10.07.2025

L’altra Emily Dickinson. Intervista a Sara De Simone

Una conversazione con la scrittrice, traduttrice e studiosa che nel suo nuovo libro, "Una tranquilla vita da vulcano", ci svela il lato inedito di una poetessa di fama mondiale

Più che «cosa sappiamo di Emily Dickinson» dovremmo chiederci «cosa non sappiamo», interrogando il mistero mai svelato della poetessa vestita di bianco. È la chiave di lettura ideale per approcciarsi a Una tranquilla vita da vulcano. Una storia di Emily Dickinson di Sara De Simone (Solferino, 2025), libro che già nel titolo contiene un ossimoro. Dopo il successo di Nessuna come lei (Neri Pozza, 2023), dedicato all’amicizia nascosta tra Katherine Mansfield e Virginia Woolf, la scrittrice e studiosa torna a indagare i segreti di una nota figura della letteratura mondiale: stavolta si tratta della poetessa di Amherst, di cui ci è stato tramandato il mito di “giovane donna reclusa” o di “vergine esclusa” facendo di una donna un simbolo di purezza intoccabile e quasi astratta. Il nome di Emily Dickinson oggi si associa immediatamente alla poesia, ne è divenuto l’incarnazione diretta, sebbene le oltre 1800 liriche scritte in vita da Dickinson furono pubblicate soltanto dopo la sua morte. Fu la sua fama postuma a crearne la mistificazione, dettata forse anche da ragioni editoriali. Queste pagine però ci rivelano l’altra Emily: scopriamo l’ironia, l’arguzia, la passionalità estrema di una donna che ebbe il coraggio di vivere in modo controcorrente per l’epoca, esercitando appieno la propria libertà, anche creativa.

Una tranquilla vita da vulcano di Sara De Simone (Solferino Libri)

Sara De Simone in questo breve libro-saggio dal ritmo incalzante interroga la figura di Emily Dickinson a partire dai testi, lascia che sia la sua voce a parlare e a raccontarsi attraverso le poesie, le lettere, i frammenti poi filtrati dalla censura familiare. Ed è proprio dalle poesie, dalla voce immortale e ancora viva di Emily, che emerge «un’altra solitudine» di cui De Simone lascia intatto il segreto poiché «esistono misteri davanti a cui è giusto arretrare» e ciò che è davvero importante ricordare, infine, è il senso della scelta di Dickinson che, in fondo, non si distanzia poi molto dalla “stanza tutta per sé woolfiana nell’incarnare la difesa di uno spazio di autonomia esistenziale e letteraria. Dunque, chi era la vera Emily Dickinson? Impossibile dirlo con certezza. Ora sappiamo che era anticonformista, ironica, sagace – e che amava una donna, Susan. Ne abbiamo parlato in questa intervista.

«Una tranquilla vita da vulcano», già il titolo del libro contiene un ossimoro evidente. Parli di una Emily Dickinson fuori dagli schemi: vitale, ironica, coraggiosa, in apparente contrasto con l’immagine che ci è stata tramandata dai biografi. Qual è stato l’indizio che ti ha fatto scoprire, o forse sospettare, l’esistenza di questa “altra Emily”?

Devo dire che ho avuto la fortuna di avere delle straordinarie maestre, Nadia Fusini e Barbara Lanati, che hanno raccontato Emily Dickinson in una maniera diversa rispetto al consueto. Lanati in particolare ha dedicato gran parte della sua ricerca alla biografia di Emily Dickinson e il suo studio continua a essere un punto di riferimento assoluto. Quindi sono partita innanzitutto da dei grandi modelli. Poi, per anni, ho letto e frequentato Emily Dickinson essendo spesso insoddisfatta rispetto alle traduzioni, perché è una lingua difficile la sua da rendere in italiano; finché non ho incontrato le traduzioni di Silvia Bre, che per me sono state una rivelazione, perché lì ho veramente sentito la voce di Emily Dickinson. La cosa più importante da fare per conoscere i lati meno noti di un autore è leggere i testi, lavorare sui documenti. Non possiamo né dobbiamo mai accontentarci della versione ufficiale o della versione più comune. È troppo facile raccontare Emily Dickinson concentrandosi solo su uno dei momenti della sua vita, che è il momento in cui scelse – a circa trentasei anni – di non uscire più di casa. Innanzitutto, ci sono più di trent’anni di vita prima, che vengono sempre messi in secondo piano: c’è un’infanzia, una giovinezza, quindi anni estremamente vitali. C’è una tendenza misticheggiante su Emily Dickinson che io non apprezzo per nulla, perché rappresenta un impoverimento della sua figura.

