26.02.2026

Non perdere il fuoco. In mezzo a un milione di rane e farfalle, dietro le quinte

Nel backstage con Concita De Gregorio ed Erica Mou: il teatro come mestiere dell'ascolto e della cura reciproca

«Non perdiamo il fuoco», non distogliamo l’attenzione da ciò che conta davvero. La storia non siamo noi. Lo ha detto Greta Thunberg quando, tornata dalla detenzione nelle carceri israeliane, ha ricordato al mondo che l’oggetto del discorso che erano chiamati a fare non era lei, ma quello che rappresentava il movimento che l’ha portata là. Che la narrazione doveva servire, piuttosto, a porgere una parte di mondo, non a velarlo. È l’esortazione che Concita de Gregorio consegna al pubblico che l’accoglie, a Torino, prima nello spazio raccolto di una libreria che si affaccia sulla scena simbolo di Profondo Rosso, e poi in quello enorme del teatro Colosseo. La traiettoria in cui Limina la accompagna e la osserva, mentre dialoga con il pubblico del suo ultimo romanzo, Di Madre in figlia (Feltrinelli), centomila copie nel 2025. Una cifra che certifica, al di là dei numeri, come sia stato tra i romanzi più amati dell’anno, forse perché ciascuno può riconoscere parti di sé nelle donne che De Gregorio porta su una misteriosa isola alla scoperta di se stesse e della storia che le lega. Adè, la figlia, Angela, la madre, e Marilù, la nonna (ma anche, prima ancora, la madre e la nonna di quest’ultima) sono simboli del loro tempo, che provano a capirsi e a perdonarsi le contraddizioni e le reciproche ferite che le scelte di ognuna ha prodotto. Un racconto denso e saggio, in una prosa elegante, che ascoltando la sua autrice raccontarlo diventa una chiave di lettura del presente. E un richiamo a non distrarsi da quanto conta davvero, in un momento storico in cui la distrazione è un’arma politica e la confusione un’angoscia collettiva.

Parlare di quanto conta sul serio, nelle parole di De Gregorio, diventa allora un compito per i lettori e per il mio sguardo che la segue, che si intrufola nelle pieghe di una giornata affannata come tante, come tutte, in bilico tra le pagine di Di Madre in figlia e le voci di In mezzo a un milione di rane e farfalle. Lasciate le donne di carta e inchiostro, infatti, nel tempo di una corsa in macchina nell’ora di punta torinese, è tempo delle donne in carne ed ossa. E voce, come Erica Mou, cantautrice e scrittrice, con cui nella città della Mole va in scena una replica dello spettacolo In mezzo a un milione di rane e farfalle, ancora in scena in giro per l’Italia, in cui le pagine del libro omonimo della stessa De Gregorio e pubblicato ancora da Feltrinelli si intrecciano con le canzoni di Mou, memorie familiari e uno sguardo pieno di garbo e intelligenza sul momento del distacco, nelle sue molte sfaccettature. Grazie a un generoso invito, Limina osserva da dietro le quinte anche questa seconda parte della giornata, dalla libreria al palcoscenico, nei momenti in cui il teatro è ancora vuoto e lo spettacolo prende forma. Per inseguire un filo rosso fatto innanzitutto di voce.

Quella di De Gregorio, in scena, è misurata e schiva, lucente quella di Erica Mou, compagna di viaggio e frammento di una famiglia elettiva cui non attribuire il peso di un ruolo. Il tema da cui Thunberg muove è lì, urgente come un basso continuo in ogni gesto del quotidiano, in un tempo in cui ogni parola chiede, più di sempre, di valere l’esatta misura del suo peso. Ma l’esortazione è una postura utile a riflettere su se stessi. Ad esempio riconoscere le priorità del tempo, in una città che, nel giorno in cui la attraversiamo, sconta le conseguenze di uno sciopero che vuole bloccare tutto, ma anche identificare i limiti propri. Come fa la giornalista quando, in libreria, ammette che in chi protesta «c’è un radicalismo che non è nella mia storia né generazione ma dice qualcosa».

