Le parole sorgono dall’estremità più nera della notte, luminose sgorgano dalla sorgente di cristallo del tempo. «Non voglio andare altrove, se non fino in fondo» fu il suo messaggio d’addio. Il 25 settembre 1972 Alejandra Pizarnik si toglieva la vita a Buenos Aires con un’overdose di seconal, il farmaco che utilizzava da anni contro l’insonnia, avverando così la morte anticipata, corteggiata, cantata e vezzeggiata nei suoi scritti.
Trentasei anni per sempre. Aveva grandi occhi verdi, color rugiada di primavera, che ancora scrutano interrogativi dalle fotografie in bianco e nero nelle quali emerge il suo volto diafano, pallido e assente. Sembrava provenire da un oltremondo come una dea dell’Olimpo – sarebbe stata la fiera Minerva o, forse, l’algida Diana arciera, divinità lunare – ma era una figlia dell’abisso e lì tornava tessendo le trame di vento dei suoi canti poetici. Scrisse, quanto scrisse, sempre, ininterrottamente, pur consapevole del limite delle parole e della sua incapacità di superarlo, perché è impossibile dire «ciò che non esiste», come il silenzio, che non appena è nominato si infrange, ecco, non c’è più. Alejandra Pizarnik portava il linguaggio sino allo stremo, nel costante tentativo di dirsi, di definirsi, smarrendosi, per trovare «una parola che sia vera».

Oggi in Italia il nome di Pizarnik è oggetto di una tardiva, ma necessaria, riscoperta: la casa editrice La Noce d’Oro ha dato alle stampe i suoi diari in due volumi, Il ponte sognato e Canta, mia piccola notte, nella traduzione di Roberta Truscia. Parallelamente Crocetti pubblica ora l’edizione completa delle sue poesie nella traduzione dell’ispanista Matteo Lefévre, con una prefazione firmata da Concita De Gregorio.
Scopriamo che il vero nome di Pizarnik era Flora, si chiamava come un fiore. La famiglia era di origini russe e a casa la chiamavano affettuosamente Buma o Bumita, «fiorellino». Alejandra era il nome che si era scelta per rinascere nuova a sé stessa, il nome della poesia, melodico come un canto andaluso. In Solo un nome proclama l’importanza di questo battesimo in una ripetizione tripartita:
«alejandra/alejandra/ solo un nome e sotto ci sono io/alejandra».
Lei che era una creatura della notte e di notte scriveva, poiché «nella notte vive chi è privo di tutto» e l’oscurità era il solo spazio che le permettesse davvero di naufragare dentro di sé. Ci sono profondità che la luce del giorno non conosce, né rivela. «Le mie parole esigono silenzi e spazi abbandonati» scrive Pizarnik. Sempre torna, come una costante e una bussola utile per orientarsi, la notte, «la notte», forse la parola più presente e ripetuta nei suoi scritti, sino a diventare correlativo oggettivo di un’anima: «La poesia, la notte. (…) Conosci tu la notte?»
Le parole di Alejandra Pizarnik sono un ululato, uno squarcio che lacera le tenebre «E avrei cantato fino a divenire una cosa sola con la notte/fino a dissolvermi nuda sulla soglia del tempo».

Scoprii per la prima volta lei e la sua poesia durante un soggiorno a Madrid, ormai dieci anni fa. Mi lessero in spagnolo una delle sue poesie più famose, il cui titolo è appunto esplicativo: La noche, la notte. Era una calda serata madrilena di inizio primavera, il nome Pizarnik mi suonava sconosciuto, esotico e criptico come ogni cosa in quella nuova città in cui persino le vie parevano un labirinto. Una poetessa argentina, dal cognome russo perlopiù (l’originale, avrei scoperto poi, era Požarnik). Sembrava un rebus; ma devi conoscerla se studi letteratura e ti piace la poesia, mi assicuravano. Cercavo di tradurla in italiano, lo feci malamente, mi rimase in testa quel ritmo cadenzato, spagnoleggiante, le frasi si susseguivano l’una all’altra come una nenia o una ninnananna che culla ma non addormenta:
«Poco sé de la noche/
pero la noche parece saber de mí».
