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Carlo Levi. Scrivendo sulle colline



Pochi autori, nella storia della letteratura italiana, hanno sconfinato quanto Carlo Levi. Sconfinato sia nell’ispirazione, sia nella divulgazione. Vedendo il mutamento sociale e cognitivo che il suo libro più famoso continua a produrre ancora adesso, Carlo Levi sarebbe uno dei pochissimi scrittori a poter vantare di aver apportato un effettivo cambiamento nel mondo, nei suoi mondi, contro quella retorica che sancisce la letteratura come arte socialmente inutile. Dall’altro lato, come evidenziava anche Lagioia in un suo recente articolo su La Repubblica, Levi ha tratto materia narrativa da una sua esperienza personale in un tempo in cui il parlare di sé come protagonisti o testimoni era ben lontano dal diventare una moda, tra i romanzieri europei. «Romanzo-reportage, autofiction, non fiction novel, apologo civile, saggio antropologico, trattato di sociologia… Carlo Levi fonde tutti questi generi in un capolavoro di misura e intensità emotiva molto prima che Alexandr Solženicyn, Truman Capote, Javier Cercas, Masha Gessen, Emmanuel Carrére cominciassero a scrivere». Ma se n’era accorto già Jean-Paul Sartre, se in tempi non sospetti attribuiva a Levi una straboccante “passione di vivere” che emergeva tanto dai suoi libri quanto dai suoi quadri.

Carlo Levi, Scrivendo sulle colline

I quadri, già. Rinnovando una combinazione che già i fratelli Giorgio de Chirico e Alberto Savinio avevano tentato, con minore equilibrio, nella generazione precedente di “creativi” italiani, Carlo Levi fu al tempo stesso pittore e scrittore. O meglio, nacque pittore, e si trovò scrittore, e quando, nell’immediato dopoguerra, pubblicò il suo primo e più celebre libro, Cristo si è fermato ad Eboli, per la risorta Einaudi, aveva già alle spalle oltre due decenni di pratica artistica. In questi giorni, in occasione del centoventesimo anniversario dalla sua nascita, la sua nativa città di Torino sta omaggiando Levi con due eventi paralleli: una rassegna al Circolo dei Lettori, e una mostra al GAM – Galleria d’Arte Moderna. In questa double-face di letterato e artista si condensa la sua esperienza umana, con corrispondenze tra i quadri e i libri mai schematiche, ma sempre puntuali.

Carlo Levi, Autoritratto con fornello, 1935

Cristo si è fermato ad Eboli, uscito nel 1945, era, notoriamente, il racconto dell’esperienza che Levi aveva avuto come confinato, dal regime fascista, nella Lucania rurale. In un primo tempo era stato confinato a Grassano, poi venne spostato nell’ancora più selvatica Aliano, dalle parti di Craco: piccolo comune acciottolato tra i monti che nel suo mémoire Levi rende come “Gagliano”, in omaggio alla pronuncia dialettale adoperata in quei luoghi.

Cristo si è fermato ad Eboli segna una tappa indelebile nella gloriosa dinastia del meridionalismo italiano. Forse l’ultimo grande punto di svolta, destinato a favorire nuove opere e nuove riflessioni per tutti gli anni Cinquanta e, in parte, Sessanta, prima che il boom economico favorisse la pasoliniana “scomparsa delle lucciole”, facendo entrare tutto ciò che poteva qualificarsi come meridionalismo in un periodo di relativa latenza. Ci sarebbe stato un Ernesto de Martino senza Carlo Levi? E ci sarebbe stato un Levi, un Levi capace di forgiare quell’equilibrio tra testimonianza e concettualizzazione, senza Antonio Gramsci? Ma il Cristo si è fermato ad Eboli non si limita a farci entrare in una precisa genealogia culturale, è questo il bello: prima dell’opera antropologica di un de Martino, che però venne dopo, prima delle opere filmiche di Vittorio De Sica e di Luigi Di Gianni, Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi segna l’ingresso, nella narrativa nazionale, di una resa mai retorica di quel Sud rimosso, di quel Sud rurale e a tratti ancora pagano. Un Sud che neanche Verga nell’Ottocento aveva saputo far appieno emergere, e che invece nelle pagine di Levi si trova attestato, narrato, rievocato in piena vita – con la garanzia non scontata che gli incontri e le situazioni di cui lo scrittore e pittore torinese testimoniava nel suo libro continuassero ad avvenire, ancora a metà del Novecento, a metà strada tra Salerno e Bari.