La prima parte del libro si sofferma appunto sugli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Emerge il ritratto di una giovane ribelle, controcorrente, anticlericale, persino. Ha un gruppetto di amiche chiamato “The Five” di cui lei è la leader indiscussa. Sembra un’adolescente come tante, normalissima, quasi contemporanea. È questo il lato moderno di Emily Dickinson? Cosa la rende ancora moderna, secondo te?

È stata una donna fuori dal suo tempo, sia per come pensava, sia per come agiva nella sua vita, sia per come scriveva. La sua stessa scrittura era incredibilmente moderna, sperimentale. E lei questo lo capì molto bene, al punto da decidere di non pubblicare. Quando uscì la prima edizione postuma delle sue poesie si trattava di poesie ripulite, emendate, per adattarle al gusto dei contemporanei: furono tolti i trattini, ad esempio, che erano invece il suo tratto caratteristico. Emily Dickinson era una donna capace di tenere insieme «diagrammi di rapimento», come lei stessa scrisse. Sapeva conciliare la poesia con la capacità di impastare una torta: era una cuoca provetta, una pasticcera impeccabile, una giardiniera straordinaria, quindi la dimensione materiale nella sua vita era estremamente presente e si accompagnava con l’astrazione, con la spiritualità. Rispetto all’infanzia, all’adolescenza, è davvero incantevole stare a osservarla: aveva appunto questo gruppo di amiche di cui era capobanda. Ho cercato di ribaltare la narrazione che la voleva timida, riservata. Sicuramente aveva le sue timidezze, ma era anche molto carismatica, in realtà.  Per questo parlo sempre dell’importanza delle fonti, andando a verificare sui testi, leggendo le lettere, emerge il ritratto di una donna sincera con sé stessa, divertentissima, ironica, come tante altre che sono state rinchiuse in categorie asfittiche, depressive. Penso anche a quanto accaduto a Virginia Woolf e Katherine Mansfield – donne di un’autoironia fuori dal comune – questo aspetto vero, vitale ora deve emergere assolutamente. 

Dedichi molto spazio e, giustamente, approfondisci la relazione con la cognata: Susan Gilbert. Si definivano «the only poets», Emily in una lettera le scrisse una frase bellissima: «Susie, io e te siamo gli unici poeti, mentre tutti gli altri sono prosa». La loro relazione è stata a lungo oscurata persino dai critici.  Come ti sei spiegata le ragioni di questa reticenza?

Buona parte della critica ha dato più spazio alle sue relazioni con uomini – penso al giudice Otis – che sono comunque più esili, più oscure, minimizzando invece il suo rapporto con Susan. Su questo non ci sto, è proprio una menzogna: non si può ridurre quel rapporto a una relazione marginale. Da questo punto di vista è stato fatto un grande lavoro da parte di Martha Nell Smith, una delle massime esperte di Emily Dickinson, che ha poi pubblicato tutte le lettere di Dickinson a Susan Gilbert. Possiamo quindi constatare che molti manoscritti sono stati manomessi e il nome di Susan è stato cancellato da più mani che hanno organizzato le sue prime pubblicazioni. Quindi la censura del nome di Susan, del suo rapporto con Emily, è iniziata da subito, anche da parte della famiglia. In Italia di Susan Gilbert parlano Barbara Lanati e Marisa Bulgheroni all’interno delle loro biografie. Volevo fare di Susan un asse portante all’interno di questo libro, visto che molte cose di Dickinson già si sanno mentre questo rapporto con la cognata è meno approfondito. Penso che quella con Susan sia stata la relazione centrale all’interno della vita di Emily Dickinson, innanzitutto da un punto di vista affettivo-sentimentale, ma anche creativo e artistico.

Leggendo il libro si ha l’impressione che la poesia stessa di Dickinson sia nata dall’amore per Susan. Quando Susan sposa Austin, il fratello di Emily, lei la sente lontana, perduta, ed ecco che inizia a scrivere. Pensi che ci sia un forte legame tra la scrittura di Emily e l’esistenza di Susan?

