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Che fine hanno fatto i bambini? Intervista a Annalisa Cuzzocrea



In vista dell’evento di domenica 27, che vedrà la giornalista Annalisa Cuzzocrea ospite della diciannovesima edizione della Rassegna della Microeditoria di Chiari (25-28 giugno), Limina ha incontrato l’autrice del libro Che fine hanno fatto i bambini (Piemme), in un dialogo sul futuro, la scuola, le responsabilità degli adulti e le risorse dei più giovani.

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Quando è nata in te l’esigenza di questo libro?
Mentre lavoravo sull’emergenza pandemia, ad aprile del 2020. E mi sono accorta che a tutto si stava pensando tranne che alle scuole, a come si sarebbe potuto metterle in sicurezza, a cosa bisognasse fare per i bambini più in difficoltà. Non si è pensato abbastanza a chi non aveva una connessione, o a quei bambini che non hanno genitori in grado di seguirli. Ai piccoli disabili, che sono dovuti stare senza aiuti per mesi. Ai bambini autistici, per i quali restare chiusi in casa è una condizione ancora più invivibile.

Che fine hanno fatto i bambini raccoglie uno spettro di voci estremamente vario, attraverso, tra gli altri, le testimonianze di mamme, figli, professioniste dell’educazione, economisti e scrittrici che offrono al lettore una panoramica a tutto tondo sulla questione. Com’è stata la tua ricerca preliminare alla stesura del libro?
Ci sono anche scrittori, scrittrici, psicanalisti, una regista. La cosa che volevo fare era capire il perché di questa invisibilità dei minori agli occhi delle istituzioni, in un Paese in cui invece le famiglie sono per lo più concentrate proprio sulle esigenze dei figli. È come se questi figli così cercati, voluti, amati, oggetti di un iperinvestimento da parte di molti dei loro genitori, diventassero per questo invisibili agli occhi del pubblico. Questo crea un doppio problema: di mancata autonomia per chi ha genitori molto presenti, pressanti e magari desiderosi di dare tutto. Ma soprattutto di mancate opportunità per chi non ha la fortuna di avere una famiglia in grado di dare quel che serve per una crescita e una formazione adeguate. Perché succede? Perché il pubblico investe così poco sui bambini e sui ragazzi e delega alle famiglie e al terzo settore? Questa era la domanda di partenza e per trovare la risposta sono andata a cercare persone di cui avevo letto o che avevo conosciuto e che mi hanno colpita per la capacità di uno sguardo autentico sull’infanzia e l’adolescenza. Uno sguardo che esce fuori dallo stereotipo al quale spesso condanniamo bambini e ragazzi in Italia, che è in grado di calarsi nella loro realtà e assumere i loro punti di vista. Così ho scelto le persone che ho deciso di incontrare.

Scrivi che «la letteratura può avere un ruolo enorme: quando si connette con i bambini reali, non nasconde le paure e anzi le svela, non pensa a dissimulare o a rendere innocua la realtà, ma cerca solo il punto di vista giusto per raccontarla».
Credi che oggi, nei tempi accelerati dei social network, la letteratura possa essere uno degli strumenti adatti per apportare dei cambiamenti all’interno della società? «Un colpo di penna» può essere ancora «un colpo di spada»?

Se non lo credessi non avrei scritto questo libro. Sono convinta da sempre che la letteratura sia in grado di svelare e illuminare questioni complesse spesso meglio della cronaca. I social sono istantanei, immediati, creano una fiammata che può diventare virale e magari avere un impatto fortissimo, ma poi lascia il posto a quella successiva. I libri restano, lavorano, piantano semi, accendono domande, aprono ferite, accendono speranze. Sono davvero molto, ma molto di più. 

Nel tuo libro Viola Ardone porta l’attenzione su un aspetto che stiamo sempre di più perdendo: la noia. La noia intesa come condizione favorevole alla creatività e allo sviluppo del pensiero.
Nella nostra quotidianità armata di strumenti che annullano, nostro malgrado, la sola timida eventualità di tedio, è possibile educare i nostri bambini alla noia?

Bisogna provarci. Riempiamo compulsivamente il loro tempo da quando hanno due anni di corsi per qualsiasi cosa. E continuiamo così per tutta la loro vita, a volte senza neanche lasciare loro la possibilità di scegliere. Poi ci sorprendiamo quando non sono in grado di gestire autonomamente il loro tempo, o di usare la fantasia per inventare giochi senza bisogno di app, ma è un’impossibilità che abbiamo favorito cercando di essere per i nostri figli qualsiasi cosa, genitore, amico, compagno di gioco, insegnante. Con l’ansia di essere tutto per loro, spingendo il pubblico a disinteressarsi di una fascia d’età di cui invece dovrebbe interessarsi più di qualsiasi altra cosa. Perché si tratta, banalmente, di quella che tra 10, 15, 20 anni porterà sulle spalle tutti noi.

