18.03.2026

I miei anni al contrario. Intervista a Nadia Terranova

“Gli anni al contrario” torna in una nuova edizione per Guanda. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ripercorrendo una luminosa carriera letteraria

Pagine pulsanti in cui si mescolano cronaca e storia familiare a un ritmo vertiginoso, tanto da rendere impossibile distaccarsi dalle vicende intrecciate dei due protagonisti, Aurora Silini e Giovanni Santatorre, sino all’ultimo respiro. Quindici anni in centocinquanta pagine: un libro che attraversa gli anni di piombo con insospettato candore, abitando le contraddizioni di un’epoca. Nel 2015 Gli anni al contrario fu un esordio folgorante, che rivelò alla narrativa italiana il nome di Nadia Terranova, destinato a una rapida ascesa. Il romanzo, edito da Einaudi, fece incetta di riconoscimenti prestigiosi, dal Premio Bagutta Opera Prima al Premio Brancati, dal Premio Fiesole Narrativa under 40 al Premio Bergamo, sino a trionfare oltreoceano grazie al The Bridge Book Award. Sono passati dieci anni da allora e Nadia Terranova è diventata un’autrice affermata, in Italia e all’estero, due volte finalista al Premio Strega. Oggi i romanzi di Terranova sono tradotti in inglese da Ann Goldstein, la stessa traduttrice di Elena Ferrante; ad aprile 2025 è uscita per Seven Press Stories la versione americana di Trema la notte, The Night Trembles. Il suo ultimo libro, Quello che so di te, è stato edito da Guanda nel gennaio 2025. Ora la casa editrice milanese ripubblica l’esordio Gli anni al contrario, presentato dalla Premio Nobel Annie Ernaux con un incisivo strillo posto in sovraccoperta: «La scrittura di Nadia Terranova sconvolge per la sua precisione e sensibilità».

C’è un filo conduttore che lega le opere di Terranova ed Ernaux ed è la memoria. Ne Gli anni al contrario emerge il tentativo di raccontare il tempo, che non è mai lineare, non segue una linea retta, si ritorce continuamente su se stesso nel desiderio e nel ricordo. Dal passato al presente, per poi ribaltare la narrazione di una coppia attraverso lo sguardo puro della figlia nel toccante epilogo Storia dei miei occhi. Il concetto di tempo si lega alla mitologia familiare sin dal titolo, è l’espressione che ritroviamo in una lettera scritta da Giovanni alla moglie Aurora prima della separazione: «Quando penso agli anni trascorsi, mi sembra siano andati tutti al contrario. Abbiamo avuto una casa, una figlia, una laurea, senza sapere che farcene». La presa di distanza chirurgica è la stessa di Ernaux, Nadia Terranova racconta una storia personale trasfondendola in chiave sociologica nel racconto di un’epoca: Giovanni e Aurora sono due ragazzi, poi adulti, figli del proprio tempo, che incarnano le vicissitudini politiche e sociali di un decennio infuocato, con tutto il carico di ombra che quegli anni turbolenti portarono con sé, dal terrorismo allo spettro della droga, sino alle prime avvisaglie dell’epidemia di Aids. Il tutto, però, è narrato con grazia e con una scrittura che, pur essendo esatta, riesce a essere estremamente empatica. Gli anni al contrario è un libro che attraversa la Storia in punta di piedi e, nel mostrarci la follia tumultuosa di una giovinezza che non lascia scampo, parla anche d’amore.

Incuriosisce sempre l’esordio di un autore, perché sancisce due nascite: quella del libro – ovvero il testo in sé – e la nascita di una voce. Insieme a un libro nasce sempre anche uno scrittore, con i suoi temi, i suoi mondi, il suo personale universo che, d’un tratto, non appartiene più a lui soltanto, ma diventa patrimonio comune.

Ne abbiamo parlato con Nadia Terranova in questa intervista.

Gli anni al contrario ha avuto una genesi travagliata: la stesura è durata sette anni, all’inizio non c’era nemmeno un editore, né un titolo. Quando hai capito di dover raccontare questa storia?

