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Le stelle vicine, i dodici Big Bang di Massimo Gezzi



Ci sono gli umarells dei cantieri umani. Giovani, fólle solitarie disperse ai bordi di ferite orografiche al cui centro l’imago mortis del nostro tempo pulsa col quieto metronomo di Phil Collins. Scrutano giù. Uno di loro è Massimo Gezzi. Procede al carotaggio del pus suburbano inzuppando Le stelle vicine (Bollati Boringhieri) nel nucleo terrestre, per dar l’incontro tra sopra-e-sotto. Accade che deflagrano dodici racconti di «dolore impotente», una dozzina di Big Bang nocivi come clorofluorocarburi.

«Non so se è un me stesso del futuro, a parlare, o se in questi momenti succede qualcosa di paranormale: però qualcuno mi sta dicendo di fermarmi qui e di guardare.»

Massimo Gezzi

Per bocca di un ragazzotto, si fa sentire il poeta – da Il mare a destra (2004) a Il numero dei vivi (2015), premi, podi – qui al suo debutto prosato. Nella postura dell’osservatore placidamente molesto, gli occhi basculanti uguali al carrello d’una vecchia Olivetti, lo immaginiamo fare controvoglia caviardage; perché è forma poetica, anche questa, avanzata a mezzo di cancellature su esistenze esauste: due manciate di cittadini periferici, «frantumati», «cuori avvelenati», i loro astri bricolage. Li pensiamo, appunto, tutti nel buco del paese metropolitano dove è sempre in progetto l’esasperazione – ne lastricano quartieri, gironi.

Bambini, adolescenti, vecchi. Bighelloni, lavoratori demoralizzati, quarantenni soli. E le stelle – un po’ di Talete, un pizzico di furore Steinbeckiano.
Non sono categorizzabili, nemmeno nell’infelicità, poiché la nevrastenia (cosmica?) che si passano a mo’ di testimone è elettricità discontinua. Esplode improvvisa: dal niente al peggio in un peto, pareidolia sonora dell’anima-trombetta, sgonfiata. Nulla di troppo atroce (il Male è davvero banale), giusto la cattiveria che faccia dire «stasera bisogna andare da qualche altra parte. Bisogna cercare un altro modo per sentirsi bene».
Pare che la speranza giaccia nel bidone dell’umido, ad attendere un riciclo diverso, un giorno preciso, come Leopardi con la felicità («Siamo tutti eccitati […] stasera è sabato, e di sabato tutti hanno qualcosa da regalare agli altri»).

Lo spaccio narrativo avviene quasi sempre in prima persona, gli «insetti umani» si specchiano e monologano mentre ulula il lontanare della civiltà, assieme alle chiome dei pini marittimi.
Gezzi insegna, in un liceo a Lugano.
Avrà conosciuto qualcuno dei «cervelli disabitati» che denunzia? Gli crediamo tuttavia. Soprattutto per le scintille (inti)mistiche: «Quando chiudo un libro che mi è piaciuto mi arriva dentro qualcosa di incandescente, qualcosa che si incastra con i riff dei Motörhead o dei Metallica, con i gessetti blu che strofino sulla stecca o con i goal al campetto di Marzetti».

Crediamo perché riporta in vita, frazioni di secondo nell’anestesia del presente eterno, perché riconosciamo cose come fossero il volto di un affetto estinto, il voto giurato nel lino alla Prima Comunione.

Tra benedizioni di birra e schiuma, e infatuazioni-rivelazione («Ha qualcosa di diverso, dentro, di caldo») che odorano di cacca, sigaretta e pollo arrosto, trovano posto fantasmi relazionali. Fanno bene («Dopo nove anni mi ricordo all’istante il punto del suo torace su cui appoggiare la testa»), fanno male («Ti vede anche lì, ti sente negli scricchiolii del letto, nella pioggia che cade, nella tosse degli altri al cinema»).
Ma non si parla solo d’amore.
Dodici episodi della stessa serie, senza sottotitoli; pidgin contemporaneo, un linguaggio netflixese; casting serrato fra innocenti peccatori, senza teorie o metafisiche: Le stelle vicine sono monografie a perdere, sulla morte dei vivi.

Massimo Gezzi
Massimo Gezzi

Che emoziona, quando sogna angosciata – «Voleva che restassero così lenti e misteriosi, visibili solo a intermittenza, pronti a scomparire per sempre ma sempre presenti, laggiù». Quando è stanca – «Di notte la gentilezza appassisce: siamo esseri umani più crudeli, o forse soltanto più veri».
Dalle 144 pagine, smaltate con un colore smontato affinché risaltino le botte tutt’attorno, sale un commento che non denunzia. Semplicemente così sarebbe. Così è.

Realtà e fantasia: il cerchio di fuoco e il gran felino, a balzarvi dentro. Nel gioco narrativo, negli spunti veristi, Gezzi inserta esercizi circensi, manovre da tendone, dirozzate e delicatissime, deleuziane e divertenti. Piccoli mostri si rimirano la pelliccia, quassù e quaggiù del foglio: «Mi colpiscono le tigri, perché è la prima volta che le vedo e non capisco perché non saltino di qua a divorarci tutti».

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