10.06.2026

Nel nome della Madre. Leggere Francesca Sanvitale

Il rapporto simbiotico e contradditorio tra madre e figlia in un libro pieno di grazia, un capolavoro ritrovato

Una figlia fa rinascere la madre, le restituisce la vita che lei le ha dato e la accompagna per mano, passo dopo passo, sino alla fine. Se dovessimo riassumere in estrema sintesi la trama di Madre e figlia di Francesca Sanvitale, ora in una nuova edizione per nottetempo, casa editrice che sta svolgendo una meritevole opera di riscoperta delle autrici italiane del Novecento, potremmo dire: è un tentativo di resurrezione al femminile, compiuto nel nome della Madre. Ecco che Marianna ritorna bambina, da apparizione luminosa rimpicciolisce e diventa «minuscola nel cortile», gioca e cresce nell’Eden privato allestito per lei dal conte Padre amatissimo che la chiama «Mariannina» e dolcemente le ripete: «Il giardino ti aspetta. Vieni, mia amata poesia», sarà la stessa frase ripetuta, alla stregua di una preghiera da sgranare in un rosario, da Marianna anziana nei giorni della lenta agonia, quando alla realtà vera la donna sovrapporrà un mondo perduto popolato di fantasmi.

«Solo il corpo di mia madre è per me un corpo d’amore» scrive Sanvitale. Come in un sortilegio la figlia, scrivendo, rende ancor viva la ragazza che la madre è stata: di nuovo agile e guizzante, vestita di pizzo, balla il valzer di Lehár nel salone degli specchi, si innamora perdutamente di un bell’ufficiale dal lungo mantello che la porterà via con sé e sarà la sua felicità e la sua rovina. Da quell’amore nascerà Sonia, figlia illegittima, segnata dalla vergogna dell’abbandono che, per tutta la vita, cercherà di sostituire il padre assente prendendosi cura della madre Marianna, per legittimarla agli occhi di una società bigotta che vedeva nella nascita di una figlia al di fuori del matrimonio una colpa, un peccato imperdonabile.  «Da bambina Sonia aveva ripetuto molte volte: “quando sarò grande penserò io a te”».  È quindi la figlia a legittimare la madre, a conferirle esistenza agli occhi del mondo ribattezzandola in una sorta di patto sacrale:

«La chiamerò con i due nomi più belli, quelli della madre e della nonna di Gesù».

Il bell’ufficiale, sposato a un’altra donna, le rinnega, costringendole a una clandestinità perpetua, qua e là mitigata da qualche visita sporadica e da somme di denaro che non bastano certo a compensare il vuoto affettivo: «Da quando era nata, la visita del padre era stata annunziata da evocazioni d’ansia». Madre e figlia in fuga da una città all’altra formano così una specie di bizzarra coppia «la madre infatti era sempre stata sua, soltanto sua» – ma ogni madre è madre per sempre, lo cantava anche Fabrizio De André nella sua toccante Ave Maria laica, il legame madre-figlio è indissolubile, non si può scindere.  Si avvera così il processo di simbiosi di due esistenze, in cui una è chiamata continuamente a rigenerare l’altra: le protagoniste di questo libro, Marianna e Sonia, madre e figlia, sono due donne distinte eppure legate tra loro in un rapporto a tratti morboso, contraddittorio, che custodisce infinite riserve d’affetto ma anche rancori, abissi di solitudine, paure e violenze, poiché non si può amare profondamente senza ferire. Le due traiettorie esistenziali a tratti coincidono, a tratti si distanziano: mentre Marianna invecchia, Sonia cresce e replicherà le stesse esperienze della madre, ma in maniera diversa, poiché ciò che comunque le accomuna è il fatto di avere un «corpo di donna», lo «scheletro d’amore» dalla bellezza spaccata e lacerata di cui parlava Alda Merini, che è deposito vivente, carnale, di piacere e dolore. Anche Sonia farà a propria volta esperienza della maternità, patendo il trauma di due aborti – descritti nei più atroci dettagli e persino nelle sottili ripercussioni psicologiche – per poi diventare madre di un unico figlio maschio, sul quale vigila con amore, preoccupazione costante e un oscuro senso di risentimento:

«Suo figlio era inerme, nato da lei».