«Cristo si è fermato a Eboli è la cronaca di una scoperta, ma è anche la storia di un’educazione, quella di Levi attraverso i contadini». Così Lagioia nel suo articolo. Anticipando l’etnocentrismo critico di de Martino, e ribaltandone già la direzione, Levi si trova a imparare dai contadini di “Gagliano” molto più di quanto i contadini imparino da lui. La grande scoperta che Levi fa, con il Cristo si è fermato ad Eboli, è che anche le classi sociali più umili, misconosciute – ignare esse stesse di sé da qualsiasi punto di vista si voglia parlare di “coscienza” – sono passibili di dignità letteraria. Scoperta dell’acqua calda, verrebbe da dire, a fronte di una tradizione letteraria come quella italiana, che tra i suoi più lusingati maestri del secolo precedente annoverava un Manzoni, e il già citato Verga. Ma con il Cristo si è fermato ad Eboli, Levi modifica la prospettiva – facendone, per l’appunto, un discorso di prospettive.

Non c’è più un impersonale narratore-archivista, che resuscita le vicende di due umili lombardi del Seicento rileggendole tutte alla luce di una divina provvidenza un po’ acquiescente; e non c’è neanche l’epos apparentemente autonomo, collettivo, di una famiglia di pescatori siciliani, ritratta attraverso un ricorso programmatico al discorso libero indiretto, nell’illusorio tentativo di superare la distanza tra narrante e narranti. Cristo si è fermato ad Eboli si ferma un grado prima – ed è questa la sua forza. Mette in scena, infatti, l’incontro vivo tra Carlo Levi e i soggetti di cui poi narreràspostando l’operazione dall’immedesimazione, che prima si consumava tutta nell’officina mentale dello scrittore, alla messa in scena e alla “messa in parola” di un incontro tra due alterità irriducibili, Levi e i contadini, ma curiose l’una dell’altra. Così perde di senso la nozione di protagonista, l’affabulazione narrativa, anche la struttura classica del racconto, al netto dei suoi echi danteschi. In un certo senso, con il Cristo si è fermato ad Eboli Levi anticipa di una manciata d’anni quello che il Neorealismo significò per il cinema italiano e internazionale – almeno nella geniale lettura di Deleuze che vi vedeva il passaggio da un cinema di azione a un cinema di contemplazione, con il protagonista eletto a testimone, non più agente primo delle vicende. Ma ancora oggi il Cristo si è fermato ad Eboli emerge come una formula raramente praticata di narrativa sfilacciata ma non frammentaria, prova di un conflitto narrativo propriamente detto, ma ricca della sfida, continuamente riproposta, dell’incontro tra due mondi lontani, che non deve essere necessariamente scontro. In fondo, tanto i contadini di Gagliano quanto Levi stesso sono minoranze: dimenticati dallo Stato i primi, perseguitato il secondo, nell’incontro rappresentano l’incrociarsi di due minorità, di due singolarità umane, una collettiva l’altra singolare, entrambe cadute al di fuori della mentalità totalitaria della maggioranza fascista del tempo.

Jean-Francois Millet, Angelus, 1858/59

Uno dei grandi dibattiti del nostro tempo riguarda la rappresentazione cinematografica e seriale delle minoranze: etniche, sessuali, fra poco anche politiche. Negli ultimi anni tra Hollywood e dintorni è stato tutto un rincorrersi e un giocare a chi metteva in scena il primo supereroe nero o la prima supereroina, a quale franchise avrebbe accolto per primo un protagonista omosessuale. Con esiti spesso melensi. Anche in questo Carlo Levi è stato per molti decenni anticipatore. Nel raccontare le minoranze endogene di cui nessuno si accorgeva, quelle masse contadine del Meridione estromesse sinanche dal “culto della terra” di matrice fascista – e nel raccontare le minoranze senza ridurle alla loro condizione di minoranze in cerca di riscatto letterario. Senza retorica.