Da quel momento non l’avrei più dimenticata, lei, Alejandra, la figlia della notte. Le sue parole laceravano, sgualcivano il silenzio, penetravano il buio. Era notte pure a Madrid quando mi lessero la sua poesia, canto flautato e caldo oltre i rumori e le luci della città, sembrava provenire da remote lontananze e bloccare il tempo in un’oscurità primigenia, assoluta, da origine o fine del mondo. Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte, mi concentravo sui suoni, sulla cadenza, faticando a comprendere il significato mi pareva tutto un fruscio. Mi affascinavano la melodia e la malinconia palpabile che traspariva dai versi: «So poco della notte/ma la notte sembra sapere molto di me». Cercai la traduzione, dopo, all’epoca Pizarnik era ancora semi sconosciuta in Italia, di lei c’era appena una raccolta di poesie, La figlia dell’insonnia, ormai fuori catalogo.
«Le parole sono l’unica cosa che esiste/nell’enorme vuoto dei secoli/che ci graffiano l’anima con i loro ricordi».
Questo verso, in particolare, mi si insinuò nella gola come una lama di coltello – e lì rimase. Tuttora non posso leggere La notte senza avvertire un istintivo impeto di commozione: è un canto che continua a parlarmi con intensità, come se fosse sempre la prima volta. Le poesie complete di Pizarnik edite da Crocetti restituiscono questa emozione in maniera amplificata, la fanno risuonare in un’eco di «tutte le voci», perché lei scriveva: «non posso parlare con la mia voce, ma con le mie voci».

Ci vuole coraggio per entrare nel buio della notte a occhi aperti. Di Pizarnik mi attrasse sin dal primo momento il nomadismo esistenziale, che non è uno stile di vita ma una maniera d’essere, di stare al mondo «mi riporta alla sconosciuta che sono/mia emigrante di sé» scriveva, «per me che sono errante/che amo e che muoio». La sua voce è singolare e plurale al contempo, si moltiplica e si espande nel canto comprendendo anche l’alterità, la differenza, ma senza mai trovare requie alla sua inquietudine: «Eravamo tante, tanti, eravamo moltitudine. In tutte le mie vite ho avuto sete. Ho chiuso tutto ma c’è vento dentro».
Era perennemente in fuga, lei Figlia del vento, ma era da sé stessa che fuggiva e la scrittura era la sua unica maniera di ritrovarsi, nella dispersione, nella frammentazione, si ricongiungeva.
«guardati da me amore mio
guardati dalla donna silenziosa nel deserto
dalla viaggiatrice con il bicchiere vuoto
e dall’ombra della sua ombra».
La sua è una scrittura dell’inconscio, un costante tentativo di affondare dentro di sé, di scoprirsi senza mai rivelarsi del tutto, naufragare diventa per lei l’unica maniera per liberarsi: «Dove porta la scrittura? Al nero, allo sterile, al frammentato» annota. Nell’oscurità poteva smarrirsi sino a trovarsi faccia a faccia con l’abisso da cui proveniva, dove le cose perdono i contorni consueti e resta solo l’essenza ed è lì, nella vertigine segreta del senso, che la parola scivola e fluisce: «Io volevo affondare, conficcarmi, ancorarmi. Io volevo entrare nella tastiera e stare dentro la musica per avere una patria».
La vera patria perduta di Alejandra era la sua infanzia infelice, cui continuamente tornava come per consolare un pianto inguaribile. Lo sradicamento le apparteneva sin da quando era bambina: nacque in Argentina nell’aprile del 1936 da una famiglia ebrea di origini russe, non si sentì mai perfettamente integrata. Solitaria, selvatica, visse un costante conflitto con la sorella maggiore Myriam – era l’opposto di lei, bella, bionda, la prediletta della madre – e da adolescente soffrì di disturbi alimentari. In famiglia non la capivano, se ne stava sempre per i fatti suoi, a leggere e scrivere, «parla sempre di morte» bisbigliavano tra loro le zie. L’unico che cercò di aiutarla fu il padre, Elias, che sovvenzionò di propria tasca la prima plaquette di poesie della figlia.
Dopo la scomparsa precoce del signor Pizarnik, avvenuta a causa di un infarto fulminante, Alejandra si sentì ancora più perduta e le crisi depressive si accentuarono. Anni dopo la sorella Myriam l’avrebbe ricordata con parole che, lette a posteriori, non fanno che accentuare quel senso di solitudine, emarginazione e incomprensione che Alejandra Pizarnik dovette provare (e patire) per tutta la sua vita: «Leggeva sempre. Parlava di questi francesi: Sartre, Baudelaire. Scriveva», come ricorda Concita De Gregorio nella prefazione.