Vorrei condividere con te l’augurio per il futuro formulato da Giorgia Loschiavo sulle nostre pagine:
«È un bel sogno, questo: una scuola libera dalle zavorre della burocrazia, più fluida ed aperta, vera comunità dove mettersi in ascolto, coltivare insieme il concetto di responsabilità e di impegno come cura.  Una scuola che sia palestra di politica e di cittadinanza nell’incontro con l’altro da sé. Certo non una scuola che dimentichi il sapere, ma che sappia insegnare ad attraversarlo, valorizzarlo a tutto tondo e ritenerlo tanto importante quanto il benessere psicofisico.»
Credi che ci siano possibilità per far avverare questo sogno?

Se fosse per i ragazzi sì. La scuola deve essere alla loro altezza. Deve avere più coraggio, deve mettersi più in gioco. Le lezioni frontali funzionano poco per i ragazzi che hanno più difficoltà, funzionano di più quelle a piccoli gruppi, perché non si fa? Troppo spesso – soprattutto al liceo – la scuola sembra più interessata a selezionare che a far arrivare fino in fondo chi la frequenta. È un modo di fare che non ha senso non perché non bisogna essere meritocratici, tutt’altro. Ma perché in un Paese dove le prime emergenze sono povertà educativa e abbandono scolastico tu devi costruire un contesto che faccia di tutto per tenere gli studenti dentro il circuito scolastico. E fare di tutto significa mettere in discussione i propri modelli di insegnamento e di valutazione. E significa anche, bisogna dirlo con franchezza, che per insegnare in una scuola bisogna essere ben preparati, avere fatto studi appositi, aver superato dei concorsi. Invece i tagli di questi anni e una certa burocratizzazione della scuola hanno creato processi opposti. 

Citi Giacomo Papi e gli adulti che vivono la propria genitorialità come una performance. Il modello imperante che ci vuole sempre perfetti e produttivi ha gettato i suoi tentacoli inficiando anche la vita familiare?
Non bisogna essere troppo severi con i genitori, oggi, e bisogna riconoscere gli sforzi enormi che fanno a volte in assoluta solitudine, visto che le famiglie allargate di una volta non esistono più. Visto che molte delle “società educative” che un tempo avevano un ruolo attivo non ce l’hanno più. Detto questo, bisogna fare secondo me uno sforzo generale di fiducia rispetto a bambini e ragazzi. Perché quando li guardiamo davvero, escono fuori dallo stereotipo del bambino viziato o del ragazzo stravaccato davanti alla Play Station. Bisogna coinvolgerli di più nel sociale, mettere al centro delle città esperienze formative e culturali che li riguardino, calmierare il mercato impazzito degli sport per ragazzi. Sono tantissime le cose che si potrebbero realizzare per fare in modo che la famiglia non sia più sola nell’educazione. Sempre perché bisogna ricordare, come dice nel libro Rachele Furfaro, che non possiamo agire come se tutte le famiglie italiane fossero come quella un tempo protagonista degli spot del Mulino Bianco. Ci sono milioni di famiglie in difficoltà, che hanno bisogno di sostegno, non solo economico. È a quelle che bisogna guardare quando si legifera. E invece sono spesso le più invisibili. Poi sì, esageriamo, troppo spesso per quanto a fin di bene esageriamo. Cerchiamo di rimuovere ogni ostacolo sul cammino dei nostri figli, ma sono gli ostacoli a permettere di crescere. Di imparare. Restringiamo troppo il campo di autonomia dei nostri figli per sentirci tranquilli, per non stare in ansia, ma quel campo diventa troppo stretto quando restano solo una camera e un computer. A tutto questo bisogna stare attenti.   

Saranno i bambini la cui bellezza non li riguarda – parafrasando Elsa Morante in esergo – i fautori del cambiamento che noi continuiamo a rimandare? Può essere l’esperienza della pandemia il territorio proficuo per un’inversione di rotta?
Accorgersi delle cose e degli errori è il primo passo per migliorare, quindi sì. La pandemia ha svelato mancanze, contraddizioni, divari, adesso bisogna lavorare per superarli. In più, da quel che io ho visto la maggior parte dei bambini e dei ragazzi ha vissuto questo tempo con un grande senso di responsabilità nei confronti dei più grandi. Degli anziani indifesi. Ha accettato regole difficilissime da accettare, quando gli studenti hanno protestato per tornare a scuola lo hanno fatto non dicendo “chi se ne frega del contagio”, ma chiedendo scuole sicure. Questa non è affatto una generazione perduta e non dobbiamo definirla generazione Covid. Dobbiamo solo cominciare a credere di più in loro. E ad aiutarli, tutti, perché il futuro di un bambino o di un ragazzo non può dipendere dal luogo in cui vive o dalla famiglia a cui appartiene. A tutti devono essere garantite le stesse possibilità di partenza. Per questo servono più servizi sociali e culturali, non solo sussidi. Per questo le città devono cambiare a misura di bambino. Per questo, bisogna fare una cosa molto semplice e ormai urgente: dare la cittadinanza ai figli di immigrati nati o cresciuti qui. Italiani a tutti gli effetti, ma con passaporti stranieri che non raccontano quello che sono davvero.

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