Se volessimo giocare a individuare i tre eventi che hanno influenzato la gioventù di Roger Corman al punto di trasformarlo in uno dei più grandi cineasti indipendenti di sempre, questi sarebbero l’incontro col cinema di Hawks, Hitchcock e Ford ai tempi dell’università di ingegneria; la scoperta delle opere di Poe e dell’immaginario orrorifico durante l’adolescenza, e la grande Depressione che, ancora bambino, gli insegnò il valore del denaro. Tre elementi che in termini produttivi e in poche parole si traducono in grande cinema fantastico a basso budget. Certo, Corman non ha sempre fatto grande cinema, non si è dedicato solo al fantastico ed è qua e là capitato in qualche grossa produzione, ma nel complesso la sua filmografia parla chiaro, e a restituircela oggi, insieme alla sua immensa carriera, è La nave di Teseo, da poco uscita in libreria con l’autobiografia che Roger Corman ha scritto insieme a Jim Jerome e che reca in copertina l’esaustivo titolo Come ho fatto cento film a Hollywood senza mai perdere un centesimo.
Quando, ancora ragazzo, si trasferì con la famiglia a Beverly Hills, i cognomi di molti compagni di scuola erano gli stessi di chi aveva fondato l’industria che avrebbe evitato per tutta la vita. Mentre quei giovani Warner, Zukor, Laemmle e Goldwyn avrebbero visto sgretolarsi l’impero fabbricato dai genitori, Corman si sarebbe dedicato a un cinema differente, reinventando talvolta lo stesso concetto di produzione. Ci aveva provato a entrare in qualche studio, ma non essendo iscritto ai sindacati la cosa si era rivelata più ardua del previsto. Fu per questo che, dopo qualche lavoro come lettore di soggetti o come macchinista per la TV, sfruttando uno dei periodi più complessi della storia di Hollywood pensò bene di arrangiarsi da solo.
Con le major costrette a vendere le catene di sale a seguito del caso Paramount, sul finire degli anni Quaranta le piccole produzioni indipendenti videro finalmente l’occasione di una distribuzione nei cinema. Il successo della televisione, capace di offrire una nuova strada distributiva, si rivelò poi essenziale nel reinventare la destinazione dei film. Fu in questo contesto che Roger ebbe la prontezza di inserirsi, prima come regista e produttore al soldo di terzi, poi con una propria casa di produzione e di distribuzione.La prima occasione giunse con la vendita di una sceneggiatura alla Allied Artists per tremilacinquecento dollari, ma fu la seconda a segnare un passo decisivo. Avvenne a seguito della lettura di un articolo di giornale che parlava di un sommergibile elettrico. Corman pensò che se gli avessero lasciato usare il sommergibile in cambio di una buona pubblicità aziendale il valore produttivo del film che ancora non aveva pensato sarebbe salito in modo significativo, così indossò giacca e cravatta e recitò la parte del produttore. Compiuta egregiamente la missione, non restava che scrivere una sceneggiatura che comprendesse un sommergibile: l’aver letto molta fantascienza si rivelò particolarmente utile. Monster from the Ocean Floor (1954) costò solo dodicimila dollari, ma incassò a sufficienza per permettergli di produrre il film che avrebbe svoltato la sua carriera. The Fast and the Furious (1954), infatti, non gli concesse solo di cimentarsi in un’opera più costosa e complessa, ma gli permise di siglare un contratto per altri tre film con l’American International Picture, produzione indipendente con la quale, nei quindici anni successivi, avrebbe realizzato più di trenta pellicole.
Ai margini della grande industria, Corman fece di tale isolamento la propria forza, portando sullo schermo vere e proprie schiere di reietti e disadattati, figure liminali nelle quali riusciva a riconoscersi. Non è un caso che, proprio attorno a personaggi di questo tipo, si sviluppi la trama del western Cinque colpi di pistola (1955), il suo primo film da regista, dove ad alcuni criminali incalliti viene offerta l’occasione per redimersi. Da qui, Corman sarebbe tornato più volte dietro la macchina da presa, ma senza mai perdere la posizione di produttore che conferì alle sue opere un vero e proprio marchio di fabbrica, grazie allo stile personale frutto di una «preparazione meticolosa, velocità e disciplina sul set, macchina da presa mobile, composizione densa».