È cominciato tutto da un racconto. In quegli anni c’era la rivista Linus con una rubrica “Laboratorio esordienti” curata da Matteo B. Bianchi che pubblicava esordienti assoluti: non era un laboratorio per chi aveva appena scritto il primo romanzo, ma raccoglieva voci nuove, era uno spazio in cui si faceva allora ­– ma credo si faccia ancora – molto scouting. Io avevo pubblicato un racconto in un’antologia di nuove voci, Matteo B. Bianchi lo aveva letto e gli era piaciuto il mio stile, quindi me ne aveva chiesto un altro per il Laboratorio. E io gli mandai questo racconto, che poi ne Gli anni al contrario è la parte del viaggio a Pantelleria. Però era scritto in maniera diversa da come ora appare nel romanzo, era in prima persona, scritto dal punto di vista di figlia. In seguito lo ripresi e lo trasformai in terza persona, perché mi ero accorta che lì c’era il nucleo del romanzo, cioè quello che volevo raccontare. Ne Gli anni al contrario il viaggio a Pantelleria costituisce la parte finale della storia. Ho cominciato poi dall’inizio, ma intanto quel racconto era lì a dirmi «mi scriverai» . Quando il romanzo fu concluso iniziai a mandarlo a tutti gli editori, incassando solo lettere di rifiuto. Finché il libro non arrivò nelle mani di Severino Cesari di Einaudi che fu possibilista, mi disse che avrei dovuto tornare a lavorarci un po’, ma che l’avrebbe pubblicato.

In una precedente intervista hai detto che se c’è una cosa che uno scrittore dovrebbe fare subito è «scrivere il primo romanzo come se fosse il romanzo della vita, perché il primo romanzo è il romanzo della vita». È stato così con Gli anni al contrario?

Sì, perché io non credo né nei libri propedeutici né nei libri interlocutori. Ho detto questo a proposito del primo libro perché spesso si tende a considerare gli esordi come propedeutici, li si guarda a distanza con un occhio indulgente dicendo «ah, quello era il primo libro ma c’era già tutto quello che avresti raccontato». Ma in quel momento per me quel libro era il mio tutto, non sapevo neanche se ci sarebbero stati altri libri. Per questo io invito a scrivere l’esordio come libro della vita, ma anche il secondo e il terzo come libri della vita. Io inizio ogni libro pensando che poi, forse, non ne scriverò nessun altro. È come se in quell’unico libro io dovessi dire tutto ciò che ho da dire.

I protagonisti del romanzo, Giovanni e Aurora, appaiono da subito uniti in una sorta di patto silenzioso. «Se c’era una cosa che più di ogni altra legava Aurora e Giovanni era la voglia di dimenticare ciascuno il proprio marchio d’origine, il proprio cognome». Provengono da famiglie diverse, politicamente opposte, ma in fondo anche simili. A unirli è questa vergogna dell’origine?

Quando il libro inizia loro hanno vent’anni. Si trovano in quel momento della vita in cui vogliono essere qualcosa di diverso dal loro cognome e dalla loro famiglia. Io credo che sia una tappa fondamentale per crescere. Quindi li colgo proprio quando sono spinti dal loro desiderio di affrancarsi. Li spinge più questo che tutto il resto. Anche la loro aderenza a un movimento politico è data, in fondo, da questa volontà di emanciparsi da chi la loro famiglia avrebbe voluto che fossero. Diciamo che quello che unisce entrambe le famiglie è il fatto di guardare al mondo con una lente ideologica. Uso proprio questa parola perché è la più esatta: l’ideologia era ciò che queste famiglie si portavano dietro dai loro retaggi, dalla guerra. Un’ideologia non deve essere per forza qualcosa di sbagliato, è una lente con cui guardiamo il mondo. E ciascuna famiglia l’aveva declinata a seconda delle proprie esperienze: il Fascistissimo, ad esempio, aveva fatto la guerra e aveva sentito di legare in qualche modo la propria esperienza di vita a quello che era il regime tramontato. Ma ciò non fa di lui un antagonista, anzi, nella pratica lui sapeva riconoscere anche la purezza, la bellezza di un ragazzo come Giovanni. Quindi mi interessava raccontare anche questo tipo di contraddizioni. Sicuramente il desiderio di emanciparsi è ciò che Aurora e Giovanni condividono, anche nella volontà di essere qualcosa di terzo che trovano per l’appunto nella sinistra extraparlamentare che combatte i fascisti, ma è in realtà in una guerra ancora più profonda, forse radicale, con il partito comunista.

