04.11.2026

Se questa è una madre. Riflessioni intorno a Madonna di rabbia di Simona Vinci

Cosa significa oggi essere madri?

Non ogni madre è una madre perfetta, l’importante è che sia sufficiente.
(Simona Vinci, dai Ringraziamenti di Madonna di rabbia)



C’è già tutto – furia, acume, sconfitta, tenerezza – nel potente incipit di Madonna di rabbia, il nuovo disturbante ma prezioso romanzo di Simona Vinci edito da Einaudi:

«Considera se questa è una madre adatta».

In modo lapidario la voce narrante in terza persona invita, ex abrupto, lettrici e lettori a riflettere sulla maternità, tema incandescente ai giorni nostri, persino sconveniente, soprattutto da quando la visione unica ed edulcorata del materno è andata (fortunatamente) in frantumi.

L’eco della poesia di Primo Levi, dal titolo Shemà, posta in calce a Se questo è un uomo, non può non risuonare: citazione colta e insieme provocazione di una scrittrice temeraria. 

«Considera questa madre […]»

Nella prima anafora il verbo diventa transitivo e l’aggettivo dimostrativo circoscrive una madre in particolare: si tratta di Eva, la protagonista, sul cui nome incombe inevitabilmente il destino della prima donna, scacciata dall’Eden per una “mela”, e condannata così a partorire con dolore; come se il destino di madre dolorosa fosse sin dall’inizio legato all’espiazione:

«Lei, Eva, da sola».

simona vinci

Che il peccato originale sia altresì una condanna alla solitudine?
(A Palermo Antonio Lo Cicero, esperta guida di Palazzo Abatellis, mi ha mostrato nel retro del trittico di Jean Gossaert, detto Mabuse, un inaspettato abbraccio tra Adamo ed Eva, una complicità, anzi una solidarietà davvero inusuale; a cui si aggiunge un altro importante dettaglio: qui è Adamo a cogliere la mela…)

Seguono, nella seconda pagina del libro di Vinci, altre due anafore del verbo considerare: «Considera se è una madre adatta», dove è l’aggettivo a spiccare, non solo perché Eva ci viene presentata sin dalle prime righe, senza filtri, come una disadattata, ma per la domanda che l’aggettivo sottende: cosa significa essere “madri adatte”? «Che madre è quella che non sa contenere la propria rabbia né quella di sua figlia?» scrive Vinci: «Quella rabbia, allora, dopo averla presa a pugni dal di dentro, si scioglie e diventa un liquido salino che esce dagli occhi, dal naso e dalla bocca. Ed Eva piange, come una bambina».
Come non pensare alla madre sufficientemente buona di Donald W. Winnicott: non a caso la stessa Vinci cita il pediatra e psicanalista britannico in cima ai ringraziamenti tra coloro che l’hanno accompagnata nella scrittura del libro con un «luminoso e divergente pensiero».

Ci si aspettano molte cose dalle madri. E parte di queste aspettative sono le stesse madri a nutrirle in un vorticoso circolo vizioso innestato dalla società in cui viviamo: «Una madre deve…» a cui segue un elenco infinito di prescrizioni, come Una madre deve pensare prima ai figli, il leitmotiv che accompagna ossessivamente i capitoli in corsivo, ovvero le pagine del quaderno in cui Eva ripercorre le storie di donne artiste che sono state anche madri: «una raccolta scabrosa che parla di madri inadatte», come la definisce la stessa protagonista.
Che una madre debba pensare ai figli è certamente un dato di fatto, ma non è scontato che possa e/o riesca a farlo; e le storie menzionate, da Muriel Spark a Doris Lessing, da Marina Cvetaeva a Sylvia Plath, da Nina Simone a Patti Smith, ce lo confermano:

«Una madre non può suicidarsi, una madre non si può ammalare, non può, non deve; eppure, accade».

Così il leitmotiv, da mantra per farsi coraggio e appellarsi alla propria responsabilità genitoriale, diviene accettazione delle proprie fragilità attraverso il racconto delle altre che Eva definisce, o meglio sente come “sorelle”. La prosa densa e raffinata, più saggistica, delle pagine del quaderno, sulla cui copertina campeggia la Toxic Mary di Bansky, fanno da contrappunto alla storia della protagonista raccontata con una prosa sciolta, ma non per questo meno tagliente:

«Eva, una madre che ama sua figlia, anche se ha fatto degli errori e continua a farli. Roberto, un padre che ama sua figlia, anche se ha fatto degli errori e continua a farli. Eppure non sono capaci di perdonarsi a vicenda. Si sono divisi la bambina a metà come se fosse una mela, e quel taglio continua a sanguinare».

