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Il dovere di dire. Intervista a Fuani Marino

Le parole non arretrano, forse ammutoliscono per un po’, ma poi arrivano in soccorso e in nominazione (che è in fondo un’equivalenza), per perimetrare e ancorare. «È un piacere chiamare le cose con il proprio nome»; la parola di Fuani Marino – la cui onomastica è un monito omerico in ricordo dell’eredità genetica senza scampo: Fuani è la crasi tra i nomi del padre Furio e della madre Anita – non è scalzata da un salto nel vuoto, forse sempre inesprimibile e misterioso, ma lo aggira, lo abbraccia, lo contiene. Cuce fino all’orlo. Basta dare un occhio all’indice di Svegliami a mezzanotte (Einaudi, 2019) in cui c’è subito la percezione di un solco, isolato e vuoto ma capitale: si chiama CADUTA. Uno spartiacque che delimita con precisione un PRIMA e un DOPO. Il prima è una lunga anamnesi, la raccolta di tutti quei dati utili alla formulazione di una diagnosi, è il tentativo a posteriori di tracciare un sentiero che sbocca in un precipizio. Il dopo è l’indugio del pensiero e la ricomposizione, è l’intentata spiegazione – diagnosi sciorinate, scandagliate, parafrasate – e la rivendicazione.

«Era metà pomeriggio e Nuccia, la signora del secondo piano, preparava la cena davanti al suo sceneggiato tv». Ma un tonfo interrompe la meccanica quotidiana di Nuccia, viene dalla strada, dall’esterno: qualcosa è precipitato. «Quel sacco nero ero io», ci rivela Fuani Marino alla seconda pagina di Svegliami a mezzanotte, ricordando il suo tentato suicidio dell’estate 2012.
Qui ha inizio Svegliami a mezzanotte, partendo dalla ricomposizione di una storia privata, personale che di pagina in pagina si fa carico dei tratti dell’impersonalità, intesa come accento collettivo. La voce di Fuani Marino chiama, si rivolge all’altro e si interseca con quella di Sylvia Plath, Sarah Kane, David Foster Wallace e l’amico Jonathan Franzen, e molti altri, nella creazione di una ragnatela citazionistica e fraterna, scrupolosamente raccolta nella finale nota bibliografica. La policromia omogenea è l’involucro di Svegliami a mezzanotte che si accosta al romanzo, lo costeggia e lo corteggia, e poi prende un’altra via, un altro codice, accogliendo il lessico clinico e lucido del saggio, cadenzato e addolcito da momenti di più intima confessione.

Facendo della propria esperienza un libro, Marino pone l’attenzione su temi, momenti e inciampi del cammino, ancora scomodi e temuti, come la sofferenza e la difficoltà di vivere e convivere con una mente il cui ingranaggio spesso si inceppa. La meta della libertà, la possibilità della propria imperfetta individualità, passa per la lotta e Svegliami a mezzanotte ne porta l’urgenza e la forza. Quella forza che abbiamo ritrovato nell’intervista che Fuani Marino ci ha rilasciato, con l’augurio che le sue parole possano ritagliare uno spazio a dolori e fatiche ancora soffocati ai margini di ciò che si preferisce non vedere, né sapere.

Svegliami a mezzanotte dà possibilità di narrazione a un’esperienza attraversata dal disagio psichico. La parola con il suo potere di nominazione riesce a dare consistenza anche a ciò che talvolta si distacca dal concreto, ma anch’essa a volte incontra il suo limite e certi dolori difficilmente trovano traduzione verbale. Mi chiedevo se ti fosse capitato di fare i conti con questo difetto della parola.
Credo che uno dei principali compiti della letteratura sia proprio riuscire a dare un nome ai sentimenti e ai dolori più indicibili. In questo senso parlerei di traduzione letteraria, più che di traduzione verbale. Per me era molto difficile parlare del mio tentato suicidio, mentre dopo alcuni anni mi è venuto spontaneo trasporlo in forma letteraria.

Fuani Marino

«La narrazione di patologie, ospedali e morte necessita di un codice linguistico diverso da tutti gli altri». La tua scrittura è lucida, a tratti clinica, non cede mai al melodramma, raramente all’empatia. Da dove questa scelta stilistica?
Non si tratta di un registro studiato: rispecchia abbastanza il mio modo di essere e di vedere le cose. Alcuni temi sono strettamente legati a come se ne scrive, si parla di scrittura clinica o chirurgica quando ci si limita a descrivere le cose in maniera asettica, senza adoperare troppi orpelli.

