All’inizio del primo tomo di Sodoma e Gomorra il Narratore assiste – di nascosto, non visto – all’incontro omosessuale fra il barone di Charlus e Jupien. È uno degli episodi fondanti della Recherche, che permette a Proust di scrivere dei cosiddetti «discendenti di Sodoma», ossia degli invertiti, che a suo dire formano una vera e propria razza «costretta a vivere nella menzogna e nello spergiuro perché sa che il suo desiderio è considerato punibile e vergognoso, inconfessabile».
Nelle pagine che seguono il Narratore accosterà gli invertiti agli ebrei, maltrattati come sono, isolati dalla società e dal quieto vivere, amici senza amicizie e senza amore, fino ad accennare a un «poeta festeggiato un giorno in tutti i salotti, applaudito in tutti i teatri di Londra, e il giorno dopo scacciato da tutte le locande e privo d’un guanciale su cui posare la testa». Il poeta a cui Proust si riferisce è naturalmente Oscar Wilde.

Proust conobbe Wilde pochi anni prima che questi fosse messo al bando dalla società civile e poi incarcerato per omosessualità. Glielo presentò un amico; qualche giorno dopo Wilde andò a visitarlo nella sua casa del boulevard Malesherbes, però Proust giunse in ritardo e, davanti ai suoi genitori, Wilde esclamò: «Quanto è brutta la vostra casa!», per poi andarsi a rifugiare in bagno. Poco dopo, all’arrivo del giovane Proust, Wilde gli disse: «Credevo che avrei avuto il piacere di cenare da solo con lei, ma mi hanno fatto entrare in un salotto. Ho dato un’occhiata, e in fondo ho visto che c’erano i suoi genitori e mi sono perso di coraggio. Addio, caro Mr. Proust, addio…». L’episodio è riportato in tutte le biografie di Wilde, tuttavia Proust la trasfigura anche in una reminiscenza della Recherche, nel volume La Prigioniera, dando a Wilde le vesti di Charlus, che in visita dal Narratore dirà a sua volta, nella traduzione di Giovanni Raboni: «Quanto è brutta la vostra casa!».
Si è soliti scrivere, usando a pretesto il Contro Sainte-Beuve, che Proust sia contro il biografismo nella critica letteraria e dunque nella letteratura stessa. Ma basta leggere con un minimo di attenzione proprio il Contro Sainte-Beuve per scoprire quanto questa asserzione sia approssimativa e perfino fallace. Infatti Proust non è a priori contro il biografismo, tanto che nei capitoli su Nerval e Balzac scrive approfonditamente delle loro esistenze, fino a dire, a proposito di Balzac: «Se, come è stato più volte osservato, i personaggi dei suoi romanzi erano esseri reali, tanto che egli discuteva seriamente quale fosse il miglior partito per Clotilde de Grandlieu o per Eugénie Grandet, si può egualmente dire che la sua vita era un romanzo ch’egli costruiva assolutamente nella stessa guisa.» (Dal capitolo Sainte-Beuve e Balzac, traduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini e Paolo Serini).

No, ciò che in realtà dice Proust riguardo al biografismo – ciò che rimprovera a Sainte-Beuve e alla sua “méthode” – è diverso e ben più sottile. Proust scrive, rivolgendosi alla madre (il Contro Sainte-Beuve è un lungo discorso tenuto di fronte a sua madre), che l’opera del poeta non può essere giudicata in base alla sua vita e soprattutto in base ai suoi vizi, come era per l’appunto solito fare Sainte-Beuve nelle Causeries du lundi. D’altronde Proust si “vendica” spassosamente di Sainte-Beuve – che maltrattava e sminuiva Baudelaire e ignorava Nerval e mal comprendeva Balzac: questi i suoi peccati maggiori – anche nella Recherche, attribuendo non pochi suoi vezzi a madame de Villeparisis, che infatti compare pure nel Contro Sainte-Beuve, libro che può essere letto come un saggio romanzato, dove afferma che Balzac era un cafone malvagio e che invece Sainte-Beuve era, lui sì, una persona squisita, un vero uomo di mondo.
«L’uomo non è che un uomo e può perfettamente ignorare quel che vuole il poeta che vive in lui» scrive ancora Proust, nel capitolo su Baudelaire di Contro Sainte-Beuve. D’altra parte per il poeta autentico la letteratura e la poesia possono diventare più importanti e addirittura più reali della vita stessa; Proust ricorda per esempio che Wilde era solito dire che il più grande dolore della sua vita era la morte di Lucien de Rubempré in Splendori e miserie delle Cortigiane, cioè qualcosa di immaginario, di fittizio. Tuttavia Proust chiosa anche che in seguito la vita avrebbe insegnato a Wilde che ci sono dei dolori ben più profondi di quelli causati dai libri.