Madre e figlia non tace nessuna sfumatura dell’animo femminile. Si tratta di due voci di donna in dialogo in un continuo contrappunto. Vedendo la madre annientata dalla passione per un uomo, Sonia cercherà di inventare per sé una femminilità diversa, emancipata, cadendo comunque nell’errore e intrecciando rapporti con uomini più grandi e spesso anaffettivi o violenti da cui fuggirà, replicando suo malgrado il legame discontinuo e ansiogeno intrecciato con il padre-ombra, l’eterno assente. Commovente la descrizione del passaggio degli anni sul corpo della madre: prima giovane e luminosa, una fanciulla in fiore, poi appesantita, sfiorita, addirittura sfigurata in tarda età dalla malattia, tuttavia non cessa mai di essere percepita dalla figlia come un simulacro di amore.

Il Tempo è il protagonista silente della storia, ne governa la trama tessendone i fili apparentemente sconnessi: «Che cosa poteva essere il tempo passato?» è la domanda che ritorna. La scrittura di Francesca Sanvitale non è lineare, segue il ritmo dell’inconscio, si adegua alla frammentazione dei ricordi, a partire dall’incipit, quasi proustiano, che sancisce il principio poetico di una memoria inventata:

«Non so perché come luogo fermo del cuore ho inventato questo portone aperto, le colonne laterali corinzie nere dai secoli, l’arco barocco (…) Mia madre è luminosa in questa penombra. Cammina nel fondo dell’androne verso la strada, supera l’arco, si ferma, torna minuscola nel cortile, viene avanti».

La memoria non segue il tempo, è un inganno, un’invenzione a sé stante che si ribella all’andamento lineare della vita. «Ogni narrazione è lo sguardo di Orfeo che si volta, che ci concede una nuova esistenza» scrive Rossella Milone nella nuova prefazione. Incanto e immaginazione si fondono e confondono, il ricordo si fa onirico e si dilata, diventa favola e nel suo flusso ogni cosa rinasce nuova a sé stessa.

Ogni tentativo di sintetizzare o spiegare una storia è di per sé fallimentare, perché ne tace i particolari, i dettagli, soprattutto non tiene conto della bellezza prismatica di una scrittura che si fa gioco continuo di specchi, di rifrazioni, di richiami. Madre e figlia di Francesca Sanvitale è un vorticoso “giro di vite”, la ricostruzione sontuosa di un mondo novecentesco ormai scomparso, in cui la percezione del tempo passa attraverso un corpo di donna che si sdoppia, creatura generante e generata. Il titolo stesso suggerisce un’ambiguità: «madre» e «figlia» sono intese come due entità distinte, ma anche come madre e contemporaneamente figlia – entrambe le donne protagoniste della storia, Sonia e Marianna, sono madre e figlia l’una dell’altra in un ruolo di cura alternato, perché in fondo si può essere madre della propria madre e figlia della propria figlia. Inevitabile il parallelismo con un’opera più recente, Una donna della premio Nobel Annie Ernaux in cui l’autrice rende manifesta la propria dichiarazione d’intenti con un’espressione quantomai efficace: «Ora mi sembra di scrivere di mia madre per, a mia volta, rimetterla al mondo», è sempre la figlia scrittrice a rigenerare, attraverso le parole, la donna che le ha dato la vita.

Il passaggio di testimone madre-figlia viene esemplificato in modo sacrale nell’opera di Ernaux: «Niente del suo corpo è sfuggito al mio sguardo. Credevo che, crescendo, sarei diventata lei». Una donna (1987) di Annie Ernaux fu scritto in concomitanza con il testo diaristico Non sono più uscita dalla mia notte, che narra il declino della madre Blanche, affetta dal morbo di Alzheimer. La vita materna e l’esperienza della malattia sono le tematiche centrali in Madre e figlia di Sanvitale, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1980 e finalista al Premio Strega quello stesso anno dove si piazzò al terzo posto.