Trame avvincenti e idee immediate, agili da girare anche in pochi giorni con cast ridotti e budget al minimo, diventarono la colonna portante della filosofia cormaniana, elementi ai quali si aggiungevano la straordinaria capacità di ottimizzare ogni cosa, dallo sfruttamento di set preesistenti alle sceneggiature scritte in una notte, per non parlare delle riprese riciclate in più di un film, come i vari castelli in fiamme della serie su Edgar Allan Poe sono in grado di dimostrarci. Come disse il critico Vincet Canby: «Cos’è Lo squalo, se non un film di Roger Corman ad alto costo?».
Esattamente quel che lo stesso Corman confessa nella propria autobiografia, quando senza giri di parole sostiene:
«I film cosiddetti exploitation – in riferimento allo sfruttamento di un determinato soggetto a fini commerciali – avevano trame travolgenti, con molta azione, un po’ di sesso e magari qualche strano trucco; il più delle volte nascevano dai titoli dei giornali. La cosa interessante è che quando le major, qualche decennio dopo, si accorsero di poter ottenere grandi successi di pubblico con film di questo tipo e alti budget, pensarono di elevarli di rango ribattezzandoli film di maniera o high concept».
Uno stile in grado di fare scuola rivelandolo all’industria come un abile innovatore di generi e linguaggi, ma che gli regalò anche il poco apprezzato appellativo di re dei B-Movies, un’espressione che, secondo lo stesso Corman, «ha in sé dell’ironia, dato che ritengo di non aver mai fatto un film di serie B in tutta la mia vita». Un regista che, prima e dopo la fondazione della sua New Word Pictures, scoprì e forgiò talenti capaci di fare la storia del cinema. Tra questi, molti partecipano all’autobiografia con brevi inserti, schegge di ricordi dal set, aneddoti folgoranti che rendono la lettura ancora più coinvolgente, spezzando il ritmo dettato da una sequela inaudita di titoli. C’è Jack Nicholson, conosciuto a un corso di recitazione tenuto da Jeff Corey; Francis Coppola, abile assistente al quale avrebbe prodotto il primo film da regista; Joe Dante, fidato montatore di trailer e futuro regista cormaniano, ma anche Ron Howard, già attore di Happy Days, al quale Corman, prima di affidargli la regia di Attenti a quella pazza Rolls-Royce (1977), annunciò una profezia che si sarebbe presto avverata: «Le condizioni sono dure, i soldi pochi. Ma se farai davvero un buon lavoro con questo film, non lavorerai mai più per me».
Tanti altri sono i talenti che intervengono in prima persona in questa autobiografia, da Shelley Winters a Jonathan Demme, passando per William Shatner, Beverly Garland e Martin Scorsese, che dopo grandi produzioni come Toro scatenato o Re per una notte, «per costringermi a ritrovare lo stile cormaniano accettai un film a basso budget intitolato Fuori orario. Quando feci L’ultima tentazione di Cristo girai un’epica biblica in sessanta giorni, montando giorno e notte e utilizzando il tempo come avevo imparato a fare da Roger». Una lista di artisti lunga e numerosa almeno quanto le pellicole prodotte dal loro mentore, che aldilà del cinema fantastico, oltre a Poe e alla fantascienza, seppe cimentarsi anche in storie vere o racconti di carattere sociale, come dimostrano La legge del Mitra (1958), primo ruolo da protagonista di Charles Bronson, o L’odio esplode a Dallas (1962), che incentrandosi sul tema dell’odio razziale creò alla produzione, visti i tempi, non pochi problemi. Così, tra pellicole semisconosciute e cult a La piccola bottega degli orrori (1960), il libro procede con un ritmo incalzante. Un racconto diretto e senza fronzoli che si concentra quasi esclusivamente sulle opere disdegnando il pettegolezzo, e che costringe il lettore a chiedersi come un essere umano possa essere stato in grado, da solo e partendo da zero, di fabbricare una così enorme fabbrica di meraviglia. Leggendo, viene anche da domandarsi come, in meno di 400 pagine, Roger Corman sia stato in grado di organizzare e raccontare tanto in modo così limpido e preciso, fino a che non ci si ricorda che ordine e disciplina, semplicità e immediatezza, ritmo ed entusiasmo erano le caratteristiche principali del suo cinema.
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