Alba de Céspedes è uno dei casi più clamorosi di quell’indecoroso oscuramento sistematico che, come lei, ha coinvolto numerose altre autrici italiane del Novecento, attraverso silenzi decennali ed esclusioni dal canone letterario nazionale. Donna cosmopolita e poliglotta per nascita, nata a Roma nel 1911 da un padre ministro di Cuba e madre italiana, è stata una scrittrice a cavallo fra due mondi e tre culture: italiana, cubana, francese. Come racconta Annalisa Andreoni nel saggio Leggere Céspedes pubblicato da Carocci, con la sua opera ha tolto «alla letteratura italiana quella patina provinciale»: a partire da un’acuta osservazione del mondo e della società in cui era immersa, è stata in grado di sviscerare i meccanismi che fanno muovere gli esseri umani. Instancabile lavoratrice, ha dedicato anima e corpo ai propri scritti, attraverso lunghi percorsi redazionali che ne hanno preceduto (e a volte seguito) la pubblicazione. Di sé disse: «Sono una scrittrice e un libro serio richiede generalmente anni di lavoro!». L’attenzione minuziosa ai suoi libri, che ha portato in diverse occasioni a rimaneggiamenti e a nuove edizioni, è solo uno degli aspetti che Andreoni pone al centro del suo approfondimento critico su Céspedes. Significativa, innanzitutto, la scelta di far decadere, nel titolo al saggio, la particella “de”, che è nobiliare e su cui la stessa scrittrice aveva avuto modo di esprimersi: contrariata che in Italia si fosse incapaci di pronunciare correttamente il suo nome (Séspedes, non Céspedes), trovò inconcepibile che non l’avessero collocata – come era stato per suo padre e prima di lui per suo nonno – sotto la lettera C, bensì sotto la D, rivolgendosi all’allora direttore dei Servizi stampa di Mondadori Domenico Porzio.

Al contrario di altre firme che domineranno il Novecento italiano – per citarne alcune, non casualmente, Morante, Ortese e Ginzburg – per Céspedes si pone immediatamente in essere un dilemma che dovrebbe poco avere a che fare con la sua opera (e che certamente non ha interessato le sopracitate colleghe): «scrittrice per donne o classico internazionale?» Per una scrittrice di longseller – tutti i suoi romanzi ebbero ristampe su ristampe – il rischio era di essere declassata alla stregua di chi «scrive facilmente», o di essere accomunata a Liala. Sorprendente ancor di più per lei, quanto mai distante da quella immediatezza nella scrittura cui fu ingiustamente accostata. Come fa notare Andreoni, nonostante la letteratura critica abbia attenzionato Céspedes – a partire dalla pubblicazione del Meridiano a lei dedicato da Mondadori nel 2011 – e le sue opere siano, dopo tre decenni, tornate nelle librerie e nelle case di lettori e lettrici, non «è stata ancora collocata nel solco delle grandi narratrici». Con Morante, in particolare, pur tenendo conto delle fondamentali differenze di poetica, i parallelismi non mancano, a partire dal grande romanzo che entrambe scrissero negli anni Quaranta, entrambe sotto forma di memoriale (Elisa per Menzogna e sortilegio, Alessandra per Dalla parte di lei). L’oscuramento che Alba de Céspedes avrebbe subito a fine secolo, non ha mancato di mostrare alcune preoccupanti avvisaglie anche durante la sua eccezionale carriera.
Se gli anni Trenta sono dedicati ai racconti, con Il segreto, L’anima degli altri e Concerto, è certamente dal 1937 che cambia tutto. A partire dall’incontro fatidico con Mondadori: è questo non solo l’inizio di un sodalizio letterario senza precedenti nonché di un modello di editoria destinato di lì a poco a scomparire – Céspedes gli consegnerà infatti, nel 1938, le bozze di Nessuno torna indietro – ma anche di un’amicizia trentennale documentata in larga parte da un carteggio pubblicato da FAAM (Lettere all’editore. Alba de Céspedes e Gianna Manzini, autrici Mondadori di Sabina Ciminari). Con quello che erroneamente viene considerato il romanzo d’esordio dell’autrice (il primo romanzo fu invece Io, suo padre. Romanzo sportivo, pubblicato da Carabba nel 1935), si rende evidente un fatto lampante: riprendendo le parole di Andreoni, Céspedes «ha fatto innamorare di sé parimenti il lettore comune e quello specialista». Nessuno torna indietro, uscito nella collana “Romanzi” di Mondadori, viene accolto positivamente e raggiunge un totale di duecentomila copie vendute (nonostante finisca sotto il mirino della censura del Minculpop). Per questo libro non mancheranno, come si anticipava, numerose revisioni linguistiche al testo, con il risultato che verranno pubblicate – dopo la prima del 1939 – altre quattro edizioni, rispettivamente nel 1952, 1959, 1961, 1966. Un lavorio costante che non riguarda soltanto l’approccio al testo, ma quella che oggi chiameremmo strategia di marketing in occasione del lancio del romanzo. Dal momento in cui, nei primi anni Trenta, Céspedes lasciò la casa dell’infanzia e iniziò a proporsi ai primi quotidiani per collaborare, non smise mai di dedicarsi alla scrittura, in ogni sua forma.