È sola questa Eva contemporanea che, guarda caso, ama i giardini e il giardinaggio, ed è tentata da un Diavolo in chat che sembrerebbe distoglierla dalla figlia; vive in una casa piccola e disordinata, ma il suo spazio è colonizzato dalla figlia Agata con il suo corpo, la sua mente, la sua lingua sempre in movimento:

«Considera se è una madre adatta, questa che desidera separarsi, allontanarsi, invece che fondersi e, abbracciata, abbracciare».

Vinci ce la mette tutta per renderci Eva un personaggio detestabile, eppure in tralice, nei ricordi in cui la protagonista ripensa alla propria infanzia nonché alla gravidanza e al parto di Agata si apre uno spazio di comprensione e solidarietà. E per chi ne ha letto i libri, risuona nel romanzo la voce rassicurante di Winnicott, lui che di figli non ne ha mai avuti e ciononostante ha saputo meglio di altri ascoltare le madri:

«Nella natura umana vi sono molte cose profonde o nascoste e quindi, personalmente, sono del parere che sia preferibile essere figli di una madre che vive tutti i conflitti interiori tipici dei comuni mortali anziché di una madre che riesce a far tutto con facilità e leggerezza, che ha la soluzione pronta per ogni problema e non conosce il dubbio1».

simona vinci

Eva nel dubbio e nel conflitto ci vive, ma se questo la rende vulnerabile è anche ciò che la trasforma in un personaggio profondamente autentico, umano. Se da una parte vorrebbe allontanarsi dalla figlia, quasi liberarsene, dall’altra non vorrebbe separarsene mai: è questo uno dei punti più interessanti del romanzo. L’immagine che usa Vinci per descrivere il corpo della madre è quella di «una porta a senso unico: esci e non ci puoi più tornare»; ed è per questo, osserva l’autrice, che «certi madri impazziscono, e passano il resto della vita a ricacciarseli nell’utero, i figli», «gli strappano il cuore a morsi».

Ma, oltre la separazione tra il corpo della madre e quello della figlia, il romanzo ci porta a riflettere anche sulla separazione tra l’essere donna e madre, o meglio sulla difficoltà di conciliare le due dimensioni. Nel leitmotiv «Una madre deve pensare prima ai figli» è il «prima» che deve metterci in guardia: una donna deve infatti poter pensare ai figli come a sé stessa. E tuttavia come può salvaguardare la propria intimità, i propri segreti, senza per questo privare la figlia di un aspetto essenziale come la percezione che la madre stessa è «sempre raggiungibile»?
Vinci ci fa entrare nella vita di Eva senza pudori e infingimenti e quando tutto sembra che stia per crollare affida al personaggio della vicina di casa, la misteriosa Clara K., un potere quasi taumaturgico. In realtà si tratta di un potere che funziona solo nella condivisione, quando finalmente si abbandonano la paura e il sospetto, e le storie dell’una e delle altra diventano specchi in cui guardarsi e sentirsi nel contempo comprese e sollevate.

Ripensando allora al verbo considerare mi viene in mente un breve, ma intensissimo saggio di Marielle Macé in cui l’autrice sottolinea come considerare «sarebbe andare a vedere, tenere conto dei viventi, delle vite effettive, perché è in questo modo e non in un altro che esse si aprono al presente: tenere conto delle loro pratiche, dei loro giorni, e di conseguenza aprire ciò che lo sgomento richiude2».
Considerare le madri, dunque, significa entrare nelle loro vite senza pregiudizi, ascoltando e osservando le loro storie. Del resto, come ha sottolineato sempre Macé, considerare significava la «contemplazione degli astri, poiché gli astri chiedono d’essere osservati con intensità, scrupolo, pazienza».

In copertina: Toxic Mary di Banksy (2003)

  1. Id., Colloqui con i genitori, Raffaello Cortina 1993, traduzione Guido Taidelli ↩︎
  2. Ead., Considerare. Migranti, forme di vita, Metauro 2019, trad. Matteo Martelli. ↩︎

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