Quel che è certo è che l’inizio della scrittura poetica di Dickinson coincide con la lontananza da Susan, sebbene all’inizio lei forse non fosse del tutto consapevole dei suoi sentimenti. Io arrivo a dire – e lo credo – che Susan sia stata in qualche modo un po’ la editor di Emily Dickinson. Addirittura Emily arriva a dirle: «Eccetto Shakespeare tu sei la persona che mi ha insegnato di più al mondo». Credo sia molto importante ricostruire le relazioni tra donne, che sono state fondamentali nella storia della letteratura. Oltre alle vite delle donne, quello che scompare dalla storiografia tradizionale, sono le loro relazioni con altre donne, perché o vengono sminuite o vengono raccontate come delle semplici “amicizie” o addirittura rivalità. Invece, quando si vuole raccontare una biografia, bisogna raccontare le relazioni intorno: per narrare la storia di una singola, bisogna raccontare il suo mondo. Isolare Emily Dickinson, come “genio fuori dal comune”, senza spiegare l’importanza delle sue relazioni – e nello specifico della relazione con Susan – impoverisce il nostro sguardo su di lei. Dicevo a proposito di Woolf: non si può capire Virginia Woolf senza leggere il suo rapporto con Katherine Mansfield – e ora dico lo stesso di Emily Dickinson, non si può capire Emily Dickinson se non si approfondisce il rapporto con la cognata. Sono poesie, quelle di Dickinson, che nascono sì nella solitudine, ma soprattutto nascono con l’idea che ci sia un’altra che ascolta e che legge. E questo fa tutta la differenza. Non sono poesie rivolte a un pubblico indefinito, c’è una persona – ed è una donna – che ha condiviso con lei un percorso di vita. Quindi più che concentrarci con malizia sui dettagli scabrosi della loro relazione, concentriamoci su ciò che questo grande amore poi produce, che è prezioso dal punto di vista artistico.    

Nessuna come lei. Storia di un’amicizia di Sara De Simone (Neri Pozza)

Il paragone tra Emily Dickinson e Virginia Woolf ricorre più volte nel corso del libro. Soprattutto quando parli degli anni di Evergreens, paragoni l’atmosfera a quella del Circolo Bloomsbury di Woolf, una sorta di «scuola di libertà» e di pensiero, oltre che un luogo di incontro dove si accendono anche passioni. Pensi che sia l’unica cosa che Virginia Woolf ed Emily Dickinson abbiano in comune o ce ne sono delle altre?

Evergreens è appunto la casa dove va a vivere Susan quando sposa il fratello di Emily e dista pochi metri dalla Homestead, la casa famigliare dei Dickinson. Evergreens diventa il fulcro della vita sociale e culturale di Amherst, dove passano i più grandi intellettuali dell’epoca. In questo senso Marisa Bulgheroni nella sua biografia di Dickinson Nei sobborghi del segreto fa questo paragone molto giusto e motivato tra Evergreens e ciò che sarebbe avvenuto, alcune decadi dopo, a Bloomsbury. Sicuramente non è l’unica somiglianza tra Dickinson e Woolf, ce ne sono diverse. Penso che se si fossero incontrate si sarebbero piaciute. Sono due eccentriche, nel senso etimologico della parola; sono due donne, due autrici, che si muovono fuori dal centro. Sono delle sperimentaliste: Dickinson rinnova il linguaggio della poesia, mentre Woolf cambia la scrittura in prosa, quindi tutte e due sono delle rivoluzionarie della letteratura. Da un punto di vista personale entrambe sono delle diverse, scardinano tutto quello che è pensato per una donna dell’epoca e vivono con una grande capacità di autodeterminarsi. Hanno un altro modo, ecco, un altro modo di stare nella vita.    

Decidi di lasciare intatto il mistero della reclusione di Dickinson. Al contrario di tanti biografi o critici che si sono accaniti alla ricerca di una malattia o di una motivazione, tu parli di «un’altra solitudine» e la motivi come una scelta di libertà. Che idea ti sei fatta del suo ritiro esistenziale?

