La voce di Anne Carson sembra provenire da un altrove assoluto. È la voce di una Pizia o di una Sibilla Cumana che articola il proprio enigmatico responso, il messaggio cifrato che viene sussurrato dal limite estremo di una soglia (la soglia dei vivi e dei morti, la soglia dell’essere e del non essere, la soglia tra reale e immaginario). Sta al lettore la capacità di decifrarlo – e non esiste una risposta necessariamente esatta, perché la parola di Carson, come si addice a tutti gli oracoli, si apre all’interpretazione e, da essa, si rigenera. Dopo Decreazione, opera ibrida che esplorava le molteplici possibilità della creazione e della dissoluzione, la casa editrice Utopia pubblica La norma sbagliata (titolo originale The Wrong Norma, traduzione dall’inglese sempre a cura di Patrizio Ceccagnoli), altro testo cardine della produzione di Carson, che può essere definito un «libro di frammenti». Audace esperimento di contaminazione letteraria, La norma sbagliata comprende tutto: poesia, prosa, saggistica, collage, narrativa e, al tempo stesso, va oltre ogni tentativo di definizione dando origine a un’idea alternativa di letteratura.
Tutte le opere di Anne Carson, del resto, appaiono di difficile definizione poiché sono composite, multiple, frammentarie, polifoniche, non riconducibili a una specifica unità di senso. Eppure, proprio da questa apparente mancanza di unità, lo stile di Carson trae la propria peculiare forza, la potenza trascinante di una scrittura che scorre impetuosa come l’acqua di un fiume e valica confini. La norma sbagliata infatti esplora tutte le molteplici possibilità del dire e dello scrivere e lo fa attraverso la tecnica del frammento che, in fondo, è ciò che meglio si accosta all’Infinito.

«Il tempo lineare» osserva Carson in un capitolo dal titolo Lezione sulla storia della scrittura del cielo «un’invenzione umana, mortale, non ha senso per me, inutile dirlo, nella misura in cui sono sempre esistito e forse esisterò». E quella stessa voce narrante eterna, confabulante, che continuamente scrive e argomenta, il Cielo presentato come una sorta di divinità morale, a un certo punto conclude: «la maggior parte delle idee che si concepiscono sul mondo sono frammentarie, fugaci, autodistruttive e presto dimenticate». Ecco dunque espressa la ragione del frammento: è l’unica forma in grado di contenere l’idea.
Ogni scrittore, ribadisce l’autrice, è un «soggetto in divenire» e nel narrarci questa evoluzione, l’Io collegato a tutte le cose («io sono il cielo»), ci include nel processo di scoperta. Credo sia proprio questa la meraviglia compiuta dalla scrittura di Anne Carson: riesce a metterci nel mezzo di una rivelazione. Frammento dopo frammento anche noi, come lettori e soprattutto come individui, ci scomponiamo e ricomponiamo; le sue parole liquide agiscono sulla mente e la plasmano aumentandone capacità di ricezione e intensità. Le parole di Anne Carson sono costellazioni di senso, galassie che si espandono o implodono in un inatteso big bang generatore di scompiglio e nuova coscienza. Spaziando dalla riscrittura dei dialoghi di Socrate a Platone; da Virginia Woolf a Proust; da Joseph Conrad a Omero, Anne Carson esplora la percezione attraverso una prosa quasi lirica che si moltiplica nel suo farsi e, soprattutto, si nutre di ambiguità.
Consideriamo un enunciato in apparente contraddizione come il seguente:
«Se chiamo, non rispondere al telefono. Permettimi di lasciare un messaggio postumo. L’ho sempre desiderato».
Oppure alla definizione “confusa” della vergogna, in grado di restituire alla lettera l’impressione aggrovigliata del sentimento:
«A volte mi abituo a vedere un certo senzatetto a un certo angolo di strada, poi un giorno quella persona scompare. Questo mi provoca ansia. E un certo sollievo. Tengo il mio dollaro. Evito la vergogna. Sono confusa. La vergogna è confusa».
Questa facoltà di “moltiplicare il senso”, Carson la deve sicuramente allo studio universitario della lingua greca e al suo lavoro di filologa. Il greco antico torna innumerevoli volte nel testo con riferimenti ad autori, teorie, problemi di traduzione o trascrizione («Ipponatte è un mistero. Il suo stile è una sfida») e rivela la permeabilità e la fluidità del linguaggio. In greco antico una parola non ha un unico significato, ma presenta diverse possibili varianti e sfumature e, anzi, spesso rivela pure una contraddizione interna, come phàrmakon che significa al contempo «medicina» e «veleno». Il vero collante dell’opera, in definitiva, ciò che rende unitario il frammento, è il tentativo di governare la realtà attraverso il linguaggio.

