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Eshkol Nevo e quell’ultima intervista. Per salvarsi

Giunto quest’anno alla decima edizione, il Premio Lattes Grinzane, riconoscimento internazionale organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes che fa concorrere insieme autori italiani e stranieri ed è dedicato ai migliori libri di narrativa pubblicati nell’ultimo anno, ha decretato il 5 maggio i cinque romanzi finalisti: Giorgio Fontana con Prima di noi (Sellerio), Daniel Kehlmann con Il re, il cuoco e il buffone (traduzione di Monica Pesetti; Feltrinelli), Eshkol Nevo con L’ultima intervista (traduzione di Raffaella Scardi; Neri Pozza), Valeria Parrella con Almarina (Einaudi) ed Elif Shafak con I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo (traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani; Rizzoli).
Lungo il tragitto che porterà alla premiazione finale prevista per sabato 10 ottobre presso il Teatro Sociale Giorgio Busca di Alba alle ore 16.30, in presenza fino a esaurimento posti, e in diretta streaming, nel pieno rispetto delle normative di sicurezza per l’emergenza Covid-19, Limina seguirà da vicino il Premio, proponendo recensioni, interviste e articoli di approfondimento per conoscere meglio i cinque libri finalisti e accompagnarli verso il traguardo finale.
La prima tappa del nostro cammino è in Israele in compagnia di Eshkol Nevo e la sua Ultima intervista.

ultima intervista

Quando un titolo parla: L’ultima intervista di Eshkol Nevo (Neri Pozza, traduzione di Raffaella Scardi, finalista al Premio Lattes Grinzane 2020 – Fondazione Bottari Lattes) è, infatti, un’intervista. Apriamo il libro e ci troviamo davanti al più classico degli stili, quello cioè dell’alternanza tra domande (scritte in corsivo) e risposte. Tuttavia, non si tratta soltanto di una semplicissima intervista: il botta e risposta tra l’intervistatore (che, leggendo, scopriremo essere non uno ma molti, tutti anonimi) e l’autore non è altro che, appunto, una costruzione di stile, che permette al vero autore – l’Eshkol Nevo in carne ed ossa, uno scrittore israeliano autore di cinque romanzi, una raccolta di racconti e un manuale – di creare la vita plausibile di un altro scrittore, stavolta trattato però come un personaggio.

E c’è da dire che è proprio con la finta intervista che il Nevo reale riesce a coinvolgere appieno il suo lettore. Il personaggio protagonista ha, naturalmente, molto in comune con il suo autore reale: sono due scrittori israeliani residenti in Israele, ex pubblicitari e ora insegnanti di scrittura creativa, che condividono anche (lo scopriamo nella risposta in cui viene menzionato il primo ministro israeliano Levi Eskhol, nonno di entrambi) lo stesso nome. Ma l’alter ego di carta dell’autore guadagna una enorme autonomia e, attraverso quelle che scopriamo essere le domande rivoltegli dai lettori di un sito web, srotola davanti ai nostri occhi una lunghissima confessione su di sé con cui rivela anche, ai nostri occhi di profani, molti dei segreti del mestiere di scrittore. Nonché alcune interessantissime descrizioni della vita quotidiana in Israele che, tra ricordi del tempo sotto le armi e presentazioni di libri negli insediamenti israeliani in Cisgiordania, ci fa riflettere non poco sulla delicata situazione di quell’area.

Tuttavia, fin da subito scopriamo anche che il libro ci presenta un altro interessante cortocircuito – oltre a quello tra autore vero e personaggio che parla o, meglio, scrive – : il nostro narratore si rivela infatti molto spesso totalmente inattendibile. Non lo fa per farci un dispetto, naturalmente, ma perché lui stesso è vittima di una sorta di dipendenza dalle storie: la professione dello scrittore è entrata così a fondo in lui da costringerlo, non si sa quanto inconsciamente, a trasformare ogni dettaglio della realtà in materiale per un racconto. Ed è lui stesso a rivelarcelo, senza troppi pudori, proprio all’inizio del libro:

«Ma io non so più fare altro. Tutto quello che mi capita nella vita vera viene trasformato, appena succede, in una buona storia, da utilizzare alla prima occasione».

Ma è proprio la sua inguaribile propensione a raccontare storie a metterlo nei guai. Fin dalle prime pagine ci lancia un grido disperato: «Dal di fuori non si vede, ma io lo so che sto affondando. So che adesso scrivo per salvarmi». Soffre infatti di un’acuta forma di distimia, una forma particolare di depressione che gli impedisce di provare sentimenti positivi, dovuta a molti fattori personali: il suo migliore amico, Ariel, sta lottando contro un cancro; la figlia primogenita, adolescente, ha da poco abbandonato la famiglia per andare a vivere in un kibbutz; infine, il rapporto con l’adorata moglie Dikla è entrato in una crisi irreversibile. Proseguendo nella lettura, tuttavia, la simpatia per l’autore diminuisce sempre di più man mano che scopriamo come stanno veramente le cose. L’autore si inventa che Ariel stia scontando con il cancro la colpa di avere abbandonato un turista israeliano in Sudamerica, fatto accaduto durante una vacanza giovanile insieme a lui. Mentre, sul piano famigliare, grazie al continuo confronto con Dikla – frequentemente inserita come personaggio nella narrazione – scopriamo che Shira ha deciso di lasciare la famiglia dopo aver scoperto di essere stata utilizzata dal padre come soggetto di un racconto, pubblicato a sua insaputa. Ma è con Dikla che raggiungiamo l’apice dell’autosabotaggio. Convinto che lei non lo ami più come una volta, il protagonista cerca di risvegliarne la passione inventandosi, al ritorno da un viaggio promozionale in Colombia, un tradimento, mai avvenuto ma congegnato e raccontato talmente bene da provocare – nonostante la successiva ammissione della sua invenzione – l’allontanamento definitivo della moglie.

Come i personaggi, anche noi ci troviamo quindi sballottati continuamente tra finzione e realtà, senza capire di chi possiamo fidarci. Emblematico è il passaggio in cui il protagonista ammette con amara consapevolezza che «da quando hai deciso di diventare un bugiardo di professione, il bisogno che al mondo esista almeno una persona a cui raccontare tutta la verità e soltanto la verità si è ulteriormente acuito». Per il protagonista, questa persona è prima di tutti gli altri la moglie Dikla. Ma da lei non può ottenere nessun perdono: la fiducia su cui si basava il loro rapporto si rompe definitivamente dopo la storia del finto tradimento. Allora, decide di rivolgersi a molte persone: gli immaginari lettori del sito web, che nella finzione del libro hanno posto al finto scrittore le domande a cui sta rispondendo, certo. E, indirettamente, anche a tutti noi che, persone calate nella vita e nel mondo reale, leggiamo queste pagine.
E che siamo chiamati a soppesare e valutare la vita disperata di un uomo, il protagonista, vittima delle sue stesse passioni. Lui che dichiara che «le vicende narrate e i personaggi sono tutti presi dalla vita dell’autore; ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone vive o morte non è in alcun modo casuale. Ciò detto, si tenga presente che l’autore è un cantastorie seriale, e che qualunque dichiarazione rilasciata a suo nome, inclusa la presente, dev’essere valutata con la dovuta cautela».
Esiste forse un modo migliore, per definire cos’è una storia?

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