Search
Close this search box.

Oltre le politiche dell’identità. Una conversazione con Elif Shafak

In seguito alla conclusione della decima edizione del Premio Lattes Grinzane, riconoscimento internazionale organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes, che la redazione di Limina ha raccontato da vicino, scopriamo i tre finalisti internazionali del premio: Eshkol Nevo, Elif Shafak e Daniel Kehlmann.
Dopo la conversazione con lo scrittore israeliano Eshkol Nevo, autore di L’ultima intervista (Neri Pozza, traduzione di Raffella Scardi), incontriamo la vincitrice del Premio Lattes Grinzane 2020: la scrittrice Elif Shafak con il libro I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo (Rizzoli editore, traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani).

Shafak

Elif Shafak è una donna e un’autrice che contiene la pluralità di identità e origine: è forse l’esempio più compiuto di quell’essere cittadini del mondo a cui spesso ambiamo e in cui ancora più spesso falliamo. Tra le innumerovoli falle che ci impediscono l’agognato cosmopolitismo – come possiamo sperare in un mondo sovranazionale se si ergono muri ogni giorno? – Shafak ne precisa una, il cui errore risiede nella negazione dell’identità: «Non è vero che un cittadino del mondo non appartenga a nessun luogo, io credo profondamente che possa appartenere a più luoghi simultaneamente. Io credo in un’appartenenza multipla e non in un’identità nazionale unica e stabile». In tal senso la letteratura si pone come strumento privilegiato nella creazione di identità multiple: «Quello che mi piace della letteratura è la libertà di essere qualcun altro, di trascendere la propria identità per scoprire qualcosa di nuovo. Nei miei libri parlo di altre identità, e trovo somiglianze e parallelismi tra me e quei personaggi. Mi piace investigare la dualità. Mi piace l’aspetto della letteratura che non ci lega alle politiche dell’identità».
Nata in Europa, cresciuta in Turchia, ora cittadina britannica, Shafak non nasconde il «grande attaccamento per il popolo turco, la sua cultura e la sua storia», un forte legame che la porta a convivere ogni giorno con la nostalgia di un mancato e impedito ritorno.

Intorno alla contraddizione e alla dualità – ma anche alla nostalgia – si snodano i suoi romanzi, come I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo, in cui l’autrice combina elementi tra loro contrapposti, unendo «l’aspetto surreale magico con le contingenze politiche; la tristezza con la felicità». Istanbul ne diventa la personificazione, una città «enorme, ipnotizzante, fonte di ispirazione, tremendamente affascinante. Piena di storie che non sono ancora state raccontate. Una città che ha una storia lunghissima ma non per questo gli abitanti ne hanno memoria. La nostra memoria ha un sacco di lacune, momenti cancellati. Istanbul è popolata da un’amnesia collettiva. Quando scrivo mi piace sottolineare la dualità tra i ricordi di cui è intrisa la città e l’amnesia che allo stesso tempo la caratterizza».
A Istanbul e alle sue donne Shafak ha dedicato il suo romanzo, come si legge in esergo:

«Alle donne di Istanbul
e alla città di Istanbul che è,
ed è sempre stata, una città femmina.»

«Istanbul è sempre stata considerata una città femmina, perché ha una forte energia femminile» spiega Shafak. «Con la mia scrittura io voglio portare a galla questa idea artistica femminile. Ai tempi dell’impero bizantino Istanbul era una divinità femminile, piena di spiriti e ninfe che popolavano le strade. Durante l’impero ottomano Istanbul veniva descritta dai poeti come una donna. Adesso è una città in mano agli uomini, si vedono uomini ovunque. Io vorrei riportare più figure femminili sullo spazio pubblico». Istanbul quindi come città femmina, perché come una donna «ha un’enorme abilità di ricreare se stessa, come una donna attraversa diverse fasi nella sua vita, così Istanbul riesce sempre a reinventarsi».