Lei era una figlia della notte e solo nell’oscurità poteva fuggire:
«Scrivi poesie/
perché ti serve un luogo/
in cui sia ciò che non è».
Nell’edizione completa delle poesie edita da Crocetti si trova anche un inaspettato omaggio a Emily Dickinson, in cui Pizarnik scrive: «Dall’altro lato della notte la attende il suo nome» e nel finale «Lei pensa all’eternità». Parlava della poetessa statunitense o di sé stessa? Mi ha sorpreso constatare quanto fossero simili, in fondo, lei e Dickinson; le accomunava una vitalità dirompente quanto oscura, potremmo definirle le “sorelle della notte”, entrambe si trovavano su una sponda altra, in un altrove imprecisato. C’è una bella poesia di Emily Dickinson, che probabilmente Alejandra conosceva. Si intitola Buongiorno mezzanotte, torno a casa e, negli ultimi versi, recita così:
«Tu, Mezzanotte – non sei così bella –
Io scelsi il giorno –
Ma, ti prego – accogli una bambina
che egli ha cacciato via!»
Le traiettorie di Dickinson e Pizarnik sono speculari in questo senso, si incontrano sulla soglia della mezzanotte: entrambe tornano alla notte come ultimo approdo, entrambe si sentono «bambine perdute». Alejandra, per tutta la vita, sarebbe stata una bambina poco amata o male amata, come ricorda nei frammenti poetici in cui fanno capolino figure di bambole sventrate o dai pallidi vestiti rosa e azzurri «parole (…) preferisco quelle che evocano la bambola d’una bambina disgraziata». In Tempo scrive: «Io non so altro dell’infanzia/che una paura luminosa (…) La mia infanzia e il suo profumo di uccellino accarezzato».
Non si guariscono mai le ferite dell’infanzia, sono destinate a tornare in nuove forme e sotto diverse sembianze, diventano traumi, fobie, ossessioni, assumono i contorni sbiaditi di una notte in cui perdersi. La bambina Buma, fiorellino, piangeva sommessamente in ogni poesia dell’Alejandra adulta, che ancora voleva fuggire e non sapeva da cosa né perché.

A un’analisi più attenta i termini più ricorrenti nelle poesie di Pizarnik sono tre: «notte», «vento» e «angeli». Il primo è ormai noto, la notte diventa origine ed estensione della poesia stessa; il secondo rimanda alla fuga e al nomadismo, in una celebre poesia Alejandra si definisce una «Figlia del vento», lei che sente «il vento dentro». Quanto alla terza occorrenza, «angeli», ritorna spesso come simbolo spirituale o di ricerca di felicità, specchio di una purezza impossibile: «la mia solitudine ha le ali», scrive Pizarnik. Richiama le poesie di Rilke, Le Elegie Duinesi. Pizarnik amava Rilke. Nel primo dei suoi diari Il ponte sognato, edito in Italia da La Noce d’Oro, scrive:
«Il fatto è che Rilke mi prende per mano e mi parla dolcemente, rievoca qualcosa che ho vissuto senza averlo davvero vissuto, come se si trattasse di un avvenimento che mi accadde in un’altra vita, molto antica, immemore, ma più reale di questa, come se fosse degenerata in questa».
Gli angeli ritornano spesso nelle opere di Alejandra Pizarnik, poeta dell’erranza e della nostalgia. Spesso sono angeli neri, oscuri, perduti, figli della notte e dell’insonnia. In fondo lei stessa non era che un angelo caduto che cercava ali per volare.
In Figlia del vento scrive:
«Tu piangi al di sotto del tuo pianto,
tu apri lo scrigno dei tuoi desideri
e sei più ricca della notte».
Incanto e disperazione, sono le caratteristiche fondamentali di ogni poeta. C’è una canzone di Fabrizio De André, forse poco conosciuta, che però io amo molto, Giovanna D’Arco (1974), è il rifacimento di un brano di Leonard Cohen. Ci mostra l’eroina di Francia sotto una veste inedita, malinconica, mentre cavalca in solitaria e prova a immaginare, per un attimo, un destino diverso, pur sapendo che la sua inclinazione è un’altra: «Un vestito da sposa/o qualcosa di bianco/Per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto». Un verso dice: «E amo la tua solitudine/amo il tuo sguardo». Mi riporta ad Alejandra, ai suoi occhi tristi e lontani, color rugiada di primavera.
Immagine di copertina: Alejandra Pizarnik by Sara Facio, Public domain, via Wikimedia Commons