso come mettersi a guardare la coda di un serpente procedere ondulatoria fin tanto che le è dato di esistere – un movimento fatto d’ogni cosa, tranne che d’una linea retta –; essenzialmente, anche, una questione di arrendevolezza.
Come trasferire “il posto malfermo” del matrimonio – della relazione, più in generale – in una gabbia lessicale che ne protegga la precarietà, la plasticità, la fibra elastica e vulnerabile? Con la stessa attitudine con cui si crede che il posto malfermo sia l’unica condizione in cui il sentimento vive contro il tempo, con la stessa militare consapevolezza che «per combattere le resistenze del linguaggio, devi continuare a parlare», perché non esiste amore che non sia disposto a salire su un colle in una calda sera di giugno per credere in eterno a qualcosa cui non arriverà mai.

«Restare umani è infrangere un limite.
Ti piacerà se ci riesci. Ti piacerà se ci provi.»





Copertina: Disco di Nebra

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