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La ricerca dell’uomo nudo. Dietro le quinte della polizia con Georges Simenon



Parigi, rue Lafayette, al numero 15, un giorno dei primi mesi del 1932. Tre uomini mascherati e armati fanno irruzione nella banca Baruch, rinchiudono il personale in una stanza, si fanno accompagnare da uno dei direttori alla cassaforte, la svaligiano, accoltellano un impiegato che ha tentato di avvertire la polizia, fuggono con un bottino di centotrentamila franchi (oggi sarebbero quasi dieci milioni di euro).
Cosa farebbe Maigret? Quante pipe fumerebbe prima di scovare i colpevoli, «prima di posare la mano sulla spalla di un tizio, sospirando: «Sei fregato, bello mio!». E Sherlock Holmes? Quante ore rimarrebbe a suonare il violino nell’appartamento di Baker Street, prima di arrivare al perfetto identikit dei colpevoli? Solo che questa «non è la trama di un romanzo poliziesco», ma cronaca. Georges Simenon ne dà conto in uno dei reportage raccolti da Adelphi con il titolo Dietro le quinte della polizia, pubblicati nella traduzione di Lorenza di Lella e Maria Laura Vanorio, con una nota di Ena Marchi.

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Nei primi anni Trenta, quando alcuni romanzi dedicati al celebre ispettore sono già stati pubblicati, il direttore della giudiziaria propone a Simenon di visitare tutti i reparti della polizia per rendere più credibili le inchieste di Maigret. Lo scrittore coglie la palla al balzo. Con Simenon niente è sprecato, spiega Ena Marchi: dalle sue visite al Quai des Orfèvres, dove ha sede la polizia giudiziaria, lo scrittore trarrà alcuni reportage, di cui tre pubblicati in questo volume.
In verità è proprio come giornalista che Simenon comincia a scrivere. È il 1919, il giovane Georges vive nella sua città natale, Liegi. Dopo una breve esperienza come pasticcere trova lavoro in una libreria. Presto però si fa licenziare: in presenza di un cliente ha contraddetto il suo capo che ha confuso Il capitano Pamphile di Alexandre Dumas con Capitan Fracasse di Theophile Gautier. Deve trovare un altro lavoro. Ha appena compiuto sedici anni e può cominciare a indossare i pantaloni. Un giorno entra nella sede della Gazette de Liège e chiede un impiego, sebbene non sappia nulla di giornalismo (i giornali, a casa, sono riservati al padre, mentre alla madre interessano solo i feuilleton, i romanzi d’appendice che escono a puntate sui giornali). Dapprima divertito, il redattore capo è colpito dalla sua intraprendenza. Simenon comincia col dedicarsi ai cosiddetti «chiens écrasé»: letteralmente i «cani schiacciati», metafora per indicare la cronaca locale. È così che comincia l’avventura Simenon.
«Potrei ben dire che fin dai miei quindici o sedici anni, forse anche prima, sono stato curioso dell’uomo. Ma ho sempre percepito una differenza tra l’uomo vestito e l’uomo nudo. Ovvero tra l’uomo così com’è e l’uomo così come si mostra in pubblico e persino come si guarda allo specchio», racconterà più tardi lo scrittore a Francis Lacassin, curatore dell’edizione francese dei reportage. Il giornalismo si rivelerà un’esperienza decisiva per la sua ricerca: «In tre anni e mezzo di giornalismo ho davvero conosciuto da vicino tutte le classi sociali. E mi sono accorto che è la migliore esperienza possibile per un futuro romanziere. Non so quanti anni di vita servirebbero per avvicinarsi a tutte le classi sociali, esservi ammesso».