Le storie raccontate sulla scena raccontano lo sguardo dell’artista, e forse anche del giornalista: sapersi mettere accanto, in ascolto delle storie che il mondo ha da raccontare. Le grida la piazza o le sussurra il mare, nelle età della vita di una donna che — così si descrive De Gregorio — la vita ha portato a immaginarsi ragazzino, come l’Arturo in cui si specchiava Elsa Morante. Nella pagina, invece, ha scelto cinque generazioni di donne, racchiuse nelle pagine di un libro come le valve di una conchiglia: copertina, firma e ritratto insieme. E poi di altre quattro, la sera: oltre alla stessa Concita, sua madre, e poi di Erica e di sua figlia (una genealogia che si fa eco) quando si concretizzano nelle parole in camerino e poi sul palco, protette dal tratto gentile di Beatrice Alemagna a fare da sfondo.

Mentre – insieme a un inverno limpido ma non ancora tagliente, come sanno esserlo solo quelli di questa città – il buio scende su Torino come in un teatro prima del sipario, sbirciamo di nascosto l’incanto prima che si compia. E possiamo riconoscerlo fatto di mestiere e di equilibrio. Di volumi che non possono essere meno che esatti, altrimenti «non viene la dinamica», la rotondità di un suono si schiaccia sugli ego, l’antitesi della cura che porta a occuparsi di non prevaricare, a stare, anche fisicamente, alla stessa altezza. Anche quando il teatro – un piccolo mondo in tavole di legno, da sempre – ha dimenticato di dotarsi degli sgabelli necessari a renderlo più facile.

Osservare Concita de Gregorio ed Erica Mou nella forma delle loro spalle, da dietro una quinta, con l’emozione dei bambini a cui si è detto che possono andare dove non si deve, è – proprio come la scena – un apprendistato alla vita. Se il teatro è il gioco dei grandi che quando dicono, come da bambini «facciamo che ero», lo diventano, sul palcoscenico del Teatro Colosseo ci sono due donne, due professioniste, che si accompagnano e si riconoscono, cercando il modo di darsi luce a vicenda. Accertandosi di non «perdere le note basse» che caratterizzano l’altra, sia accertandosi che ognuna abbia il suo faro, della giusta intensità. Si tratta di sfiorare soltanto, senza mai toccarlo, il «limite dell’innesco», che farebbe scoppiare la voce in un Larsen e le parole in una slavina di fraintendimenti.