Il tuo libro infrange molti tabù: il suicidio, la depressione post partum, la malattia mentale. Quest’ultima sembra essere stata per lo meno accettata dalla letteratura, in cui, anzi, viene spesso estetizzata come espediente letterario. Credi che in questo campo la letteratura abbia preceduto, con merito, la vita reale? 
Da un punto di vista letterario la fragilità psichica può apparire interessante, ma purtroppo non viviamo in un libro e nella vita di tutti i giorni mi scontro spesso con l’incomprensione di persone più o meno vicine. Dal momento che il disagio non si vede, se non quando presente nelle sue forme più estreme, per gli altri alcune problematicità diventano un vezzo, mentre andrebbero rispettate.

Citi Mark Fisher e il suo Realismo capitalista: «Il capitalismo è intrinsecamente disfunzionale, e il prezzo della sua apparente funzionalità è molto alto». Più volte riferisci che il tuo disagio psichico sia indicato come mancata funzionalità. Quanto allora il modello della nostra società, che ci vuole produttivi, consensuali, funzionali per l’appunto, estremizza determinate fragilità?
La nostra non è una società in cui è facile vivere da depressi, e tuttavia pare che siano proprio alcune delle sue caratteristiche ad alimentare ansia e depressione. Chi non regge il carico, o il ritmo, delle pressioni lavorative e sociali, rischia di crollare come è successo a me. 

Mi piacerebbe sapere se hai visto il film Joker
Ho visto il film di Todd Phillips e l’ho trovato molto duro. Il disagio di Arthur Fleck è frutto di traumi pregressi, e tuttavia il protagonista si barcamena fino a quando l’ennesimo sopruso lo manda in tilt e lo stato lo abbandona negandogli le cure necessarie. Mi hanno emozionata molto le scene finali, in cui la sua rivolta personale si estende alla città, questo perché siamo tutti Joker, almeno potenzialmente. 

Fuani Marino

Per tua stessa ammissione questo libro è un atto politico. Svegliami a mezzanotte è un aiuto ma anche un appello che scuote la collettività: «Dovremmo cominciare a fare coming out, senza curarci troppo delle reazioni altrui». Quanto credi sia importante, e possibile, rendere queste fratture personali condivisibili? Quanto è importante il riconoscimento?
Ammettere la propria fragilità è forse un dovere prima ancora che un diritto. Almeno io ho sentito che la mia storia – che i miei familiari in un primo momento avevano nascosto e occultato – non apparteneva solo a me o a loro, ma anche a tutte le persone che hanno vissuto qualcosa di simile. Non m’illudo che un libro possa cambiare le cose, ma dal momento che ho vissuto e vivo questa condizione sulla mia pelle, ho cercato di aprire un varco, di compiere un piccolo passo verso la condivisione e la conoscenza.

Quest’anno sono usciti libri come Il mio anno di riposo e di oblio di Ottessa Moshfegh; Permafrost di Eva Baltasar; La Straniera di Claudia Durastanti. E poi c’è il tuo. Romanzi tra loro molto diversi ma che mi sembra si possano accostare in quanto le autrici si fanno tutte carico di un disagio che non sembra essere raccolto e narrato da una letteratura al maschile. Cosa ne pensi?
Ho amato moltissimo Il mio anno di riposo e oblio, che considero uno dei libri migliori del 2019. Il libro di Claudia Durastanti si inscrive in Italia in una corrente che direi inaugurata da Natalia Ginzburg e percorsa, in tempi più recenti, da Teresa Ciabatti; ho trovato interessante il suo obiettivo dichiarato di approfondire la condizione di sordità e diversità, oltre che il racconto senza filtri di se stessa e del suo spaccato familiare. Le donne che hanno potuto avvicinarsi alla scrittura sono state (e continuano ad essere) in minoranza. Non credo però che sia possibile operare una distinzione fra temi maschili e femminili, né credo che il volersi ritrarre dal mondo o il sentirsi inadeguati debbano diventare una prerogativa femminile: non dimentichiamo libri come Un uomo che dorme di Perec o L’idiota della famiglia, il saggio che Sartre dedica a Flaubert.

Ⓒ Kiki Smith, Free Fall, 1994
Ⓒ Fuani Marino nella foto di Danilo Donzelli


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