Così come il suo nome non figura affianco a Morante, o Ginzburg, non figura neppure quando si parla di letteratura della resistenza.
«Non si dovrebbe tracciare un bilancio della narrativa italiana della Resistenza e del secondo dopoguerra senza leggere romanzi come Dalla parte di lei. Se si considera che nello stesso giro di anni appaiono, oltre a Menzogna e sortilegio (1948) di Elsa Morante, anche Lettera all’editore di Gianna Manzini (1945), Nascita e morte della massaia (1946) di Paola Masino, L’estate (1946) e La storia di Anna Drei (1947) di Milena Milani, Artemisia (1947) di Anna Banti, È stato così (1947) di Natalia Ginzburg, I segreti di Gonzaga (1947) di Maria Bellonci, L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò, Il fosso (1949) di Laudomia Bonanni, L’infanta sepolta (1950) di Anna Maria Ortese, ci si accorge che sono anni, questi primi della Repubblica, che andranno finalmente riscritti in maniera molto diversa da come oggi si leggono nei manuali e nelle storie letterarie, i quali ignorano sistematicamente la produzione femminile».
Sono anni frenetici per Céspedes, a partire dall’assunzione a Radio Bari con la trasmissione La voce di Clorinda (dal cui famoso incipit «è una donna che vi parla stasera» sarà pubblicato l’omonimo libro da parte di Mondadori), alla fondazione della rivista Mercurio, vero e proprio coacervo delle voci e tendenze letterarie più interessanti del panorama nazionale. Ed è incredibile pensare che quegli anni di grandissimo fermento siano coincisi in parte con la redazione del romanzo Dalla parte di lei. Sebbene non raggiunga i numeri del precedente, è testimonianza della poetica dell’autrice, di uno spaccato ben definito della società delle donne, che vedevano infrante le aspettative di libertà che la nuova Repubblica aveva promesso, rientrando a piene mani nel solco dei grandi romanzi del Novecento, da Marcel Proust a Virginia Woolf. In quel breve ma lapidario «Io credo di essere venuta al mondo per lasciare questo messaggio», Céspedes si consacra tra le grandi della letteratura.
L’approccio di Annalisa Andreoni non può trascurare gli aspetti più personali dell’autrice, perché fondamentali per inquadrare la sua opera: non soltanto, quindi, la pubblicazione di Quaderno proibito (uscito prima a puntate nel 1950), di Invito a pranzo (raccolta di racconti uscita nel 1955 e adesso ripubblicata dall’editore Cliquot), di Prima e dopo (con la scelta di pubblicarlo da solo, estrapolandolo dalla sua raccolta di appartenenza, sempre in Cliquot), non si può parlare di Céspedes senza soffermarsi, ad esempio, sulle sue ormai ingombranti incompatibilità con certi ambienti romani, «immersa in un’Italia a trazione democristiana, chiusa ai diritti civili come il divorzio e ostile all’emancipazione delle donne». L’insofferenza è ormai evidente: davanti a una palese mancanza di riconoscimento, è inevitabile confrontarsi con un nuovo e ormai più stabile orizzonte, quello francese, che avverrà nel 1967 con il trasferimento a Parigi. Il rimorso accompagna quegli anni di crisi intellettuale: divisa tra la convinzione che sia il suo «libro migliore, il più importante» e la tiepida accoglienza in Italia, troverà ancora una volta nel pubblico francese il terreno fertile per la sua opera.

«Il successo in Francia me ne dà la riprova. È un libro che può non piacere ad alcuni per le sue idee, per la novità della costruzione, e perché obbliga a pensare, a fare una sorta di esame di coscienza: cioè proprio per il suo valore. Perché discute e mette in causa i temi fondamentali delle nostre esistenze».
Alba de Céspedes non è stata solo scrittrice: è stata giornalista, ma anche sceneggiatrice, traduttrice, nonché scout di nuove firme, membro della Resistenza, donna infaticabile e tenace. Leggere Céspedes le rende finalmente giustizia.
In copertina, Alba de Céspedes su Rai Cultura