Sarebbe un errore però soffocare l’istinto di Levi per le minorità unicamente alla sfera letteraria, e a Cristo si è fermato ad Eboli nello specifico. Come ricordato anche nella serie di convegni tenuti al Circolo dei Lettori torinese, Levi ha poggiato la stessa acutezza di sguardo su entrambe le facce della Germania divisa del dopoguerra, con un nuovo mémoire goethianamente intitolato La doppia notte dei tigli. E soprattutto, lo sguardo di Levi si è irraggiato e si è ritrovato nella pittura. I suoi quadri non sono dirompenti sul piano della rappresentazione quanto lo è stato da un punto di vista storico e letterario il Cristo si è fermato ad Eboli – Courbet c’era stato già un secolo prima, per non scomodare Van Gogh, per non scomodare Miller. Ma la rappresentazione della classe contadina che si ritrova nelle tele e nei murali di Levi è icastica e illuminante su un piano del metodo. È una pittura di impegno civile, è chiaro, è una pittura giocata tutta sulla frontalità, su una frontalità che non è più quella, sacrale, dei bizantini, bensì sul faccia-a-faccia dello sguardo fisso, dell’incontro ineludibile, della posa che si fa invito. E ancor più che i quadri che rappresentano soggetti racchiusi, direttamente riconducibili a singole esperienze o incontri ad Aliano e dintorni, spesso utilizzati per illustrare le molteplici edizioni Einaudi del Cristo – le opere pittoriche veramente illuminanti di Levi sono quelle in cui si arriva in vario modo ad un’essenzializzazione, della sua esperienza lucana, a prescindere dal singolo ricordo, paesaggio o incontro.

Lucania 61, parte centrale

Prendiamo perciò il quadro leviano più noto, Lucania 61: non è una dichiarazione di intenti maledettamente consapevole quella di rappresentare un folto gruppo di humiles lucani in una tela, lunga oltre diciotto metri, che pare quasi un fregio? Tra i volti compare, atteso, centrale, quello del poeta e politico lucano Rocco Scotellaro, morto giovanissimo nel ’53: poesia e politica, pittura e letteratura – c’è abbastanza materiale per una costellazione. Non è solo un orgoglio contadino quello che si profila tra queste figure: Lucania 61 è un ritorno del rimosso composto e trionfale, è un out of the closets compito e deciso. Al di là della tela si avverte un humus, ed un ethos – un ethos della terra, che dal fango si fa campo. Nonostante la miopia di un Togliatti che nel 1949 chiamava “vergogna nazionale” la città di Matera con i suoi sassi – anche grazie al percorso etnografico nel frattempo compiuto da de Martino fino a La terra del rimorso – in una breve congiuntura storica sul finale degli anni Cinquanta sembrò tutto pronto per una rivalutazione del filone contadino della cultura italiana, filone che poteva farsi radice. Invece, vari fattori contingenti, tanto biografici quanto sociali – la morte prematura di de Martino nel ’65, la morte di Levi dieci anni dopo, ma ancora di più il boom economico, la fuga dalle campagne e, più avanti, i primi sintomi della globalizzazione – interruppero bruscamente questo discorso meridionalista e vigile.

Negli ultimi anni, un certo meridionalismo è risorto, spesso proprio nei territori che ne avevano conosciuto il fiorire: grazie a personalità eterogenee come Vinicio Capossela, Franco Arminio, Vito Teti e Carmen Pellegrino. Benché a volte la linea di confine tra indagine sincera sospesa, tra ricerca sociologica e azione politica, e retorica identitaria, utile a vincere un bando europeo, sia stata ingenuamente superata, il revival meridionalista che ha avuto il suo culmine nella proclamazione di Matera come capitale europea della cultura nel 2019 ha avuto un significativo impatto, tanto culturale quanto economico, sui territori che un tempo Levi, Salvemini, de Martino calcavano. Ma, per una volta, questo rifarsi ai grandi padri non ha comportato solamente un mero rinchiudersi nella tradizione. Sul finire degli anni Quaranta, Cristo si è fermato ad Eboli aveva permesso alle classi intellettuale, politica e, generalmente, “media” dell’Italia appena uscita dalla Guerra di conoscere le miserie e la forza dell’Italia del Meridione più rurale: miserie variamente interpretate, e a volte una certa retorica patetica, e caritatevolmente interventista, ha impedito di riconoscere l’autonomia e la forza di certe manifestazioni innegabilmente culturali dei contadini conosciuti da Levi, di cui qualcuno sopravvive ancora, bambino diventato vecchio, fra Aliano e dintorni. Quel che è significativo è vedere come, adesso, a centoventi anni dalla nascita di Levi e a quasi ottant’anni dalla pubblicazione del Cristo, quelle stesse regioni si siano fatte produttrici di cultura. Al netto di ogni retorica, al netto di ogni bieco ricadere nel folklore, nel cliché, nell’autoparodia – i festival, le università regionali, anche, banalmente, tangibilmente, il successo che sui social ottengono personalità come Franco Arminio, sono tutti segnali positivi. Segnali che la scommessa di Levi ha almeno in parte vinto – al netto di un’estinzione della cultura contadina che già nell’ultimo Pasolini aveva trovato la consapevolezza di un autentico “genocidio”. Lo stesso Festival della Luna e i Calanchi di Aliano ha saputo impedirsi di diventare macchietta folklorica, cosa che non si può dire per tutte le manifestazioni e tutti gli “attrattori culturali” presenti in Lucania e in generale nel Sud. Lo stesso vale per festival cinematografici sui generis organizzati tra Pisticci, Marconia, Salandra e la stessa Matera. Figli lontani, ma diretti, del passaggio di Levi. Un Italo Calvino, che della sua fede politica comunista aveva fatto una bandiera anche letteraria, e che d’altra parte fu tra i primi ad accorgersi dell’importanza del romanzo/non-romanzo di Levi, semplicemente non può vantare un simile impatto sociale.

