08.02.2026

È una donna che scrive. Milena Milani, Simone de Beauvoir e le altre

Una riflessione sulla scrittura femminile a partire dalla nuova edizione di “Storia di Anna Drei”

C’è qualcosa di sfuggente, inafferrabile e, al contempo, ipnotico in questa scrittura. Mi sono sentita subito come risucchiata nella copertina blu notte, realizzata da Silvia Franchini per la nuova edizione Cliquot, che ricorda un quadro surrealista – un po’ De Chirico, un po’ Magritte, ma anche Dalí – e nella struttura a collage offre già un’ottima chiave interpretativa del romanzo. Si leggono le prime pagine in una sorta di sogno lucido. L’incipit, l’evento scatenante, è un incontro inatteso tra due sconosciute; ma è vero, è reale? Il dubbio permane e alimenta l’atmosfera solfurea, sospesa, in bilico tra fine e principio, che connota l’intera narrazione in un clima di tensione irrisolta, pur senza che nulla apparentemente accada.

Due donne si incontrano in una sera d’inverno a Roma davanti al cinema Barberini: non sanno nulla l’una dell’altra, nemmeno si conoscono, eppure quell’incontro cambierà tutto, da quel momento le loro esistenze saranno legate a doppio filo in una sequela di eventi imprevedibili, sino a un finale tragico. Come lettori nella storia ci muoviamo alla cieca, poiché alla narrazione, palesemente inattendibile, di una narratrice in prima persona – di cui non viene mai svelato il volto né il nome – si alternano le pagine del manoscritto di Anna Drei, creando così un doppio tra autore e personaggio, tra vita reale e vita raccontata, tra verità e romanzo.

«Sì, è una donna che scrive. Una donna come poche, forse come nessuna. Nessuno mi toglie dalla mente che io, Anna Drei, sia una donna eccezionale. È inutile che la gente rida principiando queste righe, che dica: costei è pazza o perlomeno presuntuosa. È inutile. So io quello che voglio dire».

Storia di Anna Drei è un libro nel libro, ma non si tratta di un’opera metaletteraria, non è letteratura che interroga se stessa. Pubblicato nel 1947, fu il romanzo d’esordio di Milena Milani – scrittrice eccentrica e poliedrica della letteratura italiana del novecento, oggi maggiormente conosciuta per La ragazza di nome Giulio (1964) e il processo scandalo per oltraggio al pudore che ne seguì.

Il manoscritto della venticinquenne autrice ligure, che si era già distinta come poetessa pubblicando la raccolta Ignoti furono i cieli (Galleria del Cavallino, Venezia,1944), entrò nella terna finalista del neonato premio Mondadori, insieme a La parte difficile di Oreste Del Buono e In Australia con mio nonno di Luigi Santucci, e fu edito nella collana «La Medusa degli italiani». Il libro venne selezionato in una rosa di oltre quattrocento opere pervenute in casa editrice in occasione del premio che, alla sua nascita nell’immediato dopoguerra, si proponeva come obiettivo di «incoraggiare la letteratura italiana» offrendo la possibilità a tre giovani autori di entrare nel catalogo Mondadori, in un’ottica di rinnovamento culturale. L’anno successivo, in seguito al voto popolare, Milena Milani vinse la finale con Storia di Anna Drei, trionfando – unica donna – contro due concorrenti uomini. Non glielo perdonarono; ma il pubblico fu dalla sua parte. «Ero e sono una donna. A quel tempo una creatura femminile che osava infrangere i tabù non aveva diritto di farlo» dichiarò anni dopo in un’intervista, sottolineando il carattere eversivo del suo romanzo d’esordio e riprendendo, in parte, le parole dirompenti della sua protagonista. Del resto, anche l’epigrafe della sua prima raccolta poetica, Ignoti furono i cieli, riportava una dichiarazione analoga, come una premonizione:

«Vi ho tutti contro/ e son sola./ Io sono una donna che vive/ con calma/ non faccio del male a nessuno».  