Di fronte alla malattia della madre è la figlia ad assumere il ruolo di cura, i ruoli si ribaltano, questo accade anche in un altro splendido libro che anticipa le scritture di Sanvitale ed Ernaux, Una morte dolcissima di Simone de Beauvoir (1964), in cui la filosofa francese narra gli ultimi giorni di vita della madre Françoise malata di cancro e, ancora una volta, si sofferma sull’importanza del “corpo materno” che, con senso di impotenza, vede svilito e reso inerme dal male: «Nessun corpo esisteva di meno per me, nessuno esisteva di più».  Anche in Beauvoir emerge lo stesso desiderio struggente, necessario, ridonare vita alla madre che le sta scomparendo dinnanzi attraverso la scrittura:

«Françoise de Beauvoir: queste parole la resuscitavano, riassumevano la sua vita, dall’infanzia, al matrimonio, alla vedovanza, alla tomba. Françoise de Beauvoir. Ecco che diventava un personaggio quella donna così poco in vista, nominata tanto di rado».

Rendere la madre un personaggio di carta significa, per tutte e tre le autrici, conferirle un’esistenza duratura, assicurarle una forma di immortalità. Francesca Sanvitale, figura di spicco del mondo culturale, giornalista, direttrice di Nuovi Argomenti e Micromega, scrittrice più volte finalista al Premio Strega (una curiosità: nella storia del premio è l’autrice che figura con il maggior numero di candidature, arrivò in finale ben quattro volte), è stata una studiosa di Beauvoir. Scoprii per la prima volta il suo nome – per una strana concatenazione per cui libro chiama libro – proprio attraverso un’opera di Simone de Beauvoir, Tutti gli uomini sono mortali (1946), di cui lei firmava la prefazione. Un libro, non a caso, in cui la filosofa francese indagava, in chiave sorprendentemente fantastica, il conflitto tra il punto di vista della morte e dell’assoluto e la vita dell’individuo, creando un protagonista, Fosca, che è un essere immortale capace di attraversare le epoche. Il grido «Non è naturale morire!» attraversava l’opera esistenzialista di Beauvoir e ne cogliamo viva l’eco in queste pagine limpide e terse di Francesca Sanvitale poiché, Madre e figlia, può essere letto in primis come una ribellione alla morte della madre.

«E via via che scrivo proprio a mia madre che viene avanti chiedo scusa; ma non è lei che si vuole difendere (…) sono io, come ho sempre fatto, che la difendo!».

L’autrice negò che il libro fosse autobiografico, nonostante le corrispondenze tra la sua vita e la vita di Sonia fossero evidenti: Francesca Sanvitale nacque a Milano nel 1928 come figlia illegittima di Maria Sanvitale e dell’ufficiale di carriera Tommaso Zanelli ed ebbe un’infanzia raminga, caratterizzata da forti ristrettezze economiche. Sanvitale scrisse questo romanzo tra il 1978 e il 1979, dopo la morte della madre da lei accudita nel corso di una lunga malattia, ma rifiutò ogni accostamento tra l’opera letteraria e la sua persona, come dichiarò polemicamente in un’intervista: «A me interessa che le persone che sono dentro il romanzo siano vere in quanto personaggi, chi vuole a ogni costo trovare l’elemento autobiografico non sa cos’è la letteratura». Ogni opera letteraria è una trasfigurazione, questo il lettore lo sa; ma la vera forza trainante l’arte la trae dalla vita e se ancora oggi, leggendo di Marianna e Sonia, proviamo emozione e turbamento è perché la loro storia racconta un’esperienza universale, che ci riguarda da vicino, siamo tutti figli di una madre, dal momento che siamo nati.

Immagine di copertina: ritratto di Raja di Felice Casorati, 1924

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