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Ogni famiglia ha uno scheletro nell’armadio. Le sorelle Lacroix di Georges Simenon



La zuppa di porri, l’odore della zuppa che invade le stanze. Persiane ermeticamente chiuse. Una casa surriscaldata. Aria che manca, puzza di chiuso. Insinuazioni continue, senza che si capisca più chi sorveglia chi, chi sospetta chi e che cosa. Materassi sbattuti che prendono forme mostruose. Un segreto terribile. Voci aspre, sguardi pieni di sottintesi. Menti che costruiscono percorsi tortuosi. Una donna che non accetta di prendere il cognome del marito. Un marito fuori posto, un mistico del Medioevo capitato per errore nella Francia degli anni Trenta. Atmosfere vischiose. Malumori così tangibili da essere masticati. Una vittima che perdona il suo carnefice e prega il cielo per lui. Qualcuno che si toglie la vita. Qualcuno che muore apposta. Una fine voluttuosa. Personaggi che incarnano alla perfezione l’ambiente in cui vivono (proprio come la signora Vauquer di Papà Goriot, che «spiega la pensione, mentre la pensione implica la sua persona»: Marcel Aymé diceva che Simenon è «un Balzac senza lunghezza»).
È questo l’universo di Le sorelle Lacroix, appena pubblicato da Adelphi nella traduzione di Federica Di Lella (premio Strega europeo 2022 per la traduzione di Primo sangue di Amélie Nothomb e Premio Appiani 2022 per la traduzione di La sete di Marie-Claire Blais) e Lorenza Di Lella. Belga di lingua francese, Simenon nasce a Liegi nel 1903 e muore a Losanna nel 1989. È uno scrittore dalla produzione eccezionalmente vasta, eppure, anche grazie all’apprezzamento di Gide, sfugge all’etichetta di letteratura di consumo. Il «fenomeno Simenon», così come lo chiamava Robert Brasillach, comincia nel 1931, quando con Pietr il lettone prende vita il celebre commissario Maigret. Seguono almeno quattrocento titoli, secondo alcuni critici. Cinquecento, dicono altri. Numerosi gli adattamenti cinematografici e televisivi.

Simenon

I lettori di Simenon, di cui molto è stato tradotto da Adelphi, sanno bene che le sue opere si dividono in gialli e romanzi “duri”, ovvero romanzi psicologici che l’autore considerava la sua vera produzione romanzesca. Avvincenti almeno quanto un poliziesco, anche i romanzi “duri” si reggono su misteri da scoprire, enigmi torbidi. La frase in epigrafe alle Sorelle Lacroix lo lascia capire immediatamente: «Ogni famiglia ha uno scheletro nell’armadio…». Proprio come nel migliore dei gialli, Simenon svela gradualmente quello scheletro nell’armadio, esplora gli abissi della mente umana, descrive l’incrinarsi della ragione, l’avanzare delle pulsioni più cupe, il precipizio dell’anima dietro l’apparente armonia.
Siamo nella seconda metà degli anni Trenta, il romanzo fu scritto nel dicembre del 1937 e pubblicato in rivista all’inizio dell’anno successivo: Freud ha fatto irruzione in Francia da circa quindici anni, la letteratura è invasa da soggetti divorati dalla propria vita psichica. Sono gli anni di Mauriac, Jouve, Green, Maurois, Bernanos, Némirovsky… Per tutti questi autori la famiglia è la sede del conflitto tra vita sociale e vita interiore. Dietro la sua apparente solidità si celano inquietudini, rancori, incomprensioni: la famiglia è un castello di carta. Tutti mentono a se stessi come agli altri, la menzogna è logorante, i protagonisti sono privi di consistenza e di verità, vigliacchi incapaci d’azione o potenziali omicidi. Basta un soffio per farli passare da una categoria all’altra, per rendere l’inetto un assassino. Basta un niente per far crollare quel castello di carta.

Come ha scritto Anne Marie Jaton, «sotto forma di romanzi o di racconti brevi, Simenon mette in scena autentiche tragedie moderne, secondo le regole classiche del genere. Nella vita più banale irrompe un elemento di tensione, in un drammatico crescendo fino alla crisi, raramente catartica e più spesso catastrofica». Le sorelle Lacroix si apre quando la crisi sta per esplodere, come lascia intendere la preghiera disperata di una giovane ai limiti dell’alienazione: «“…piena di grazia, il Signore è con te… piena di grazia, il signore è con te…” Le parole non avevano più senso, non erano più parole. Geneviève non sapeva neanche se le sue labbra si muovevano ancora, se la sua voce andava a unirsi al sordo mormorio che si levava dagli angoli più bui della chiesa». Geneviève è la secondogenita di Mathilde, una delle sorelle Lacroix. Figlie del notaio di Bayeux, ormai defunto, le sorelle Lacroix, Léopoldine detta Zia Poldine e Mathilde, abitano in fondo a una strada poco frequentata assieme al marito di Mathilde, Emmanuel Vernes, artista mancato, e i loro due figli. Una famiglia dall’apparenza impeccabile al fondo della quale si scorge quello che Lionello Sozzi chiamava «radicale pessimismo simenoniano»: «l’umana fraternità gli sembra, verosimilmente, un luogo comune, contraddetto dall’evidente realtà della reciproca incomprensione o non conoscenza».

Simenon

Tutto contribuisce a mettere in luce la distanza invalicabile che separa i membri della famiglia. I figli chiamano i genitori “madre” e “padre” anziché “mamma” e “papà” (così com’era nella famiglia di Simenon). Ciascuno dei Lacroix-Vernes è ossessionato dal non sapere abbastanza degli altri (Mathilde, per esempio, indossa scarpe di feltro per poter origliare sua sorella e suo marito senza che essi la sentano avvicinarsi). Soltanto per cena i personaggi abbandonano il cantuccio che è riservato a ciascuno di loro in quella casa troppo spaziosa. Ogni giorno, alla stessa ora, le loro facce si dispongono intorno alla tavola nella penombra. Sembra quasi di vederle, tanto le descrizioni di Simenon sono evocative. Ma la tavola attorno a cui si riuniscono è anche il luogo delle scenate. E del delitto. Per tentare di sfuggire a quell’atmosfera asfissiante, uno dei Lacroix-Vernes a un certo punto comincia a versare, giorno dopo giorno, gocce di arsenico nella zuppa (esattamente come, così si racconta, era accaduto una decina di anni prima a Falaise «dove una donna ci ha messo più di sei mesi per uccidere il marito…»: una strizzatina d’occhi a Thérèse Desqueyroux di Mauriac, uscito proprio dieci anni prima).
Non è un caso che a far scattare la crisi che porterà allo sgretolamento di quel castello di carta che è l’universo familiare sia proprio il cibo. Nei romanzi dello scrittore, il cibo ricopre talvolta la medesima funzione del legame familiare: tiene insieme i protagonisti e allo stesso li avvelena. Nelle Sorelle Lacroix la zuppa diventa il simbolo di quel vincolo familiare mortifero. Si tratta di una costante dei romanzi “duri”. Torna in mente la frase conclusiva di Pioggia nera, in cui non manca una leggera ironia, a testimonianza di come talvolta (ma non sempre, soprattutto nelle sorelle Lacroix) le tensioni familiari siano dettate da ragioni effimere: «Ma c’è una cosa che non sapevo, e che ho saputo solo ieri: che in fin dei conti a decidere tutto fu una questione di porri».





In copertina: Léon Spilliaert, Due donne a un tavolo blu (1910)

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