Il Fascistissimo, il padre di Aurora, è un personaggio estremamente commovente. Viene presentato, sin dal nome, come un certo prototipo di persona, sembra essere il padre cattivo, invece poi si rivela molto umano nelle sue debolezze…

Mi chiedo se oggi – sono passati dieci anni dalla pubblicazione del romanzo – sarei ancora del tutto libera di raccontare un personaggio come il Fascistissimo. Penso di sì, perché la scrittura rimane un territorio libero. Mentre scrivevo io avevo solo un desiderio di aderenza alla realtà – perché il libro, anche se è un romanzo, è ispirato a storie vere, alla mia famiglia, alla mia infanzia – quindi ero guidata dal desiderio di restituire verità ai personaggi. Non mi interessava mettere i buoni da un lato e i cattivi dall’altro. Lo stesso accade con il personaggio di Giovanni, mio padre, correvo il rischio da un lato di idealizzarlo e, dall’altro, di demonizzarlo.

Il personaggio di Giovanni segue una traiettoria discendente, precipita. La sua caduta nel baratro della droga è racchiusa in una frase: «Voleva essere un eroe e si trovò a essere un errore».

Volevo abitare la contraddizione, raggiungere un certo tipo di complessità. Per questo ho scelto di scrivere in terza persona e non in prima, perché volevo mettermi nei panni di tutti i personaggi. Non volevo idealizzare Giovanni, né condannarlo. Ho cercato di capire chi era, cosa desiderava, anche di cosa aveva paura questo bambino e poi ragazzo. Le paure e i desideri dei personaggi, in generale, sono quelle che sento dentro di me quando scrivo.

Aurora è «miss trenta e lode», cerca di affrancarsi attraverso lo studio da una realtà che le sta stretta. Questa volontà la accompagnerà tutta la vita e riuscirà, in qualche modo, a salvarla. I libri salvano?

È un tema che ritorna nei miei romanzi, spesso la protagonista trova salvezza nelle storie che scrive o nei libri. In Addio ai fantasmi Ida si salva attraverso le storie che scrive. In Trema la notte Barbara legge molto e lei stessa vuole fare la scrittrice, anche Quello che so di te passa attraverso l’esorcismo delle storie familiari con il tramite della scrittura. Devo dire che io affido tanto ai libri, perché quando penso a qualcosa che mi ha salvato, che mi ha protetta, che mi ha curata, penso sempre ai libri, sia come lettrice che come scrittrice. 

Il tema della droga viene affrontato con grande delicatezza. Il personaggio di Ines, così evanescente, incorporeo, io l’ho trovato una metafora della dipendenza. Ines è una personificazione della droga, come “Per Elisa” di Battiato?

In realtà Ines nasce un po’ per rappresentare la dualità, fare da contraltare con Aurora che invece è un personaggio positivo. Non volevo che ci fosse questo spartiacque, così netto, tra il Bene e il Male, cioè che tutto il bene fosse nel femminile e tutto il male nel maschile. Con Ines volevo raccontare anche un altro tipo di ragazza di quegli anni: la ragazza perduta che spaccia, che ha un altro genere di attaccamento alla vita, quasi distruttivo. In generale quando scrivo parto sempre dalla carnalità del personaggio. Io penso sempre ai personaggi come persone, non penso mai a che elemento sono o a cosa rappresentano, poi però quando mi rileggo, in silenzio, o quando qualche lettrice acuta me lo fa notare, allora ecco che ritrovo echi, metafore.

C’è poi la figura della bambina, Mara. La nascita che rompe gli equilibri sembra essere un collante tra le tue storie. La nascita di un’altra bambina, tua figlia Luna, è al centro del tuo ultimo romanzo Quello che so di te. C’è una sorta di discendenza matrilineare che ritorna?

