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Il mostro che è in ognuno di noi. Autobiografia del Rosso di Anne Carson



Cosa ce ne facciamo dei frammenti? Li buttiamo se non sono ricomponibili. O tentiamo all’infinito di ridargli un ordine. E come li ricomponiamo se non ne conosciamo l’ordine prestabilito e nessun pezzo combacia? Ognuno a modo suo, ognuno partendo da sé e scegliendo il proprio ordine di composizione. È quello che fa Anne Carson nel bellissimo romanzo Autobiografia del Rosso, per La nave di Teseo, con i frammenti di Stesicoro della Gerioneide.
Carson nella sua biografia, che va scarsamente a riempire due righe, dice «nata in Canada e per mantenersi insegna greco antico», dichiara dunque la nascita e le sue lingue; sappiamo di lei che è poetessa per le liriche che spesso si trovano nelle riviste; di lei conosciamo anche che è saggista, per quel bel saggio dal titolo Economia dell’imperduto, uscito nel 2020 per Utopia. Ecco, sappiamo molti degli elementi che confezionano la base di questo romanzo: la letteratura greca, il contaminarsi delle lingue, i versi, e il punto di vista particolarissimo nel guardare ciò che rimane quando tutto si è dimenticato, il residuo.

Autobiografia del Rosso è una storia ricomposta, sono i frammenti, i versi, di Stesicoro messi in una scatola, mescolati, conditi con luoghi e tempi contemporanei, rimestati con letteratura inglese e tedesca, rigirati con un pizzico di tedesco e spagnolo, addobbati con tubi al neon e pullman e amalgamati con la grandiosa arte dell’immaginare e del narrare di Carson.

carson

Che l’autrice fosse attratta da un certo tipo di autori, con un tessuto linguistico quanto mai impervio, lo avevamo compreso già dal precedente saggio in cui si appassiona alla questione Celan, del quale scrive: «L’estraneità di Celan nasce dal linguaggio e torna nel linguaggio». In questo romanzo applica la stessa focalizzazione sulla questione linguistica, che si fa sopravvivenza, all’autore della Gerioneide: «[…] visse tra profughi che parlavano un dialetto misto di calcidese e dorico. Quando si è profughi si ha fame di lingue e si è pronti a tutto. Le parole rimbalzano. Le parole a lasciarle fare, fanno quello che vogliono e anche che devono fare». E con queste parole Stesicoro riempì ventisei volumi, di cui appunto ci rimangono solamente esigui frammenti. Rimangono i residui, ciò che non è andato perduto, che Carson recupera e a cui dà una nuova narrazione. Dà una nuova vita a Gerione, ragazzo difficile si direbbe oggi, timido, chiuso, in cui il panico prende talvolta il sopravvento, che cresce con una fratello maggiore molto meno inibito di lui, e una madre che fuma troppo e vede molto, forse tutto. Gerione, da che impara a scrivere e a fotografare, inizia a comporre la sua insaziabile autobiografia, insaziabile quanto un adolescente dalla storia complicata che vuole conoscere il mondo e sbatte sull’amore, amore che ha il nome di Eracle e sta scendendo da un pullman, dando così inizio a «la curva d’un urlo – puntato verso il costume / tutto umano / dell’amore sbagliato».

XLVII capitoli dell’autobiografia del Rosso, preceduti da cinque capitoli preparatori e con una intervista a Stesicoro in coda. L’autobiografia, in terza persona, si apre con una poesia di Emily Dickinson che parla di «un vulcano reticente» introducendo in tal modo tre voci che la storia non abbandonerà mai: Emily, i vulcani e i fatti. La voce di Emily serpeggia di citazione in citazione lungo le pagine, in un affidarsi di Gerione a lei come suo simile nella sensazione di estraneità dal mondo, le vicende che raccontano i vulcani sono la storia che il romanzo sta cercando, i fatti sono quelli che Gerione elenca, scrivendoli o fissandoli sulla pellicola. Nei temi a scuola parla di sé, di quel sé nato qualche secolo prima di Cristo, in cui i personaggi sono gli stessi ma gli esiti diversi a seconda di come li si guarda: «Sulla copertina Gerione scrisse Autobiografia. Dentro ci sistemò i fatti. Riepilogo dei fatti noti su Gerione. / Gerione era un mostro di lui tutto era rosso. Gerione viveva su un’isola nell’Atlantico chiamata Luogo Rosso. La madre di Gerione era un fiume che scorre verso il mare il fiume della Gioia Rossa il padre di Gerione era oro. Alcuni dicono che Gerione avesse sei mani sei piedi alcuni dicono ali. Gerione era rosso e rossa era pure la sua strana mandria di buoi. Un giorno arrivò Eracle ammazzò Gerione si prese la mandria». La maestra, notata la vena tragica, convoca la madre e sostano insieme di fronte a questo tema da lui svolto. La scena così descritta è tra le più geniali comparsa nei libri degli ultimi anni. L’autobiografia scrive il dolore, l’amore, il sesso, la fatica, il tormento, la paura, la gelosia, il cambiamento, insomma la vita nella sua evoluzione.

È un romanzo che racconta quasi in versi di una timida persona nata con ali e che sempre le nasconde sotto un giubbotto, una persona che ha qualcosa da celare per non andare incontro all’umano curioso o malvagio, per difendersi, per non esporsi, vivendo così per lo più all’interno spaziosissimo della propria mente per evitare il contatto con gli altri: «A gettarlo nella disperazione non era tanto / la paura del ridicolo, cui la quotidiana esistenza da persona rossa con ali l’aveva abituato / sin dai primi anni di vita, quanto quelle improvvise / diserzioni della mente. Forse era pazzo […]». Gerione può essere stato ognuno di noi e può essere qualsiasi bambino, adolescente, ragazzo, dai tempi dei tempi a oggi: una persona che si interroga sull’amore e sulle cose interpretandole come categorie del tempo e dello spazio – «Che aspetto ha la distanza? È una semplice domanda diretta. / Spazia da un interminabile interno fino al limitare / di ciò che può essere amato. Dipende dalla luce».

Carson
Anne Carson

La lacuna temporale non esiste in questa narrazione, i pezzi dell’identità del mostro rosso con le ali vanno a ricomporsi e formano un tutto prendendo tasselli di moltissimi altri mostri confinati da qualche parte in tutti i tempi e in tutti i luoghi: questa costruzione per ridare vita a un mostro che Stesicoro ha lasciato con la testa spaccata in due da Eracle e che Gustave Doré ha tratteggiato come essere deforme spaventoso nell’Inferno dantesco. La bellezza ora di leggerlo, e vederlo, in un giubbotto grande tra le vie di Buenos Aires e i tetti di Lima, nel suo personalissimo romanzo di formazione. Ed Eracle, spavaldo «ammaestratore di mostri» non gli spacca la testa in due lasciandolo morire sanguinante, gli spacca in due il cuore di certo però in quel percorso che prende e allontana il tempo dall’amore. Tutto ciò che rotea intorno a questa narrazione di Carson è un mondo costruito con lampi luminosi sia nella luce sia nel buio, con neon intermittenti e zampilli di lava, con personaggi a stratificare ogni dettaglio perché, come scrive l’autrice, «Non si dà persona senza mondo».

La questione della lingua, come in Stesicoro e in Celan, è viva e vibrante anche qui. È poesia o è prosa, o saggistica? È una lingua che permette al «tempo di arricciarsi a ritroso e poi fermarsi», e le permette un ordine di composizione della storia che è sia in versi sia in prosa, in un continuo affondo nella parole, in un lessico che incardina le cose fino a mostrarcele.

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