L’opera di Milena Milani divise la critica, per la sua ambiguità e per la capacità di mettere in scena un’equivoca relazione tra donne; in quel clima di tensione giocò a suo favore la recensione di Emilio Cecchi su L’Europeo che si concludeva parlando di una «grazia dell’arte» in grado di trarre spunto e materia dalla «disperazione contemporanea». Il valore artistico del testo fu riconosciuto subito da grandi intellettuali, tra i suoi estimatori figurava anche Giuseppe Ungaretti. Il poeta Vincenzo Cardarelli, amico e mentore di Milani che con lei frequentava il caffè letterario di via Veneto, in una lettera alla giovane scrittrice predisse:

«È un libro singolarissimo, originale e terribile. Anna Drei non è una specie di Saffo moderna? Quel gelo nelle vene di cui si discorre nel manoscritto di Anna Drei fu già noto alla poetessa greca. (…) Chi ti scoprirà? Il tempo, sta’ certa. Tu avrai un nome».  

Le cose non andarono così, il futuro letterario di Milena Milani non fu propriamente roseo: se si guadagnò un nome fu quello dello scandalo. La ragazza di Savona appassionata d’arte e letteratura, che si definiva una «pittrice delle parole», avrebbe pagato caro il suo eclettismo e il fatto di essere donna: il mondo letterario dell’epoca la marginalizzò, giungendo persino a porla per ultima in una lista dove figuravano, prima di lei, solo scrittori uomini presentati come future promesse della narrativa italiana. Lei non tacque dinnanzi all’affronto, reagì minacciando di fare causa ad Arnoldo Mondadori «per i danni morali e materiali che mi vengono procurati da tale forma di propaganda, assolutamente negativa nei miei confronti». Di Storia di Anna Drei, nonostante il successo, venne fatta una sola ristampa di appena duemila copie nel 1964.

Nel frattempo, nell’arco di vent’anni da quel primo libro, altre vicende erano accorse, fatti e decisioni determinanti per la carriera di Milani scrittrice. La stessa Mondadori aveva rifiutato di pubblicare il suo secondo romanzo, La ragazza di nome Giulio, giudicandolo «orrendo, impubblicabile» come raccontò in seguito la stessa autrice «si auguravano, per la salvezza della mia anima, che non lo presentassi ad altri editori». Il libro poi fu edito da Longanesi e il suo destino è noto. A difendere la scrittrice in tribunale fu un implacabile Giuseppe Ungaretti, la cui testimonianza ne favorì l’assoluzione:

«Nell’opera di Milena Milani non c’è nessun tentativo di offesa al pudore. C’è solo ricerca di espressione d’arte».

Eppure a ben vedere Jules ­– la protagonista del libro scandalo – non è che la versione minore, la sorellina, forse adolescente, di Anna Drei: prima di Jules c’era stata Anna. Entrambe sono due sradicate, due garçonnes giovani e contro tutto, indipendenti, ribelli, anticonformiste, indossano la loro diversità come una veste, una forma di superiorità intellettuale e una maniera peculiare di essere nel mondo senza tradire se stesse. La descrizione in prima persona di Anna si addice benissimo anche all’errante Jules: «Io non ho radici, pure i miei piedi si aggrappano dove si posano».  A fare la differenza tra le due è il sottile confine tra l’esplicito e l’implicito. Nel primo libro l’ancor giovane autrice gioca sulle omissioni, sul non detto, lascia fluttuare l’erotismo come una sostanza impalpabile, un profumo, la miccia di un incendio che non divampa: non c’è nulla di condannabile in Storia di Anna Drei perché niente viene detto e molto viene lasciato all’immaginazione del lettore. Su certe scene sembra cadere come un velo, una nebbia diffusa, tutti i rapporti tra i personaggi sono rarefatti, appena accennati e circonfusi da un piacere che pare più simile alla disperazione, sfumano nel dubbio – e nell’oscuro («Sentii il gesto di Mario nel buio, sentii che Anna acconsentiva a quel gesto»). E sul dubbio non si può fondare un’accusa. Che relazione c’è tra la voce narrante e Anna? Chi è davvero Anna Drei? Sono domande che non ottengono risposta, la verità passa attraverso intuizioni, zampilli di coscienza improvvisi. Riporto di seguito un estratto significativo e, credo, rivelatorio a proposito del rapporto tra le due protagoniste: «Le diedi uno schiaffo, ci rotolammo per terra. Ci picchiammo come due furie, le strappai quasi le vesti. Provavo una sensazione acre nel batterla e nell’essere battuta, sentivo la pioggia infradiciarci; mordendo un braccio di Anna mi entrò in bocca un sapore dolciastro di donna». 

