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Gli occhi vuoti dei santi. Le visioni di Giorgio Ghiotti

I libri di racconti promettono sempre piaceri singolari, perlopiù sconosciuti ai puristi del romanzo e a chi ha interiorizzato l’assurdo pregiudizio per cui si tratterebbe in ogni caso di testi più difficili da leggere, forse anche a causa dell’influenza di modelli “impuri” come quelli delle antologie scolastiche e delle raccolte di racconti a tema (illeggibili come opere organiche, salvo rare eccezioni). L’indice di una raccolta di racconti vera e propria, ad esempio, è incomparabilmente più suggestivo di qualsiasi altra soglia testuale, perché consente al lettore di immaginare la natura molteplice del libro che ha davanti con un margine di libertà quasi assoluto, lasciandosi guidare dall’ordine dei titoli, dalle parole ricorrenti e da altri piccoli indizi, a caccia di corrispondenze segrete.

In cima al mio personale olimpo degli indici, una delle prime posizioni spetta senza alcun dubbio a una raccolta di testi autobiografici sull’infanzia del poeta giapponese Mutsuo Takahashi, Twelve Views from the Distance, che ho dapprima sfogliato in una biblioteca e poi acquistato quasi a scatola chiusa, stregato dall’intreccio magico di titoli come Spirited Away, The Various Types of Sea, The Shore of Sexuality e Skies of Blood. «Ognuna di queste dodici vedute individuali dalla distanza è un singolo specchio, indipendente dagli altri,» spiega l’autore nell’introduzione. «Volevo che questi dodici specchi, una volta conclusi, formassero un cerchio, di modo che potessero riflettersi reciprocamente, illuminarsi l’un l’altro, e creare un mondo attraverso l’interazione della loro luce e del riflesso».

«Uno dice mondo, e pensi a un cerchio imperfetto» recita a sua volta la quarta di copertina di Gli occhi vuoti dei santi, la raccolta di racconti di Giorgio Ghiotti pubblicata di recente da Hacca. Anche qui il materiale autobiografico, come nel libro di Mutsuo Takahashi, è l’oggetto privilegiato di varie storie, ma l’equilibrio tra ricordo e racconto pende in questo caso verso il secondo dei due poli, attratto da un irresistibile magnetismo letterario e affabulatorio. Più che vedute, i dodici testi di Ghiotti ricordano delle visioni, come indica il riferimento agli occhi e ai santi che si ritrova in molti passaggi, oltre che nel titolo (ma altrettanto cruciale è quel «vuoti», accostabile al ricorrente «scavati»). «Di più importante della vita mi avete dato una storia» dichiara a proposito dei suoi genitori il narratore del primo racconto, Mio padre, con lo stesso tono apodittico con cui nel testo finale, Il nostro Sur, le lezioni universitarie di un professore di Letteratura ispanoamericana sono definite «la parentesi più felice delle nostre giovinezze, il nostro cerchio magico fuori dal quale il mondo è tornato a ingrigirsi».

Ho letto quest’ultimo racconto per primo, sfruttando l’ulteriore privilegio, concesso agli amanti delle raccolte di racconti, di entrare nell’opera non dalla porta principale, ma da uno qualsiasi dei suoi ingressi. Se un’occhiata all’indice mi aveva lasciato intuire alcuni dei nodi fondamentali del libro, come il rilievo del tema familiare, dell’elemento religioso e di quello autobiografico, declinato ora alla prima persona singolare, ora al plurale (Mio padre, Sacra Famiglia in fiamme, Noi due, Santi giorni, Che cosa sono i padri, Il nostro Sur), in questo racconto universitario ciò che emerge in modo preponderante è un immaginario alimentato da fitti riferimenti letterari e artistici, come in altre storie avviene attraverso citazioni usate come epigrafi, oppure richiamate all’interno delle vicende per illuminarne i passaggi più delicati.

L’estratto di una poesia di Valerio Magrelli che apre il volume, «Si tratta di un difetto dello sguardo / che causa lesioni nel cuore», riprende il tema della visione e dell’imperfezione, un concetto che ritorna spesso in rapporto al tema della memoria, e in particolare all’idea di un bilancio della vita fatto con sguardo distante, retrospettivo e in certi casi essenzialmente postumo, ma espresso con la massima partecipazione emotiva. Addentrandosi nelle varie storie, è evidente che le lezioni del professor T. sono solo uno dei tanti “cerchi magici” che i personaggi di Ghiotti evocano attraverso il ricordo o definiscono per via letteraria, come in una sorta di esorcismo risanatore. Ognuno di essi ha conosciuto, intravisto o immaginato un mondo diverso dal “cerchio imperfetto” della vita – ad esempio nell’età dell’infanzia, nell’«epoca dei film Disney» o in quella del videonoleggio –, ed è proprio la consapevolezza di questa discontinuità che conferisce alla scrittura una particolare forza espressiva, alimentata poi in vari racconti da contraddizioni più o meno marcate.

In Elena Gigli il narratore ricorda un’enorme sfera rosa, vista durante una gita delle elementari alla Città della Scienza, che ricreava l’ambiente prenatale e permetteva ai bambini di sperimentare di nuovo la sensazione di trovarsi nella pancia della mamma, ma il moto di nostalgia si accompagna a un senso di colpa per la morte di quest’ultima. In Sacra Famiglia in fiamme, che è forse il racconto più estremo, introdotto da una citazione di Michele Mari sul significato etimologico di “mostro” come “prodigio” e addirittura “miracolo”, un ragazzo arriva a credere di dover dar fuoco ai suoi genitori per potersi lasciare alle spalle il passato e la tragedia della sua infanzia, identificata nella più banale normalità. Il mondo periferico, tenero e feroce di Erbacce ruota invece attorno a un centro simbolico che scompare col passare degli anni, ma al quale il ragazzo protagonista non smette di guardare.

Il correlato più significativo di questa imperfezione, del resto, non è il dolore nella sua duplice natura di nostalgia e pulsione distruttiva, ma una disposizione dello sguardo orientata a una comprensione profonda delle cose, che per alcuni personaggi arriva a tradursi in un sentimento di pietà. La figura principe è in questo caso quella del padre, cui sono dedicate alcune delle pagine più intense e memorabili. Il difetto e la ferita, qui, diventano squarci aperti sulla verità.

Mi guardò con gli occhi seri da bambino, sembrò invecchiare in pochi secondi di mesi. Quello era veramente mio padre, una creatura stanca e muta in piedi sotto la porta, la vita breve, il sonno pesante, un collezionista di illusioni e speranze fallite, un nulla. Ciao miracoloso mostro. (Sacra Famiglia in Fiamme).

La letteratura rievoca eventi che avevamo dati per persi, e agli eventi accosta i sentimenti, li riconsegna intatti nel tempo. «Che cosa sono le madri» domanda in Ti ho sposato per allegria della Ginzburg, pure senza punto interrogativo, Giuliana a Pietro […].
Io vorrei sapere cosa sono i padri, invece, e dove stanno di casa e come ci vedono, se ci vedono, e come ci determinano, per quanto ci accompagnano, vorrei apprenderli per istinto, capirne il verso come un pigiama da tirarne le maniche per metterlo a dritto, vederli bambini col fiocco grande della scuola per provarne tenerezza e lasciar andare la rabbia, l’odio per le loro debolezze, per le loro mancanze. (Che cosa sono i padri).

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