Vero. Anche in Trema la notte c’è la figura di una bambina, Cinzia, che nasce in mezzo alla miseria, dopo il terremoto, dopo la violenza, perché è il frutto di una violenza. Credo che nei miei libri l’attaccamento alla vita è dato sempre dalla nascita di una bambina. Non so da cosa dipenda, forse dal fatto che nella mia famiglia la prima e l’ultima nipote sono femmine. E anche la nascita di mia figlia, Luna, è stata sicuramente un terremoto. Ho vissuto tutto il bello di questa nascita. Ho sentito che, in qualche modo, la mia scrittura viveva qualcosa di esperienzialmente aumentato. Prima della nascita di Luna mi chiedevo spesso come avrei raccontato le madri, perché io ho raccontato le madri sempre dal punto di vista delle figlie, come accade anche in Addio fantasmi. Non fraintendermi, io credo che una donna che non è madre possa tranquillamente raccontare una madre, basti pensare a Elsa Morante, che non aveva figli, eppure ha scritto il personaggio di Ida Ramundo, che è il prototipo per eccellenza di madre. Non credo affatto sia necessario essere madri per raccontare una madre, era un problema che sentivo io, una domanda che mi ponevo. Avevo il desiderio di incarnare il punto di vista di una madre e mi chiedevo se ne sarei stata capace, lo avvertivo come un mio personale limite. Poi è nata Luna. Questa nascita per me è stata come l’apertura di una possibilità di ascolto.  La nascita di mia figlia ha simboleggiato anche una mia rinascita come scrittrice, perché è come se il mondo delle storie che potevo raccontare si fosse ampliato.

C’è un altro elemento che ritorna: la città di Messina e lo Stretto, una sorta di geografia interiore. Ne Gli anni al contrario citi il terremoto del 1908 che sarebbe tornato come protagonista in Trema la notte

Sì, non potrei raccontare di luoghi che non conosco. Torno sempre a Messina e riesco a scriverne meglio quando sono lontana. È vero quando si dice che nell’esordio di un autore sono contenuti in nuce tanti prequel che poi esplodono nei libri successivi. Forse quello era il seme di un libro successivo, il riferimento al terremoto torna anche in Addio ai fantasmi, anche se vi è appena un accenno. Quando dico che scrivo ogni libro come libro della mia vita è perché, in effetti, tendo a mettere dentro tutto ciò che sono, e poi le cose tornano nella scrittura, magari in maniera diversa da come mi sarei aspettata.

Il mito – e anche l’elemento magico – è presente come un sostrato, quasi favoloso, nei tuoi racconti, anche nei libri per bambini. Gli anni al contrario si conclude con la piccola Mara che rievoca la leggenda di Colapesce per farsi coraggio. Le storie ci aiutano in questo: ad avere coraggio?

La leggenda di Colapesce me la raccontava sempre mia nonna quando ero piccola e io trovavo rifugio in quelle parole. Poi, tra l’altro, il mito dello Stretto torna in un libro per bambini che si intitola Omero è stato qui che ho pubblicato per Bompiani con le illustrazioni di Vanna Vinci. È un libro cui voglio molto bene, perché mi ha permesso di rielaborare tutte le storie, tutti i miti, che hanno accompagnato la mia vita. Quando scrivo libri per bambini è come se stessi facendo un regalo alla me piccola che sta cercando una storia.

Hai detto di essere affezionata a Gli anni al contrario, ma che oggi non lo scriveresti più così, lo scriveresti in modo diverso. Quindi ti chiedo: come lo scriveresti? E, soprattutto, come è cambiato il tuo rapporto con la scrittura nel tempo?

In realtà no, ripensandoci non lo cambierei mai, perché i libri esprimono chi eri in quel momento della vita. E poi penso che quello che abbia colpito di questo libro, ciò che poi gli ha permesso di fare tanta strada, sia stata la scrittura perfettamente cesellata. Non c’è neppure una parola di troppo; forse può esserci una parola in meno, ma di certo non in più. E in questo sono stata davvero spericolata, ho avuto quell’ardire che può avere solo chi non ha ancora scritto un libro e quindi non ha nessun confronto con altre possibili poetiche di sé. Io volevo dire la cosa perfetta in ogni frase, volevo che ogni parola fosse incisiva, iconica. Oggi forse non sarei così coraggiosa, tenderei a mettere una parola di troppo, ad aggiungere una frase in più – o forse no, chissà, ma comunque non lo scopriremo mai, perché poi si scrive sempre una storia diversa. Quanto al rapporto con la scrittura e l’editoria, ho sempre cercato di tenere il cuore pulito, inseguire quello che mi piaceva, i libri che amavo, soprattutto ho tentato di stare sempre più attenta ai libri rispetto ai comportamenti personali degli scrittori e delle scrittrici che mi circondavano. Ed è ancora così: tengo il cuore pulito.    

Immagine di copertina: Nadia Terranova – foto di Vito Maria Grattacaso

"foto di Vito Maria Grattacaso"
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