05.09.2025

Scrivere la vita. Se Annie Ernaux si riflette tra le ragazze e i ragazzi di un liceo

Il documentario “Écrire la vie” di Claire Simon, presentato all’82. Mostra del Cinema di Venezia, riscrive l’opera della scrittrice attraverso gli occhi dei più giovani

«Toutes les images disparaîtront». Tutte le immagini scompariranno, le immagini di una generazione lontana, che in un tempo che appare sigillato nel passato è stata capace di vivere, di amare e di soffrire, un popolo silente al quale non rimane che un estremo voto di permanenza, la scrittura. Così ne Gli anni (L’orma, 2015), Annie Ernaux dispiega il tempo vissuto assurgendolo a parabola umana, minando lo steccato che regola lo spazio della memoria individuale e di quella pubblica, ricreando di fatto attraverso l’écriture plate l’esondazione del privato nel collettivo, il personale nel politico, il desiderio nella Storia.
Una pratica letteraria sovversiva, quella della scrittrice premio Nobel Letteratura, che affiorando dai ciottoli sommossi dai movimenti di contestazione degli anni Sessanta e Settanta richiede oggi un confronto con le generazioni più giovani, in una precisa fase storica che osserva con ampio sgomento e scarse soluzioni l’ideologia arretrare in favore del dubbio, l’energia soverchiante della massa abdicare per lasciare spazio al segno impotente del singolo, il racconto del reale traballare (e non di poco) sotto i colpi di una verità sempre più multipla, tecnica, verticistica. Una pratica, si diceva, che richiede quantomeno un recupero, e che lotta sulla pagina fresca di inchiostro di stampa per tramutarsi in sguardo, consapevolezza e voce. Proprio come accade in Écrire la vie. Annie Ernaux racontée par des lycéennes et des lycéens (il titolo internazionale è Writing Life), il documentario di Claire Simon presentato alla 82. Mostra del Cinema di Venezia per le Giornate degli Autori e presto nei cinema con I Wonder Pictures, nel quale la regista fissa la propria videocamera tra i banchi dei licei francesi che hanno adottato i romanzi della scrittrice, registrando in presa diretta il corpo a corpo degli studenti con romanzi come Il posto, L’evento e La vergogna (editi in Italia da L’orma Editore), e riversando la pratica della “autobiografia impersonale” nel mondo giovanile contemporaneo, tra distanze generazionali e rispecchiamenti non troppo inaspettati per chi si è abituato a frequentare il valore politico – e universale – della scrittura di Ernaux.

Ernaux

«Vuole restare il più vicino possibile alla verità, credo. Vuole mantenere l’autenticità della relazione con il padre». A prendere la parola, in apertura del film, è una giovane studentessa del Liceo Jean-Monnet, che su sollecitazione della professoressa commenta la natura essenziale, quasi familiare, del linguaggio di Ernaux. Sulla scena, lo sguardo di Claire Simon si concentra sui ragazzi e le ragazze invitati ad esprimersi attraverso i romanzi della scrittrice, frugando le relazioni che si instaurano tra loro e con i docenti, in un continuo processo di confronto dialettico che prende avvio dalla lettura di un passaggio, un paragrafo fulmineo, un’espressione. Scena dopo scena, i romanzi di Ernaux si liberano dell’aura letteraria per divenire libri di testo, strumenti di pensiero e di ricerca, specchi rivelatori nel cammino verso l’età adulta alla ricerca dell’autodeterminazione e della libertà che possono azionare un processo di confronto e di identificazione: «Simone De Beauvoir ha detto che identificarci è come scoprire una verità che facciamo nostra pur restando di un altro – ha spiegato Ernaux al Lido -. È una sorta di osmosi magica, che a volte accade misteriosamente con la lettura, mentre altre volte non accade. È un’immersione, ed è il grande mistero di alcune letture. Nel film lo dicono anche i ragazzi: sia quando sono d’accordo che quando disapprovano, si sentono toccati da vicino da ciò che scrivo, come se fossero immersi».

Un’identificazione che tocca i discorsi collettivi di genere e di classe tanto cari alla scrittrice, campi magnetici che continuano a orientare e plasmare l’esistenza degli adolescenti di oggi. «Nei miei libri cerco di affrontare temi come il nostro ruolo nella società, la vergogna, il desiderio, la condizione di ragazze e donne. Lo faccio in modo molto frontale, spogliato di ogni elemento romanzesco, di ogni finzione. È quello che i giovani definiscono “senza filtro”». I ragazzi entrano in risonanza con la lingua pungente, spesso brutale, della scrittrice, agendo e re-agendo alle sue pagine affrontando il tema dei rapporti familiari, delle differenze di classe, della parità di genere, della sessualità, del consenso, dell’aborto. «Ero curiosa di scoprire la reazione dei ragazzi di fronte ai miei libri (…) È in questi momenti che avverto con maggior forza ma anche con stupore che cosa significa scrivere: rendere vivo, condividere, un momento, una scena, un pensiero. E guardando la pellicola mi sembra che i ragazzi abbiano capito che in tutti i miei libri si tratta di trascrivere la vita. Non quella che sogniamo, anche se il sogno ne fa parte, ma nel modo in cui ci colpisce, ci affascina nelle sue manifestazioni quotidiane».