Per questo lo spettacolo va in scena senza nessuna parola di più, perché niente sia fuori luogo. Prima che questo accada, però, c’è ancora un momento di sospensione, quando anche il palco ha le luci spente e ad avvolgere chi va in scena c’è il segreto del camerino, dove i corpi si liberano e poi si trasformano. Qui si avvolgono in un sottile velo bianco, pazientemente in attesa su una gruccia mentre, anche qui, irrompe la vita: gli impegni di domani, le famiglie a casa. Il dietro le quinte è uno spazio altro, radicalmente libero. Dove rimangono custodite le leggerezze e le stanchezze, della scena e di ogni giorno, i figli senza cui «mi accendevo pure la televisione, come quando avevo vent’anni». E dove ci si può riconoscere, con garbato orgoglio, il calore prodotto da quello che ogni sera si ripete, in scena, mai uguale a se stesso. «Quello che sta generando è un fatto nuovo». Uno spazio in cui stare dentro la serenità che – non lo si ammette a chi si sa che sta ascoltando – ha sempre una vena di emozione, di tensione. E consente di acquisire, poco alla volta, gli strumenti del mestiere, mentre Erica soffia il suono dentro una cannuccia per scaldare la voce. A cominciare dalla consapevolezza che «bere la Coca Cola prima di andare in scena è una cosa che non si fa». È un sapere pure questo, in fondo, forse non antico come quello delle herbarie da cui discendono Adè e Marilù, che si tramanda di madre in figlia, ma fa ugualmente parte degli strumenti che il teatro esige da chi si appresti a praticarlo con affettuosa dedizione. E poi c’è l’istante che rimane, anche per le orecchie più indiscrete come le mie oggi, che cercano di carpire ogni respiro, nell’insondabilità: l’istante prima di chi va in scena, tra il buio e la luce, tra il prima e il durante. Una cesura esistenziale, o forse no. Del resto chi può dire davvero a cosa, o a chi, vada il pensiero in quel momento? Ogni artista ha i suoi riti, i suoi segreti, i suoi «spiritelli» da cui lasciarsi abitare, ed è lì che rimane il segreto della soglia dopo la quale tutto diventa possibile. Anche, come fanno Concita De Gregorio ed Erica Mou, dare voce al dialogo con chi non c’è, eppure torna, «in mezzo a un milione di rane e farfalle» come da titolo del libro di De Gregorio, che parla non tanto solo ai più piccoli ma, come il Piccolo Principe, ai grandi che si ricordano di esserlo stati, ad abitare quello spazio, ancorché solo scenico, perché «assente è un participio presente». E chi manca «manca adesso» e l’amore e il tempo non si conoscono. C’è commozione, piuttosto che tristezza. Poesia, piuttosto che nostalgia, nel dialogo sospeso che De Gregorio e Mou tessono tra loro, che nasce dal profondo dove sanno arrivare con leggerezza i bambini «che non hanno paura dei dittatori», e si ribellano senza saperlo, cantando per giocare nel catalano proibito dal fascista Franco, di una ragazza che aspetta un soldato alla fontana, seminando una memoria che riemerge dopo cinquant’anni. Del resto, è sempre Elsa Morante a ricordarci che il mondo lo salveranno i ragazzini, con l’esattezza senza sbavature di chi sa che il loro gorilla non è uguale a nessun altro gorilla, come non può esserlo nessun vero amico, specialmente il primo.

Ci si muove, con loro, su un filo di lacrime dolci e mai patetiche e felicità improvvise, in cui le memorie reciproche si fanno lieve controcanto per attraversare la vita. Sfiorare i momenti irripetibili, tratteggiati dalla voce adamantina di Erica Mou, in cui si mira «per sbaglio ad un cuore cristallo», si dà il suo tempo al dolore e alla perdita e si dà valore al disorientamento, perché si sa sempre «da che parte è il mare», come canta Mou. E allora, forse, si sfiora il paradiso, che nelle parole raffinate di Concita De Gregorio «non è in ciò che meriti ma in quel che desideri», o che forse somiglia a quello spazio in cui si può ancora, forse sempre, diventare principe e principessa, e ringraziare. Un po’ come sul palco. Quello che si compie, però, è molto più che un tentativo di dare strumenti alla perdita. Ne offre alla vita («amare di meno, ma farlo meglio») ma è anche un canto di donne che si rivendicano. Di fronte a specchi deformanti a cui impongono di sapere come guardarsi, rifiutano l’immagine che qualcun altro ha dato loro, siano le donne del sud, che il mondo pretendeva vuote, «vacantine», per non aver avuto un marito e una prole e invece sono piene di voci da innalzare. O siano quelle delle ragazze che oggi riscoprono parole antiche per il loro diritto ad esistere, come le ragazze che in Iran cantano in farsi «Bella ciao» per il loro diritto ad esistere esattamente come lo desiderano. «In mezzo a un milione di rane e farfalle» è uno spettacolo denso e pieno di grazia, aereo e concretissimo al tempo stesso. Come il legame con le persone che abbiamo amato. Come il teatro, che non è altro dalla vita ma il luogo in cui toccarla a un altro livello. E scoprire che, anche nella paura o nell’assenza, resta «un giardino da curare, erbacce da togliere o qualcuno a cui pensare».

Le fotografie in copertina e nel testo sono state scattate da Chiara Palumbo

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