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Sulla morte frattale dell’Occidente. Annientare di Michel Houellebecq



Quando esce un nuovo romanzo di Houellebecq, ci sono in genere due fronti ad accoglierlo: uno, semplicemente esultante, che vede ancora in Houellebecq un indomito fustigatore dei costumi (e specialmente dei costumi della sinistra, o di quel che ne resta), un alfiere del politicamente scorretto, una “voce libera” e altre generiche, e per lo più imprecise, designazioni che derivano più dalla conoscenza dell’immagine pubblica di Houellebecq che dall’effettiva lettura dei romanzi; l’altro, quello dei suoi lettori affezionati, affezionatissimi*, che ogni volta sperano in un ritorno ai fasti del suo immortale capolavoro Le particelle elementari o almeno all’indiscutibile eccellenza dei romanzi che stanno subito sotto – La carta e il territorio, Piattaforma o La possibilità di un’isola, secondo i gusti –, e ogni volta restano delusi. Almeno, con Sottomissione e Serotonina è andata così, inutile girarci intorno: abbiamo provato a farceli piacere, ma alla fine ci hanno lasciati, nella migliore delle ipotesi, tiepidini.
Diciamo allora subito che Annientare (La nave di Teseo) si colloca molto sopra le due prove immediatamente precedenti, e poco sotto le sue migliori: non è “il miglior Houellebecq” – anzitutto perché per troppe pagine si presenta come la versione annacquata, anzi diluita, di un suo romanzo – ma neanche il peggiore, anzi. Nei momenti migliori di Annientare, che ingrana verso pagina duecento, decolla attorno a pagina trecento e dà il meglio attorno alla quattrocento (e, sì, chiedere di arrivare a ciascuna di queste tappe è chiedere molto al lettore, ma è un sacrificio che si dimentica alla svelta quando il movimento resta ascendente e la scrittura è magistrale), si vede anche lo Houellebecq migliore, quello che ti strappa un ghigno, al tempo stesso ti fa sentire nudo e subito dopo cambia il tuo sguardo, se non rispetto al mondo, rispetto a qualche sua componente.

In Francia, Houellebecq è ormai considerato per lo più un autore che negli anni ha perduto lo smalto da oppositore di tutto e tutti, per diventare solo l’ennesimo reazionario – e negli anni sarebbe diventato ancora più reazionario. Ma in Francia Houellebecq ha rilasciato interviste, è apparso in TV e ha fatto un bel po’ di sparate, spesso per il solo gusto di far infuriare la gente (non di rado, peraltro, queste sparate sono state pure mistificate dalla destra francese onde appropriarsene: quando in un’intervista, presentata da tanti come “endorsement”, disse provocatoriamente che Trump era un ottimo presidente perché stava riducendo l’influenza estera degli USA, poche righe prima definiva il presidente americano «un clown agghiacciante» e di «condividere la vergogna provata da molti americani»): insomma, la personalità pubblica, o ancor più precisamente una parte di essa, ha preso il sopravvento sul contenuto dei romanzi, come è normale, visto che i romanzi, anche i best-seller come i suoi continuano fortunatamente a essere, li leggono comunque in pochi.
Vale tuttavia la pena chiedersi se Annientare sia un libro reazionario o meno, perché è una domanda che ci può condurre efficacemente nei pressi dei cuori concettuali del romanzo. E, a proposito di dir subito le cose, diciamo subito pure che questa recensione prevede, anzi si avvale, di “spoiler”: chi li teme si può fermare qui, tanto che il romanzo meriti la lettura l’abbiamo già detto.

Michel Houellebecq

Che Houellebecq, rispetto alla postura di alterità (e, sovente, disprezzo, ma un disprezzo sempre coinvolto, che include anzitutto lui stesso) rispetto a ogni cosa che mostrava nei primi libri, si sia riposizionato più distintamente “a destra”, lo si deduce da alcune sottigliezze: il fatto ad esempio che, in Annientare, gli appartenenti a un gruppetto di feccia neonazista vengano sempre definiti “identitari” anziché (quantomeno) fascisti, può essere una spia; più netta quella del quadro allegorico della famiglia del protagonista, Paul Raison, un quadro peraltro di disarmante semplicità (al pari dei nomi: la moglie del signor “Ragione” fa di nome Prudenza, vari comprimari hanno cognomi che ne designano in modo indiscutibile le origini etniche, eccetera), quasi manicheo: Paul Raison, collaboratore del Ministro dell’Economia Bruno Juge in un governo che se non è quello di Macron proiettato nel futuro di un secondo mandato, molto gli assomiglia, si colloca al centro, un centro che, alla fattuale scomparsa delle ipotesi di centro, ha scelto di qualificarsi come centro-sinistra per portare avanti, poi, politiche di centro-destra e diventare, in ultimo, centro-destra a pieno titolo, per quanto laico & repubblicano; suo fratello Aurélien e la moglie, la giornalista free-lance Indy, si collocano a sinistra (più precisamente, in una sorta di post-sinistra), mentre la sorella Cécile, col marito Hervé, aderiscono senza problema alcuno all’estrema destra. Ora, Houellebecq ha cura di disegnare tutti come degli imbecilli senza speranza, ma non c’è dubbio che la coppia Cécile-Hervé venga presentata con maggior indulgenza: fatta salva una figlia finita a prostituirsi in segreto, che “incontrerà” il protagonista Paul nella più classica e improbabile delle coincidenze, sono in fin dei conti delle brave persone, per quanto obnubilate, laddove Aurélien è la personificazione stessa della debolezza, mentre sua moglie Indy, financo dotata di figlio mulatto ottenuto tramite fecondazione artificiale con seme di uomo nero di alto profilo intellettuale acquistato negli Stati Uniti, è né più né meno una terrificante filistea senz’anima, animata nelle sue azioni dalla più pervicace malvagità.

