In un articolo apparso su Robinson, domenica 15 febbraio 2026, lo psichiatra Vittorio Lingiardi analizza il fenomeno, tutto umano, dell’insonnia (tema centrale dell’uscita di Repubblica) descrivendo le varie tipologie che affliggono l’essere umano, «all’insonnia noi clinici applichiamo vari “specificatori”: episodica, cronica, ricorrente, acuta, subacuta, persistente». A una cena, incontra un altro commensale con il quale si addentra nel modo in cui viene vissuto l’evento, «a un certo punto ha detto che combattere l’insonnia è più faticoso che assecondarla. A volte riesce a guardarla come una caratteristica personale». Se quel limbo per alcuni diventa un buco nero in cui la realtà si altera e prendono posto le afflizioni, le ansie e le paure, per altri può trasformarsi in una notte bianca così come vissuta da Dostoevskij: un luogo di incontro. La prima raccolta di racconti di Aimee Bender viene pubblicata nel 1998, la traduce Martina Testa per Minimum Fax nel 2012 e l’editore torna a rieditare il testo nel 2025, al centro i grandi temi sui quali l’autrice di Los Angeles si concentrerà nei romanzi e racconti successivi. La temperatura di queste storie si misura dall’ultimo testo che dà il titolo alla raccolta, La ragazza con la gonna in fiamme: una consonanza di materiale incendiario pronto a bruciare al termine della lettura.

I suoi personaggi si muovono in una dimensione che appare irreale, surreale, distopica e si è in errore. Quando Annie, protagonista del primo racconto, “La donna che ricordava”, si risveglia nel suo letto e scopre che il suo partner ha assunto le sembianze di uno scimmione ricorda: «L’ultimo giorno che l’ho visto da umano, era triste per lo stato del mondo». Se per Ben c’è un’impossibilità a riconoscersi e una necessità di cambiare aspetto per trovare il proprio posto, «Ma non capisci? Stiamo diventando troppo intelligenti. Il cervello ci cresce sempre di più, e quando c’è troppo pensiero e troppo poco cuore il mondo si inaridisce e muore», Annie affronta un limbo notturno in cui non c’è altro spazio se non quello del sogno, quello di raggiungere una stella su cui nessuno abbia espresso un desiderio e in cuor suo, sente di doverlo esprimere per farsi carico di una memoria che diventi ponte: «Ripasso i miei ricordi e mi assicuro che siano ancora intatti, perché se lui non c’è più, allora è compito mio ricordare».
La dimensione notturna appare come lo spazio in cui gravitano i personaggi di Bender seppur mossi e disegnati sotto i raggi di un sole californiano o in movimento nel sottosuolo di una città in continua agitazione. Steven, il protagonista di “Che cosa hai lasciato in trincea”, torna dal fronte senza labbra. È di notte che ricuce lo strappo prodottosi tra il passato e il presente, portatore di ricordi, popolato da incubi, frastuoni e grida; e il giorno che segue la notte dimostra tutta l’aridità a cui si è ridotto il mondo: sua moglie pone fine alla speranza, ciò che per lei «è di gran lunga la cosa più insopportabile» seppellendo i tre maglioni di lana lavorati a mano durante l’attesa del suo rientro dal fronte, simboli di un’impossibilità di conciliazione.
Alla regia, Aimee Bender dispone i suoi personaggi a raggiera, quasi uno di essi fosse conseguenza delle caratteristiche dell’altro, immaginando chi può muoversi dentro e fuori di sé. Lingiardi fa seguire, nel suo articolo, una serie di riferimenti letterari in merito al macrotema dell’insonnia e cita Annabel Abbs, autrice di Sleepless (Mai fidarsi delle donne insonni, Einaudi), «attraversa le solitudini insonni studiando le scienze, le falene e le “tessitrici notturne” della letteratura. Celebra così la vita di chi non dorme e introduce la figura avventurosa del “Sé notturno”».

Una sorta di gioco di ruolo che prende posto in uno spazio, che per sua natura è neutrale, in cui un incontro può finalmente avvenire: da un lato ciò che è recondito, sconosciuto e nascosto; dall’altro, “l’impossibilità di una trasformazione”, il mood in cui si muovono i protagonisti di “Fuga”, ad esempio. Impossibilità perché i personaggi di Bender mostrano al lettore la perfetta sostanza di cui sono composti, tutto e il contrario di se stessi, ma anche forme umane e animali, forme senza precisione, sfumature personali, mutazioni interiori, e infine, l’emersione del passato che li compone, particolarmente accentuato nel racconto “Marzapane”, in cui appare per la prima volta la torta che diventerà celebre protagonista del romanzo L’inconfondibile tristezza della torta al limone. Anche in questo caso una madre (e in questo racconto due figlie adolescenti), che mette nuovamente al mondo sua madre, un corpo di donna capace di generare vita, ma allo stesso tempo anche morte, che non è fine ma fonte di cambiamento alla quale può seguire nuova vita. Tornare in vita, rimettere al mondo, concepire sono interscambi e scambi che Bender mette in primo piano, «magari io partorirò te» – dice una delle due bambine alla sorella – «Lei aveva fatto un sospiro. Magari io partorirò me stessa, aveva sussurrato».
La genialità e la complessità di questo racconto scende nelle viscere di un’autrice che non ha spavento nel raccogliere la sfaccettatura umana, immergersi in ciò di cui si compone e riemergere per raccontarlo agli altri. La torta avanzata dal funerale della nonna e scongelata in parte in occasione della sua nuova nascita, o meglio del ritornare al mondo della madre, diventa parte di un confronto tra esseri che condividono lo stesso percorso genetico, fino ad arrivare a un’inversione di ruoli. Se è la madre ad aver generato sua madre, allora non può che essere la figlia a nutrire la sua genitrice: «immaginai di essere io quella che mangiava, ma che fosse lei a ricevere il nutrimento». Famiglie in cui si partorisce se stessi, padri morti o auspicati tali da figlie che si incarnano ripetutamente negli uomini che incontrano, adolescenti in via di mutazione, miscellanee, «vasi sanguigni della memoria», parafrasando la scrittrice svedese Kerstin Ekman. Non c’è nulla di surreale in una guarigione che prende le mosse dalla fusione di due animi apparentemente opposti, ma perfettamente complementari; in una gonna che prende fuoco nell’immaginifica passione di un corpo sovversivo; nello sguardo bendato di Jill che scoperchia, in un abbraccio, il sottopelle esistenziale; nella parafrasi di una comunione notturna di due vecchi dalla pelle cascante che, «quando calava la notte […] entravano in camera da letto, chiudevano le tende bianche, si coprivano per bene e condividevano ciò che c’era sotto». La potenza dello sguardo di Bender sull’essere umano e sulla parte immateriale di cui si compone trova sfogo in una scrittura che anche per questo non può che essere incendiaria.
Immagine di copertina: The Boston Globe