Ernaux

Come nella «chiassosa polifonia» dei pranzi estivi descritti in Gli anni, nel film di Claire Simon racconto personale e racconto sociale si ergono a tutt’uno, mentre la videocamera percorre la cartografia francese come in un on the road tutto all’interno dei corridoi e delle classi da Franconville a Saint Christol-lez-Alès in Occitania, tenendosi alla larga da Parigi per esplorare territori poco raccontati eppure vivissimi, con le loro aule scolastiche popolate da ragazze e ragazzi timidi, agitati, riservati, sfidanti, teneri, arrabbiati, con il cappuccio della tuta o un ciuffo troppo lungo a coprire il volto oppure in abiti griffati e sguardo consapevole di fronte alla videocamera, sotto gli occhi dei propri docenti prima ancora di quelli dello spettatore. Una scuola, quella d’Oltralpe, nella quale è possibile parlare liberamente di aborto, di stupro e di sesso senza sensi di colpa, e in cui il sapere è un processo che si costruisce collettivamente e non gerarchicamente, nel confronto tra voci anche aspramente discordanti che prevede la centralità del pensiero dei ragazzi, supportata dal corpo docente.
«Trovo che in questo film i professori siano fantastici – ha commentato Ernaux -. Fanno parlare soprattutto i giovani, fanno sì che i loro pensieri possano liberarsi, li seguono passo per passo in questo parto delle idee. In questa relazione che trovo straordinaria, si crea un gioco tra le pagine dei miei libri, i commenti degli studenti e le parole dei professori. So cosa significa essere professore, ho insegnato per quasi dieci anni in un liceo, ma non posso dire di aver vissuto la stessa condizione: all’epoca l’insegnamento era di stampo tradizionale, non chiedevamo ai ragazzi questo tipo di coinvolgimento, si pretendevano esposizioni più classiche. Nelle classi di oggi, invece, c’è un dialogo collettivo, nel quale ognuno può esprimere la propria opinione. Così questo film mi ha permesso di scoprire qualcosa in più sui giovani di oggi. E quando non capiscono pienamente alcuni passaggi dei miei libri e non comprendono fino in fondo cosa cerco di dire, c’è sempre un compagno pronto a esporre la propria opinione, a spiegare e a portare gli altri a considerare qualcosa che non avevano considerato, creando un dialogo che forma una sorta di equilibrio all’interno della classe».

Ernaux
Annie Ernaux

I ragazzi, e in particolar modo le ragazze, entrano ed escono dalle pagine della scrittrice ora con empatia, ora con incomprensione o fastidio quando non addirittura con rabbia. Un ragazzo dall’aria leggermente annoiata sbotta perché l’aborto non è affar suo ma solo delle donne, un studentessa rilegge con orgoglio «Scriverò per vendicare la mia razza» tra le mura della sua classe nella Guyenne francese, mentre un’altra di origine africana spiega perché quello provato da Ernaux per un uomo più giovane di lei non sia vero amore ma un’ossessione umiliante e, come spesso accade per gli affari sentimentali degli adulti, forse anche un po’ ridicola. Le istanze della generazione dei movimenti sembrano trovare un dialogo, stratificato e non sempre appacificato, con i ragazzi di oggi, immersi in un’epoca storica dominata da crisi umanitarie e ambientali, dal controllo dell’immagine e dell’informazione, dall’incertezza delle relazioni umane. «Mi sono accorta che oggi i miei libri parlano a più generazioni coprendo più decenni, e a ognuno parlano in modo diverso. Ad esempio un libro come L’evento, che parla di aborto clandestino, si riferisce a un’epoca ormai lontana, eppure continua a parlare a questi ragazzi. È qualcosa che va oltre il soggetto, che riguarda il modo di scrivere, il tipo di sguardo che possiamo posare sulla realtà, qualcosa che ci permette di catturare l’essenza stessa delle cose. In questo consiste la mia ricerca quando scrivo: ogni scrittore cerca questo, per sé e per gli altri, cercando di attraversare più epoche e di prolungare la propria vita. Si scrive per combattere la morte». E la letteratura, quale ruolo può ritagliarsi? La pellicola non offre una risposta, non intende perseguire tesi semplicistiche, e forse ci ricorda, offrendo allo spettatore una serie di primi piani degli studenti, di occhi fragili sepolti sotto la strafottenza iconoclasta dell’adolescenza, di corpi che impacciati si muovono per trovare un posto adatto, di sorrisi abbozzati o di silenzi da soppesare, che qualunque cosa dovesse accadere «la lingua continuerà a mettere il mondo in parole».

Come nello splendido finale, nel quale la videocamera della regista sembra non volersi separare dal gruppo di studentesse alla fermata del bus di Saint Christol-lez-Alès, quasi incapace di spegnersi, e si sofferma infine sull’ultima ragazza rimasta ad attendere la sua linea, l’aria trasognata. «L’altro giorno ho aperto uno dei miei vecchi taccuini e ho letto una frase: “Spero un giorno di diventare scrittrice”» confida con un velo di imbarazzo, mostrando come la scrittura ancora oggi conservi intatta la sua natura rivelatrice e liberatoria, indagando il labile confine che separa un destino personale da uno sguardo più ampio, costruito accanto agli altri. «Credo che Annie Ernaux scriva affinché il dolore per ciò che le è accaduto possa essere raccontato anche agli altri – confida una ragazza col volto coperto dal cappuccio della felpa mentre le sue mani tracciano segni nell’aria per farsi comprendere meglio -. Io credo che lei scriva per farsi leggere dagli altri, e per farli sentire rappresentati dalla sua storia».

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