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Per una rivolta permanente. La nuova Parigi raccontata da The Passenger



In una scena chiave di Nocturama, la pellicola girata a Parigi nel 2016 da Bertrand Bonello, una ragazza si finge restauratrice e, interrogando il volto della statua dedicata a Giovanna d’Arco in Place des Pyramides, cristallizza la decisione di far esplodere la città. Titolo originale del film avrebbe dovuto essere Paris est une fête, Parigi è una festa, ma gli attentati del 13 novembre dell’anno precedente convinsero il regista a cambiare il titolo. Eppure, nel gioco al rispecchiamento tra Sabrina e il volto dorato della pulzella d’Orleans sembra risiedere il cuore pulsante delle tensioni che oggi percorrono come fili elettrici scoperti la capitale francese, la festa mobile dello scontro in atto tra i lembi slabbrati del tessuto sociale, l’ossessione dell’immagine incombente di un glorioso passato e le spinte al cambiamento delle generazioni più giovani.
Come una mappa delle inquietudini della città si configura il numero di The Passenger, la rivista targata Iperborea che esplora da par suo le geografie fisiche e sociali del mondo, interamente dedicato a Parigi, raccontata attraverso dieci reportage narrativi che ce la restituiscono in chiave non scontata ma piuttosto rivelatrice, la città che avvicina l’antico al contemporaneo mettendo idealmente in dialogo l’immagine delle sue bellezze artistiche con le recenti immagini di Notre-Dame in fiamme, delle banlieue violente raccontate da Ladj Ly in Les Misérables, degli attentati e dell’avanzata delle destre estreme. «Niente è come sembra in questa città» recita l’editoriale di apertura, mentre accanto scorrono i numeri della metropoli: 14 stazioni fantasma, 2079 boulangerie, 144 musei, 2800 canzoni dedicate. Così come sull’onda di una riscrittura degli stereotipi si fonda il notevole apparato iconografico, con le fotografie scattate da Cha Gonzalez, fotoreporter collaboratrice di The Wall Street, Libération e Le Monde, nata a Parigi, cresciuta a Beirut e poi rientrata nella capitale francese per dar vita a un corpus fotografico giovane ma già dallo sguardo maturo, capace di indagare il mondo giovanile e gli spazi della nuova socialità, in cui «l’intimità, l’abbandono e la bellezza delle persone diventano visibili in modo crudo ma tenero».

Parigi

Se il mito della ville lumière è ben radicato nell’immaginario collettivo, la pubblicazione rappresenta l’occasione di un distaccamento dall’immagine ideale per fare una camminata nel reale, affrontando i difficili passi nel contemporaneo dell’intera Île-de-France, seconda area europea per numero di abitanti e focolaio attivo delle politiche dell’Europa a venire. Come per il personaggio interpretato da Owen Wilson in Midnight in Paris di Woody Allen, il turista che si imbatte nella città si lancia alla spasmodica ricerca dei feticci del Ventesimo Secolo: una passeggiata a rue Git-le-coeur sulle tracce della beat generation, poi a rue Campagne-première a respirare l’aria di Yves Klein, Man Ray e Arthur Rimbaud, un salto a rue de Verneil a omaggiare Serge Gainsbourg e Juliette Gréco e poi magari a rue Saint-Benoît con un libro di Marguerite Duras fra le mani. «I veri parigini vi diranno sempre con orgoglio: Qui, all’angolo, viveva tale o talaltro personaggio celebre» scrive l’architetto Thibaut De Ruyter nel pezzo che apre la raccolta, una lettera d’amore al Beaubourg che diventa un’analisi del rapporto tra pietra e potere nella città, guardando alle grandi opere architettoniche e urbanistiche che i presidenti francesi hanno fatto erigere come omaggio alla città e spesso a se stessi. Opere talvolta spregiudicate, come quella della Défense voluta da Mitterand, a riconfermare attraverso le forme plastiche il carattere di una città multistrato, da leggere come un documento. «Parigi è una città in cui le epoche si stratificano» raccontava Italo Calvino nel febbraio del 1974, muovendosi con un giornalista della Radio Televisione Svizzera all’interno dell’impressionante buco nero scavato a Les Halles, nel cuore della città. E aggiungeva che «demoliti i mercati generali, si trovano i sepolcri merovingi», interrogando un ragazzino con la pipa in mano che, con nostra somma sorpresa, con una sorta di spazzola rinviene i resti di corpi sconosciuti.

Parigi
Il buco di Les Halles, 1975

In questa stratificazione architettonica risiede implicita anche quella sociale, che oggi nel rapporto conflittuale tra un centro governativo ed elitario e una vasta periferia in lotta perenne trova il nucleo di una dialettica di difficile ricomposizione. A questa asimmetria si deve la nascita di un malcontento crescente, raccontato dalla storica dei movimenti sociali Ludivine Bantigny, che in L’avenue della rivolta ripercorre la prima manifestazione nel 2018 di quelli che sarebbero presto stati definiti i gilet gialli, che protestavano contro l’aumento dei prezzi del carburante e l’elevato costo della vita. «La zona è irriconoscibile: camion in fiamme in mezzo alla strada, una banca incendiata, un intero settore transennato, volute di fumo che trasformano gli scorci delle strade in scene da apocalisse» scrive Bantigny, ricordando come in quei mesi ad essere attaccati fossero soprattutto i beni di lusso, le banche e i quartieri alti, e come per questi manifestanti Parigi rappresentasse un simbolo di potere e di ricchezza sfrenata.