Seppure i critici novecenteschi possano aver avuto qualche comprensibile reticenza nel leggere le pagine di Storia di Anna Drei, non potevano appellarsi ad alcun oltraggio alla morale né puntare il dito contro frasi o paragrafi incriminati, poiché tutto rimane sottointeso e l’intera narrazione è avvolta da un lirismo che in certi punti raggiunge vertici altissimi (e il libro fu infatti amato dai poeti, Quasimodo e Ungaretti ne erano entusiasti).    

L’esordio romanzesco di Milani fu salutato al suo apparire come un «modello di esistenzialismo» e apprezzato, tra gli altri, da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir alla sua pubblicazione in Francia per Editions Stock nel 1951. Milena Milani era un’autrice amata da Beauvoir, forse perché anticipò a suo modo le tematiche femministe care alla filosofa francese; del resto impossibile non cogliere un’eco tra le loro scritture, Milani inizia il manoscritto di Anna Drei con il formidabile incipit «Sì, è una donna che scrive», affermazione che si intreccia a quella capitale contenuta ne Il secondo sesso:

«Se io voglio definirmi sono obbligata anzitutto a dichiarare “Sono una donna”; questa verità costituisce il fondo su cui si erigerà ogni altra affermazione. Un uomo non comincia mai col porsi come un individuo di un certo sesso: che sia uomo è sottinteso».

Nella loro profonda ricerca di senso sull’essere (e la definizione) del femminile le scritture di Milena Milani e di Simone de Beauvoir si completano a vicenda e si intersecano in un gioco di risonanze: sono due donne-scrittrici allo specchio, proprio come accade a Anna Drei e all’anonima protagonista-voce narrante del racconto. Un passaggio del libro sulla vita delle ragazze è degno di menzione: «Io pensavo alla vita delle ragazze. Pensavo alla vita di Anna, alla mia, a quella di tante altre, sentivo l’insoddisfazione, la tristezza di ognuna. Pensavo anche a mia madre. Essa era lontana e diversa da me, ogni madre è altra cosa della creatura che la generò», citazione degna di nota perché ricorda Memorie di una ragazza perbene di Beauvoir quando l’autrice riflette sulla pubertà, i mutamenti del corpo e il proprio destino di donna.

Ma c’è un altro libro che ritorna e riveste un ruolo chiave nella nostra analisi. Leggendo Storia di Anna Drei non ho potuto evitare di fare un parallelismo con il primo romanzo di Beauvoir, L’invitata, edito in Francia da Gallimard nel 1943 e quindi contemporaneo a quello di Milani. Due donne, due scrittrici, nel secondo dopoguerra compongono storie curiosamente simili che situano al centro la libertà della donna, l’amore come campo di battaglia e un’analisi profonda sulla ricerca di senso nelle relazioni.

L’incontro con l’altro diventa, in entrambi i romanzi, una maniera per inabissarsi profondamente nella coscienza e, di contro, uno strumento che ha la capacità di rivelare l’essere umano – in questo caso la donna – nei suoi lati più oscuri, irrisolti. L’altro diventa lo specchio dell’Io: è quanto accade tra la protagonista e Anna e tra Françoise e Xavière ne L’invitata di Simone de Beauvoir. Le storie scorrono parallele nell’istituirsi di un ambiguo menage a trois – la protagonista, Anna e Mario da un lato e Françoise, Xavière e Pierre dall’altro – in cui tuttavia non è l’erotismo l’elemento centrale ma il dipanarsi di una riflessione filosofica sui rapporti di potere nelle relazioni, l’amore, la gelosia, il desiderio di possesso (o di fuga). Entrambi i libri, inoltre, presentano un analogo finale tragico, che pare essere l’unico possibile per spezzare la tensione creata nella climax vertiginosa delle ultime pagine. I sentimenti, per le donne narrate da Milani e Beauvoir, sono un campo minato e il mondo affettivo diventa uno specchio, distorto e opaco, del mondo interiore. Storia di Anna Drei, proprio come L’invitata di Beauvoir, non mette in scena una liaison amorosa ma un dramma metafisico che conduce a un inevitabile risvolto tragico. A morire, in entrambi i casi, è colei che non è riuscita a salvarsi – mentre l’altra rimane a guardare e non si capisce se sia la vittima o la carnefice.