Sempre attenta alle disparità e a chi vive i margini, Elif Shafak nei suoi libri e nei suoi interventi pubblici si fa portavoce di chi è inascoltato, costretto al silenzio. La scrittrice si dimostra fortemente preoccupata per la situazione odierna in Turchia, «regredita e caduta in un serie di problemi: ultranazionalismo, islamismo, fondamentalismo religioso, autoritarismo», derive che con il loro aumento tracciano, secondo una crudele proporzione inversa, la caduta «dei diritti delle donne e delle minoranze per quanto riguarda l’orientamento sessuale. Oggi nella comunità turca le donne sono vittime di violenza come la comunità LGBTQI+. In quanto scrittrice femminista e donna sono molto preoccupata perché vedo la Turchia sempre più intrisa di patriarcato e omofobia. Quando tutto questo viene alimentato da un governo che ha un forte orientamento religioso le cose non possono che peggiorare». E dal governo turco di Erdogan Shafak prende le distanze in nome del suo popolo perché non bisogna «confondere il governo con la popolazione turca. Ci sono molte persone con mentalità aperta che cercano il cambiamento. Sicuramente le minoranze sono pronte per l’Unione Europea; è il governo turco che non lo è».
Oggi rimane solo un miraggio l’entrata della Turchia nell’Unione Europea, che solo pochi anni fa sembrava più che possibile, imminente, ma al momento lo scenario è totalmente mutato: «L’attuale democrazia turca e la società civile sono state profondamente colpite e schiacciate. La Turchia è tra i primi Paesi al mondo che contano giornalisti, ricercatori, accademici, scrittori in carcere per le proprie idee, poiché non è in vigore la libertà di parola ed espressione».

Ma a preoccupare la scrittrice non è soltanto l’andamento del suo Paese natio, ma anche l’orizzonte verso il quale si muove il mondo intero, in particolar modo all’indomani della terribile pandemia che stiamo affrontando. Alla domanda che ci poniamo tutti i giorni da mesi, come ne usciremo dopo questa epidemia globale, Elif Shafak risponde che «il mondo che conosciamo non tornerà, avrà muri più alti e maggiori divisioni. Le disparità economiche peggioreranno, portando molte più incertezze e disoccupazione, terreno fertile per i nazionalisti e i demagoghi». Di fronte a un presente e un futuro prossimo che presagiscono maggiori ineguaglianze e divisioni politiche, Shafak però non abbandona la speranza propria di ogni combattente e fa un appello alla collettività: «Chi ora ha qualcosa da dire, istanze da portare avanti, che vogliono costruire ponti invece che erigere muri, ora dovrebbe far sentire la sua voce più che mai».

In questo paradigma di repressione e ottundimento politico, libri come I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo diventano baluardi di luce e speranza, come rivendica l’autrice: «Nonostante questo libro affronti temi delicati, come le molestie, la discriminazione di genere, io credo profondamente che allo stesso tempo affermi la vita, celebri l’unione tra le donne, i piccoli momenti condivisi con chi ci sta a cuore». Nelle sue pagine Shafak restituisce la possibilità di vivere fuori dal politicamente consentito, distinguendo nel romanzo «due tipi di famiglie: la famiglia di sangue e la famiglia d’acqua, composta da persone che noi ci scegliamo . Non tutti sono così fortunati da avere una famiglia di sangue, ma si può costruire la propria famiglia d’acqua. Le ho viste queste famiglie ad Istanbul, fatte di sorellanza e solidarietà».

Non stupisce che questo romanzo sia stato acclamato vincitore dalla giovane giuria del Premio Lattes Grinzane, composta da studenti delle scuole superiori, in un frangente storico in cui la sensibilità e l’attenzione ai diritti risiede maggiormente nelle nuove generazioni che nell’establishment mondiale. Un segnale prezioso perché, come ci ricorda Shafak, «l’umanità ha molte richieste da fare, ha molto da chiedere». Allora non ci rimane che trovare chi sappia ancora ascoltare.

categorie
menu