Sotto la superficie di colori a olio dei quadri custoditi nelle sale del Louvre e dell’Orsay, odio e intolleranze ribollono in attesa di esplodere, alimentate dalla politica e dal mondo intellettuale. Ne parla il giornalista James McAuley nel reportage Uomini che odiano gli ebrei che, partendo dall’omicidio di due anziane ebree in città, affronta il pericolo del ritorno di nuove forme di antisemitismo di matrice islamica, strumentalizzata dalla politica conservatrice per fomentare l’islamofobia, e riprende questi temi lo scrittore Tash Aw, che racconta i francesi di origine cinese a Parigi, una delle più grandi comunità asiatiche d’Europa, che si scontrano con pregiudizi e violenze quotidiane. Cardine della mutazione sociale diventa dunque la questione spinosa dell’immigrazione e dell’integrazione, cavalcata negli anni da Marine Le Pen e deformata dagli attentati del Bataclan e di Charlie Hebdo, affrontata anche nel reportage autobiografico La paura di lasciarsi andare, nel quale la scrittrice siriana Samar Yazbek, originaria di Damasco, racconta del suo trasferimento a Parigi dopo lo scoppio della guerra civile siriana, e del suo scontro con la città reale oltre la fascinazione delle letture di Henry Miller e di Ernest Hemingway, una lotta quotidiana per non perdere il contatto con la propria identità e la propria lingua in un processo magnetico verso la città nel quale la vera sfida è accantonare la nostalgia del passato e affrontarne le contraddizioni a campo aperto.

Parigi
© Cha Gonzalez

Ma, nel solco dei suoi contrasti, la città sa distillare il contravveleno agli sconvolgimenti portati dal nuovo secolo, ritrovando nel proprio DNA quei caratteri di uguaglianza sociale e di opposizione ai sistemi di potere dominante che hanno contraddistinto la storia francese. Non bisogna mai scordarsi, per non perdere la bussola, che la città ha sempre patteggiato più per il boia Charles-Henri Sanson che per Re Luigi XVI. Così, la giornalista di Le Monde Alice Pfeiffer nel suo intervento dal titolo La parigina smonta pezzo per pezzo lo stereotipo della donna francese benestante, bianca ed eterosessuale, raccontando le nuove generazioni femminili francesi, mentre Tommaso Melilli svela la storia sociale dei nuovi bistrot parigini, che portano l’alta cucina nei ristoranti di quartiere e si ribellano alla classificazione delle stelle, Frédéric Ciriez e Jean-Louis Samba introducono il lettore alla “sapologia”, nuovo fenomeno sociale e di moda che si basa su uno spiazzante dandysmo nero e lo scrittore Bernard Chambaz racconta come nel cuore del temuto 93, il dipartimento Seine-Saint-Denis, si alleni una squadra di calcio di impronta partigiana e antifascista. Nei reportage selezionati dalla redazione, sembrano così confluire le spinte al rinnovamento della società francese, che come sottolinea Teresa Bellemo guardano con speranza alle olimpiadi del 2024 in chiave di una trasformazione green e sostenibile della città, e di un miglioramento della qualità della vita per tutti i parigini senza distinzione di classe.

In ultima istanza, possiamo sfogliare le pagine di questo The Passenger come la cartina tornasole di una mutazione estetica ma soprattutto identitaria in atto nei boulevard della città, che continua ad essere punto di attrazione/repulsione per migliaia di persone, come nota la scrittrice Blandine Rinkel in uno degli interventi più compiuti della raccolta, nel quale racconta “la sindrome di Parigi”, una spietatezza di fondo che la città riserva a chi viene da lontano, in un corpo a corpo che definisce, deforma e riscrive il concetto di identità del flâneur baudelairiano, che nella città-vortice della creazione e della distruzione accetta il rischio di smarrirsi. E del resto, è forse in questa nuova configurazione di smarrimento identitario che si inscriveranno i perimetri di una nuova cittadinanza attiva, gli scontri per i nuovi diritti, la rivincita delle periferie per la parità sociale, gli incontri e le relazioni sentimentali che gettano l’immagine ideale del bacio di Doisneau per accogliere la nuova grammatica umana imparata ai party clandestini. Parigi è una festa e ogni festa prevede sacrifici e rinascite. La costruzione di un nuovo mondo è in atto, e come sempre Parigi ne è il cantiere, il laboratorio permanente. Il campo di battaglia. Del resto, «c’è qualcuno che pensa sul serio di poter insegnare ai parigini come si fa una rivolta?».



Foto di copertina:
© Cha Gonzalez – Prospekt Photographers

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