La tragedia di Wilde aveva segnato profondamente Marcel Proust. Come Il ritratto di Dorian Gray, la Recherche è un romanzo che tratta di omosessualità, sebbene Wilde dovesse giocoforza essere meno esplicito di Proust, pena la censura o la galera. E come abbiamo visto con la battuta sulla casa di Proust («Quanto è brutta la vostra casa!» esclamano all’unisono Wilde e Charlus, nella vita e nell’opera), il barone di Charlus condivide alcuni tratti del proprio carattere con Wilde. E non soltanto il carattere, anche il destino, che come scriveva Eraclito è racchiuso proprio nel carattere, visto che, all’insegna di Wilde, ne Il tempo ritrovato Charlus finirà per essere il portatore della sua stessa tragedia, sia pure senza la galera e le umiliazioni subite da Wilde, ma come lui devastato dalla vita e dalla malattia fino a diventare poco più che lo spettro derelitto di ciò che è stato un tempo.
Se è vero, come osservava Italo Calvino, che i classici – e più in generale i grandi libri – sono quelle opere che quanto più si crede di conoscere “per sentito dire” tanto più possono risultarci inaspettate e inedite, allora il personaggio di Charlus nella Recherche ha davvero molto da insegnarci.
Lo sguardo di Proust non manca mai di pietà nei confronti dei propri personaggi, e il barone ne è forse l’esempio più lampante. Il Narratore non lo condanna mai del tutto, malgrado i suoi errori e i suoi vizi, e anzi lo rispetta sempre e sembra ammirarlo anche nella devastazione finale, quando il Tempo avrà manifestato su di lui l’orrore del suo trascorrere e del suo morire. Di fatto viene da chiedersi, tornando a Wilde, se nell’apocalisse de Il tempo ritrovato Proust non avesse in mente anche il grande poeta inglese, la sua solitudine e il suo ciondolare per le vie di Parigi, il suo volto ricoperto di cipria e di unguento per nascondere l’esantema di cui soffriva e l’incipiente e precoce vecchiaia.
Cosa diremmo, oggi, di Wilde? E del barone di Charlus? In tempi nei quali le gogne dei social network e dei giornali mettono al bando uomini e opere con ferocia inaudita, la lezione di Proust è che non dobbiamo mai smettere di provare pietà per i perseguitati, per coloro che osano sfidare la morale corrente e che spesso finiscono sconfitti e soli. Non si tratta di parteggiare per il “male” (posto che si possa sapere «cosa è bene e male per il genere umano», come dice un verso di Wisława Szymborska), bensì di capire che non sempre il male, ossia ciò che in un certo periodo storico consideriamo errato o scandaloso o comunque fuori dalla norma e affatto alieno da noi, è compiuto da persone veramente maligne.
L’uomo rimane un uomo anche e forse a maggior misura nella rovina e nell’errore. Se quindi è vero – e lo è – che la vita dell’artista è ben altra cosa rispetto alla sua opera, è altresì certo che l’opera rimanda spesso alla vita e viceversa, in un nutrimento reciproco e costante, come insegnano Wilde e Charlus, e che se ci commuoviamo per le sventure che leggiamo nei libri dobbiamo pure saper riconoscere le disgrazie che davvero ci capitano davanti agli occhi quando viviamo. Anche questo ci insegnano la maggior parte dei grandi romanzi, Recherche compresa: a non restare indifferenti, a essere buoni. La pietà di Proust è un’altra prova della sua grandezza.