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Foto segnaletiche di Alexandre Stavisky, anni 30

Nel 1976 lo scrittore dirà: «C’è una cosa che mi sbalordisce. Questi reportage scritti di fretta, corretti ancora più rapidamente, contengono in nuce tutti i romanzi che ho immaginato in seguito». Vi ritroviamo gli stessi ambienti, gli stessi personaggi, gli stessi temi, talvolta le stesse situazioni, al punto che Francis Lacassin ha parlato dei romanzi come «reportages rêvés», reportage sognati. E la scrittura di questi articoli non è meno avvincente di quella dei romanzi. Simenon esplora i meandri della società ma anche della mente umana. Come in un poliziesco, i criminali hanno le loro abitudini, le loro tradizioni, e «non fanno mai uno strappo alla regola» (e talvolta sono proprio le loro manie a tradirli). E dall’altro lato anche i poliziotti hanno le loro consuetudini: la «sedia feticcio», per esempio, che «a ogni minimo movimento produce degli scricchiolii che a poco a poco fanno perdere le staffe al criminale». Il tracollo fisico e morale del sospettato è assicurato: di lì a poco «canterà». I poliziotti sono tra i principali protagonisti di queste inchieste: Simenon ne descrive l’eroismo quotidiano, per lo più senza onori. Alcuni sono donatori di sangue, ma ci sono criminali che preferiscono morire piuttosto che ricevere «sangue di sbirro». Per non parlare di quella donna che ha il terrore dell’uniforme: non appena vede un poliziotto comincia a sbraitare, lo copre di insulti, gli tira i baffi o si alza il vestito.

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Georges Simenon negli uffici della questura di Parigi, anni 30

Ma se «tutti gli assassini sono degli imbecilli», non tutti i poliziotti hanno del genio, fiuto o intuito: semplicemente sanno il mestiere. Conoscere il mestiere vuol dire anche conoscere «gli angoli più reconditi di questa immane fiera» che è Parigi e «soprattutto conoscerne i retroscena». Di quei retroscena viene qui offerto uno spaccato particolarmente nitido. Simenon descrive la vera solitudine, quella delle vecchiette e i vecchietti che non hanno più niente, una povertà che non ha nulla di pittoresco. Lo scrittore entra nelle bettole più equivoche, ci presenta «facce patibolari». Ci narra le «tragedie che contano», quelle che meglio di altre definiscono un’epoca: delitti compiuti per amore o per gelosia, omicidi di bambini. E poi ci sono i suicidi, di cui viene offerto un vero e proprio campionario: il quartiere che vanta il numero più alto è Passy, una zona elegante dove ci si toglie la vita con una certa discrezione, con il dovuto riguardo (niente impiccagioni o rasoi, ma più che altro barbiturici).

Il volume si conclude con un ricco dossier fotografico. Sono riprodotte alcune istantanee scattate dallo scrittore nel settembre del 1933 tra La Rochelle e Île de Ré, in occasione di un’inchiesta sull’imbarco dei forzati per la Guyana. In altre foto osserviamo il padre di Maigret davanti al Quai des Orfèvres, negli uffici della Questura di Parigi o della Polizia giudiziaria. Seguono alcune immagini dei casi giudiziari più clamorosi del tempo, a cui lo scrittore fa spesso riferimento nei testi qui raccolti: il caso Landru, il «Barbablù di Gambais», colpevole dell’omicidio di undici donne circuite per estorcere loro denaro; il caso Stavisky, finanziere diventato celebre per una truffa legata all’emissione di falsi buoni del Crédit municipale; quello della rapina alla banca Baruch. Vediamo schede segnaletiche, imputati alla sbarra o in attesa degli interrogatori, ritagli di giornali, reperti giudiziari e persino la stufa in cui Landru bruciava i corpi delle sue vittime. Si susseguono facce atterrite, spaesate o che si fingono indifferenti, talvolta persino sorrisi abbozzati: scatti che completano bene il progetto di Simenon, «quella ricerca dell’uomo nudo» che muove la scrittura tanto dei romanzi quanto dei reportage.




Immagine di copertina: foto segnaletiche di Alexandre Stavisky, anni 30

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