L’Io di Anne Carson è un continuo travestimento, un audace camuffamento, per cui è difficile cogliere dove inizi l’autobiografismo nei suoi testi e dove, invece, si tratti di ironia, scherzo, burla. Tra i frammenti più commoventi troviamo Neve, in cui la protagonista sta preparando una conferenza universitaria sulla parola idea («deriva dal greco antico “vedere”»), quando sua madre – da tempo malata – muore: «Tre giorni prima della data della conferenza mia madre morì. Io caddi in ginocchio in cucina», solenne incisività della frase che si situa come una coltellata nel mezzo di varie divagazioni sul termine idea e pare spezzare il ritmo, la sintassi, il respiro. Il senso stesso del dolore si esprime attraverso i frammenti («ma potrebbero essere frammenti di qualche sogno ansiogeno, non necessariamente un ricordo affidabile»), infine si riunifica e solidifica nella neve che cade, impressione fugace di un passato perduto («fissai la neve per un po’. Immagino che lei abbia fatto lo stesso»). A restituire continuità al testo spezzato è lo scorrere del tempo, la capacità di muoversi strato su strato, come accade in Nuotare in Hölderlin, testo che custodisce la rivelazione forse più significativa del libro: «Il mio cuore è nuotato attraverso il tempo. Questa frase mi sembra un esempio di accuratezza». Anne Carson riesce a mostrarci la permeabilità della Realtà attraverso la parola: nella scrittura tutto scorre, è in divenire, in movimento.
La norma sbagliata del titolo è un riferimento a Simone Weil – come era accaduto con Decreazione, che si rifaceva al neologismo coniato dalla filosofa in L’ombra e la grazia (1949) secondo cui «Dio può essere presente nella Creazione solo nell’assenza», la cosiddetta kenosi divina. Se Decreation era un tentativo di sublimazione dell’Io, la volontà di esplorare la possibilità dell’ignoto andando «oltre il poter raccontare ciò che si sa», The Wrong Norma vuole essere un elogio della contraddizione: la contraddizione generalmente lascia perplessi, Carson invece la ricerca e la affina al punto da farne un’arte, come da lei stessa dichiarato in un’intervista:
«Si possono pensare cose diverse o più vaste o che si trovano al di sotto dei nostri pensieri. La contraddizione è un improvviso cambio di paesaggio. E quell’allentarsi della mente è consentito dall’essere sbagliati».
Scrivere una parola, legittimarla, significa conferirle senso e significato: ne «la norma sbagliata» Anne Carson riconosce la realtà dell’errore, dunque afferma la possibilità del fallimento. «Cosa significa fallire?» è, non a caso, la domanda che apre il libro. Nel testo iniziale della raccolta la protagonista è una donna che nuota in un lago, di nuovo torna l’atto del «nuotare attraverso il tempo» che esprime il movimento liquido della scrittura di Carson. Nell’equazione che titola il primo brano 1=1 troviamo già espressi gli intenti enunciativi dell’intera opera: «Parole come fondamento logico diventano, be’, ridicole (…) l’esistenza e il suo senso appartengono alla singolarità. Le frasi sono strategiche. Ci lasciano andare».

Secondo Simone Weil la contraddizione è un utile evento della mente, perché la fa allentare, sciogliere. «Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico. Sono largo. Contengo moltitudini», affermava l’americano Walt Whitman, il creatore della poesia moderna, in Song of Myself. La norma sbagliata si inserisce nel solco della tradizione tracciata da Weil e Whitman e ne prolunga l’eco. Nella contraddizione si esercita l’espansione dell’Io, il prodigio dell’Essere, l’atto di liberazione supremo. La scrittura dell’autrice canadese – spesso menzionata tra i favoriti per il Premio Nobel per la letteratura – è un esercizio dello spirito. Non a caso è nota, oltre che per le sue opere, per la prolifica attività di classicista e l’ottima traduzione inglese di Saffo: non è quella di Saffo una poesia di frammenti che, però, racchiude l’assoluto e riesce a bruciare in un solo verso l’infinità dei secoli?
Per leggere Anne Carson bisogna inseguirla, oltre la norma, oltre l’ordine e la struttura, abbandonandosi a un flusso ininterrotto di parole e immagini che scorre liquido come l’acqua. L’abbandono sarà poi ripagato da una serie di scoperte inattese, veri e propri “attimi di senso”, potremmo chiamarli moments of being – momenti d’essere – scomodando Virginia Woolf. Ogni scrittore è un mentitore – e questo Carson lo sa bene, è la ragione per cui pratica la letteratura come una sfida e la applica come uno strumento di pensiero. Solo lei sa farlo con ironia, con consapevolezza, con audacia; e con irresistibile grazia.
Immagine di copertina: uno scatto iconico di Anne Carson