Carlo Levi, Arcadia, 1924

Forse può avere un senso a questo punto riportare lo sguardo ad Arcadia, uno dei quadri giovanili di Carlo Levi. Datato 1924, è ancora in parte debitore della lezione del suo maestro, Felice Casorati. Ma è arbitrario vedere in Arcadia concentrato già, in nuce, tutto ciò che l’opera di Levi poi sgominerà, tra pittura e letteratura? Tutto già è premesso, e promesso, in questo corpo intatto, eppure in pericolo. Il ragazzo ritratto è un bambino già vecchio. Tutto intorno a lui ci sono elementi che, da soli, figurerebbero bene come nature morte – solo che lui è vivo. Arcadia non è un nudo erotico. È un’interrogazione. Quello stesso sguardo fisso che Levi ritroverà, una decina d’anni dopo, tra i contadini di Aliano, rivolto verso di lui. Quello sguardo fisso che poi metterà nero su bianco sulle pagine del Cristo, così che potesse rivolgersi anche ai suoi lettori. Arcadia: in un titolo, il programma di tutta una vita intellettuale, che pure non si farà mai illudere da facili idealizzazioni, da vagheggianti Eden contadini che la miseria di Aliano raccontata nel Cristo confuterebbe in partenza. Arcadia: in uno sguardo, la promessa di un incontro, replicato da Levi sulla carta, in nuovi quadri, nella vita, nell’impegno politico.

Uno dei maggiori meriti di Ladro di anime di David Grieco, tra i più folgoranti documentari italiani degli ultimi anni, è quello di far scorrere davanti agli occhi degli spettatori le immagini del funerale di Leviad Aliano, dove volle farsi seppellire in omaggio al legame ormai indelebile che si era creato tra lui e gli abitanti del posto. Per il senso di fine di un’era, e il sentimento di una rinascita mancata, lo si può paragonare al funerale di Togliatti messo in scena da Pasolini al termine di Uccellacci e uccellini. Ma un certo fermento degli ultimi anni lascia intendere che forse non tutto è perduto.

Il Sud di oggi è nascosto, su un piano culturale, tra adorazione delle ceneri e culto del fuoco, per parafrasare Mahler. Il rischio di sconfinare nella retorica è elevatissimo – ma ogni monito nasconde una sfida. Sfida che può anche essere quella, paradossale ma cruciale, di smentire Levi. Di rivelargli che, se nel 1945 scriveva non a torto che i contadini di Gagliano «non hanno, né possono avere, quella che si usa chiamare coscienza politica, perché sono, in tutti i sensi del termine, pagani, non cittadini», e nemmeno una coscienza individuale, dal momento che vivono in un mondo rurale «dove tutto è legato da influenze reciproche, dove non esistono limiti che non siano rotti da un influsso magico» – di rivelare a Levi che, nel frattempo, questa coscienza è sorta, un’altra Lucania è nata e, al netto di una perdita tangibile della magia, che pure non andava illuministicamente del tutto estirpata, un dialogo tra progresso e tradizione esiste ancora, e che proprio in lui ha uno dei suoi maggiori ispiratori.

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