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Il valore della Storia. Una conversazione con Daniel Kehlmann

In seguito alla conclusione della decima edizione del Premio Lattes Grinzane, riconoscimento internazionale organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes, che la redazione di Limina ha raccontato da vicino, scopriamo i tre finalisti internazionali del premio: Eshkol Nevo, Elif Shafak e Daniel Kehlmann.
Dopo la conversazione con lo scrittore israeliano Eshkol Nevo, autore di L’ultima intervista (Neri Pozza, traduzione di Raffella Scardi) e con la vincitrice del Premio Lattes Grinzane 2020: la scrittrice Elif Shafak con il libro I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo (Rizzoli editore, traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani), incontriamo adesso l’ultimo dei tre finalisti internazionali, Daniel Kehlmann, con il suo Il re, il cuoco e il buffone (Feltrinelli, traduzione di Monica Pesetti).

Come già trattato in maniera approfondita, il romanzo di Daniel Kehlmann, ambientato durante la Guerra dei trent’anni, permette al lettore di immergersi in un mondo altro e coniugare inconsapevolmente durante la propria esperienza di lettura gli aspetti della godibilità a quelli della riflessione. La dimensione storica, chiaramente centrale per lo stesso statuto di genere dell’opera, deve però passare attraverso una scomposizione per far sì che essa possa essere compresa appieno. La grande storia, quella con la S, dominante le analisi storiografiche e la stessa trama del romanzo, non può oscurare l’importanza che l’autore ha dato anche agli aspetti microscopici. Egli stesso ha affermato in conferenza stampa che la scrittura di questo romanzo, portata avanti in questa esatta maniera, non gli sarebbe stata assolutamente possibile trent’anni fa. I suoi approfonditi studi, svolti alla New York Public Library, si sono concentrati maggiormente proprio su zone che sono di interesse storiografico solo da un tempo molto breve: ovvero la cultura popolare, le caratteristiche di vita reale dei popoli in epoche remote.
Su questo e molto altro ci siamo concentrati nelle domande che abbiamo rivolto all’autore Daniel Kehlmann, assieme ad altre importanti questioni riguardanti il romanzo come il valore del realismo magico e il senso della sua scelta, o ancora sul ruolo del funambolismo, degli elementi del folklore medievale tedesco e della libertà dei girovaghi. E perfino su quanto un romanzo storiografico ambientato nel XVII secolo possa aiutare a vedere la pandemia con occhi diversi.

Qual è la vera motivazione che ti ha portato a inserire Tyll Eulenspiegel, un personaggio del folklore medievale, in un’età completamente differente come quella della Guerra dei Trent’anni?
Avevo bisogno di un personaggio-guida che potesse viaggiare insieme al lettore verso ogni tipo di luogo e ambiente sociale. A quei tempi, erano molto poche le persone che si spostavano: invece un giullare, senza dubbio, poteva viaggiare verso qualsiasi luogo e incontrare chiunque. Allora ho pensato: perché non chiamare all’appello proprio il grande giullare del mito tedesco – Tyll Eulenspigel? Del resto, l’epoca non era completamente differente: la vita non è cambiata poi così tanto tra il tardo Medioevo e l’inizio del XVII secolo. Non è stato come se lo avessi inserito in una narrazione ambientata nel XIX o XXI secolo; quello era ancora il suo mondo e lo era sotto diversi punti di vista.

È abbastanza chiaro come l’essere un funambolo rappresenti molto più del semplice aspetto di essere un’attività inusuale: certamente è un modo per distinguersi dagli altri, ma è anche un modo per guardare l’universo da una prospettiva differente e un esercizio per Tyll per sopportare le difficoltà della vita. Ma perché hai scelto esattamente questa attività? Qual è il suo vero significato?
Semplicemente, è davvero difficile da portare avanti e anche così bella ed elegante se ben fatta. E ovviamente anche molto pericolosa: mi è sembrato che calzasse a pennello per un giullare nel bel mezzo di una guerra.

Qual è il vero valore nell’essere un girovago? C’è quale connessione tra il simbolismo connesso all’essere un funambolo e quello connesso all’essere un girovago?
Nella prima età moderna, se eri un performer avevi bisogno di essere un girovago. E allora certamente necessitavo di un girovago per il mio romanzo, proprio per portare il lettore verso tanti luoghi e tanti personaggi: pertanto è venuto tutto naturalmente insieme. Certamente il girovago era l’unica persona davvero libera in una società dove nessun altro lo era – re e girovaghi, e nessun altro oltre a loro.

Nel romanzo ci sono draghi nascosti, incantesimi e altri elementi magici. Oltre al fatto che essi sono necessari per il lettore per percepire lo spirito dell’epoca (un’epoca in cui sembrava che la magia fosse reale), ci sono altre spiegazioni per giustificare l’inserzione di questi elementi di realismo magico nella storia? E secondo te, perché un così alto numero di artisti sceglie di incanalarsi in questa corrente che combina la fantasia con la realtà?
Nel caso di questo romanzo è venuto tutto in maniera davvero naturale. È un mondo dove tutti credono alla magia, quindi è quasi naturale che se ti posizioni in quel tipo di mentalità, dopo un po’ la magia compaia. Siamo noi che costruiamo la nostra realtà: se tutti crediamo nelle maledizioni, allora a quel punto le maledizioni inizieranno a funzionare (o quanto meno qualche volta). Per uno scrittore, questa è una premessa davvero attraente. In generale, non so perché il realismo magico abbia una forza attrattiva così forte: io l’ho sempre amato. Forse la realtà da sé è diventata un po’ noiosa nella nostra epoca moderna fatta di schermi e plastica.

Secondo Tucidide, la storia è “un possesso per sempre”. Se questo è vero, quali sono gli insegnamenti che le persone del XXI secolo possono apprendere da un’epoca come quella della Guerra dei Trent’anni?
L’insegnamento proprio per questo momento è: che tutte le brutte situazioni abbiano una fine. Era praticamente impossibile porre una fine alla Guerra dei Trent’anni: e invece l’umanità è riuscita nel proprio intento.  Cinque anni di negoziazioni incredibilmente complicate: sembrava impossibile, ma alla fine ce l’hanno fatta e la guerra è finita. Esattamente in questo momento, nel bel mezzo di tutto questo caos, ci penso tanto. È importante sopravvivere, è importante non arrendersi. Le cose erano decisamente peggiori di come lo sono adesso e sono comunque andate per il verso giusto. Le cose andranno meglio anche questa volta.

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