Due donne allo specchio è l’immagine metaforica che ritorna, proprio come nel finale de L’invitata quando Françoise si trasfigura nel volto di Xavière che d’un tratto diviene il suo riflesso e, al contempo, la sua nemica: «Françoise considerò con orrore quella donna che gli occhi sfolgoranti di Xavière contemplavano, quella donna che era lei stessa». Nel confronto finale non c’è spazio per l’altro da sé: «O lei o io. Sarò io» conclude la protagonista di Beauvoir rendendo automaticamente l’altra il suo doppio. Tutte e due i romanzi si concludono con un delitto, che tuttavia mantiene contorni oscuri, sfumati, quasi onirici. L’intera storia è filtrata dalla mente delle protagoniste femminili che, in fondo, sono narratrici inaffidabili. Chi è davvero Anna Drei? Figura evanescente, indefinibile, angelica o diabolica, a volte sorge persino il dubbio che nulla sia accaduto e che lei sia semplicemente il doppio della voce narrante o, persino, la protagonista del manoscritto incompiuto che il libro a sua volta contiene in una innovativa struttura letteraria a matrioska.

In un’intervista rilasciata alla fine degli anni Settanta, quando ormai non era più una giovane esordiente, Milena Milani provò a dare una propria interpretazione del finale affermando che «Anna si suicida»; ma possiamo davvero fidarci del parere di una scrittrice, mentitrice di mestiere, una che inventa storie per vivere? Oggi forse di parlerebbe di femminicidio, di una donna che si ribella alla tirannia maschile e ad essa, inevitabilmente, soccombe. Io credo che la fine di Anna Drei assuma un significato diverso nella mente di ogni lettore e che ciascuno debba cercare il suo – è questo lo scopo di quello che, non a caso, fu definito «il primo romanzo esistenzialista italiano». Le opere di Milani furono a lungo marginalizzate, finirono fuori commercio e fuori catalogo, i suoi testi risultarono introvabili, alcuni divennero reperibili soltanto online in edizioni di pregio e quindi costosissime; soltanto di recente è stata riscoperta. Più che come poetessa e scrittrice lei si affermò come gallerista, ceramista, critica d’arte, pittrice, grazie anche al legame ventennale con il mercante d’arte Carlo Cardazzo (è lui il misterioso T.H. cui furono dedicati tutti i suoi libri, compreso Storia di Anna Drei che riporta in epigrafe la dedica sibillina: «Questo libro è per T.H.» ).

Forse l’Italia di metà Novecento era ancora impreparata ad accogliere la rivoluzione apportata da Milena Milani, motivo per cui i suoi romanzi oggi ci parlano con un’attualità ancora più dirompente e meritano di essere riscoperti, in primis per il ruolo centrale dato alla prima persona singolare femminile, la scrittura a lungo marginalizzata, nascosta, proibita, che si fa riflesso di un’interiorità negata. «Sì, è una donna che scrive»: quell’affermazione prorompente, solenne, orgogliosa che apre il manoscritto di Anna Drei non si dimentica e sembra scorrere, come un filo rosso, unendo tra loro le opere di altre scrittrici, da Alba de Céspedes («È una donna che vi parla, stasera») a Maria Bellonci («Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità») sino alla contemporanea Elena Ferrante («Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente»), nella cui scrittura l’Io sembra sdoppiarsi in un duplice riflesso congiunto: chi è la vera amica geniale? La storia di Anna Drei in un certo senso ritorna, la sua voce non tace perché ancora non ha finito di dire, è la prima persona singolare femminile di ogni donna che scrive.

Immagine di copertina: un primo piano di Milena Milani

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