Tuttavia – e qui sta il diavoletto –, le parti relative a Indy e Aurélien sono tra le più gustose del romanzo, ed è proprio quando lei viene mostrata sotto la luce peggiore che il lettore comincia davvero a divertirsi; del resto Houellebecq, per quanto presenti un quadro familiare che corrisponde a una sfacciata allegoria politica, è narratore talmente abile nel realismo da riuscire non solo a nascondere a sufficienza questo aspetto, ma da porsi anche, nella sua terza persona a tratti onnisciente, a tratti aderente allo sguardo di Paul, come del tutto imparziale. Fanno schifo tutti. Quell’Houellebecq c’è ancora, per quanto rassegnato, più che infiammato. L’allegoria politica, peraltro, ci sta tutta, dato che il quadro narrativo che fa da sfondo a quello familiare dominante (ci sarà di mezzo un padre malato, e il suo rapimento organizzato dai figli onde non lasciarlo in balìa delle onnipotenti istituzioni sanitarie francesi) è politico in senso tecnico: il capo di Paul, Bruno, è un rigido ma competente Ministro dell’Economia che deve prepararsi a far parte di un ticket presidenziale in quanto futuro Primo ministro, in un paese il cui quadro politico non è diverso rispetto a oggi (siamo infatti nel 2027), presentando una presidenza “pragmatica” che ciclicamente affronta e batte un’estrema destra-spauracchio, restando così al potere, ma dove prendono forma nuove minacce, come un misterioso gruppo terroristico di difficile inquadramento ideologico (anarchici? estremisti cattolici? neo-fascisti? ecologisti? neo-pagani? – le ipotesi si affastellano ogni volta che cambiano obiettivo), la cui primissima azione è la diffusione di un video virale in animazione 3D “più vera del vero” in cui Bruno Juge viene ghigliottinato.

Michel Houellebecq

È qui che l’ipotesi di Annientare come romanzo reazionario inizia a creparsi, dato che Houellebecq mostra un’inattaccabile onestà intellettuale nel descrivere il quadro politico francese in tutte le storture che lo portano, oggi, come del resto accade in molti altri paesi, ad assomigliare sempre più a una post-democrazia. L’autore stesso, in varie interviste, aveva affermato di non credere più al voto ideologico, ma al voto di classe. «So bene che è un termine antiquato,» queste le parole di Houellebecq, «ma c’è una classe che vota Le Pen, una classe che vota Mélenchon, una classe che vota Macron e una classe che vota Fillon: sono facilmente identificabili e che io lo voglia o no, faccio parte della Francia che vota Macron, perché sono troppo ricco per votare Le Pen o Mélenchon, e non essendo un ereditiero non appartengo alla classe che vota Fillon».

Houellebecq, inoltre, non è razzista, tutt’altro, sebbene appaia fin troppo preoccupato di dimostrarlo: letteralmente tutti i personaggi di etnicità non caucasica presenti in Annientare sono bellissimi, intelligenti e portatori di un sangue nuovo, anzi rinnovatore, capace addirittura di rivitalizzare lo stanco maschio borghese bianco. Come? Scopando, ça va sans dire, e qua si può trovare la sola vera nota dolente del romanzo: stando a quello che Annientare mostra, più che dire (siamo del resto di fronte a un romanziere sommo), la funzione della donna è alternativamente, anzi alternatamente, di rivitalizzare l’uomo attraverso il sesso, o di occuparsi di lui quando è ridotto ormai a una carcassa putrescente (a cui, comunque, si può sempre ciucciare il cazzo, ha cura di ricordarci M.H.). Così fa la madre di Paul col padre “ridotto a un vegetale” (parole del nipotastro mulatto), così farà sua moglie quando lui scoprirà di avere un cancro dopo una visita al dentista – il dentista come nunzio della morte: ecco che entra in scena Mann, e in questo deliberato calco dai Buddenbrook, Annientare si qualifica per quel che è: non romanzo politico di provocazione, come ancora e sempre ci si aspetta da un autore che ha invece, e da tempo, perduto i propri tratti da casseur, ma romanzo familiare a tutto tondo. Non è un caso che la sottotrama da thriller, quella coi terroristi misteriosi e i loro altrettanto enigmatici messaggi, si esaurisca anzitempo, “risolta” da un impiegato-nerd dei servizi segreti, e che Annientare da lì viri, di netto (sì, anche le elezioni presidenziali sono state vinte, come da piani, dal team post-macronista), sulla malattia e sulla morte di Paul, un passaggio preparato con un uso sistematico (e coraggioso, dal punto di vista narrativo: si sa che i lettori tendono a saltarli) dei sogni: Annientare è, a esser precisi, un (bellissimo) romanzo familiare sulla morte, e questa morte è frattale, attacca tutti i livelli dello scenario: muoiono i singoli familiari, muore la famiglia in quanto unità base della società, muore la politica tradizionale, muore l’Occidente stesso. Resta, forse, l’amore, ma la parola è troppo ingombrante per ciò che si vede in Annientare: “tenerezza attraverso il sesso” è forse un’espressione più adeguata – e se ci resta solo questo, allora si può a ben diritto sostenere, come fa del resto Houellebecq da un quarto di secolo, di far parte di una società in grave crisi.




In copertina: James Ensor, Masks Mocking Death (Masks Confronting Death), 1888

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