Io penso che quando ci si accosta alla vita di uno scrittore o di una scrittrice, in particolare se parliamo di un poeta o di una poeta, bisogna essere pronti ad avere a che fare con il mistero – e anche a rispettarlo. Non stiamo scrivendo un poliziesco o un giallo, non dobbiamo raccogliere indizi e risolvere il caso. La vita di ciascuna persona è un mistero, la vita di una poeta è un mistero al cubo. Quindi per me era importante scrivere un libro che fosse fortemente documentato, perché questa è la mia cifra, infatti c’è anche un ampio apparato di note. Entrare nel dettaglio, però, non significa non interrogarsi. C’è una frase che Katherine Mansfield scrive in una lettera a Virginia Woolf, le dice: «Sai ho letto questa frase di Čechov che mi sembra fondamentale: il vero scrittore deve porre delle domande». È importante che ci siano delle domande, non delle risposte. Per me era importante osservare Emily Dickinson rimanendo anche sulla soglia di quella porta che lei sceglie, a un certo punto della sua vita, di chiudere. Bisogna lasciare intatto il mistero delle poete. È un po’ come quando si vuole capire la poesia a tutti i costi: a scuola ci hanno dato un insegnamento fuorviante in questo senso, le poesie non si devono capire. Il punto delle poesie non è capirle, ma fare un’esperienza. L’incertezza è un luogo profondamente fecondo, è il luogo della poesia.    

Dickinson diffidava delle biografie, scrisse: «L’abisso non ha biografi». Eppure la sua fama postuma ha portato, in qualche modo, alla ricostruzione del racconto della sua vita. I familiari hanno operato anche una censura sui suoi scritti, oltre che una revisione. Nel caso di Dickinson siamo di fronte alla costruzione di un “personaggio letterario”?

Considera che Emily Dickinson era già una leggenda negli ultimi anni della sua vita, nella sua città ad Amherst la chiamavano «Il Mito» perché tutti parlavano con curiosità di questa donna che a un certo punto si era reclusa in casa e nessuno l’aveva più vista. Quando poi, dopo la sua morte, la sorella Lavinia scoprì in un cassetto una quantità inimmaginabile di poesie si rese conto che dovevano essere pubblicate. Però arrivare alla pubblicazione sarà complesso. Attorno a queste poesie si crea una faida famigliare, su cui io nel libro non mi soffermo. C’è un saggio di Lyndall Gordon, Come un fucile carico, che approfondisce meglio la questione, io non mi ci addentro perché non è il centro del mio lavoro. Sicuramente sono stati fatti molti errori nel presentare Emily Dickinson al pubblico dopo la morte. Capisco che non era facile organizzare la pubblicazione della sua opera, restituirne la complessità, la differenza.

Secondo te quanto c’è di vero nella sua leggenda?

Ecco, penso che il mercato editoriale non fosse pronto a cogliere quella differenza. Quindi la decisione degli eredi, in particolare di Mabel Loomis Todd, è stata quella di emendare le poesie e passare a una struttura completamente convenzionale. Paradossalmente dobbiamo alla giovane straniera Mabel, l’amante del fratello, il fatto che Emily Dickinson sia stata pubblicata. Nel presentarla al pubblico, però, molte poesie importanti sono state omesse: penso a Wild Nights, che ci rivela davvero lo spirito irriverente, ribelle, anche la carnalità, di Emily. Nella prefazione della prima edizione delle poesie Thomas Higginson, che pure la conosceva bene, parla di una «vergine reclusa»; quindi sicuramente il travisamento della sua figura inizia allora. Per fortuna poi le cose sono cambiate, negli anni Ottanta e Novanta è stato fatto un lavoro immenso di riscoperta di Dickinson, a partire dai manoscritti. E ancora c’è da fare, in particolare da parte nostra, di lettori e lettrici, soprattutto per orientarsi nella complessità della sua opera. Secondo me è importante avere voglia di interrogarsi davvero su questa autrice, vederla al di là degli stereotipi che ci sono stati tramandati e, allo stesso tempo, non rischiare di iper modernizzarla facendole combattere quelle che, invece, oggi sono le nostre battaglie. I testi di Emily Dickinson sono più che contemporanei, non hanno bisogno di essere attualizzati, sono già più avanti di noi.

Immagine di copertina: foto di Chiara Pasqualini

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