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La scuola che vorrei. Ripartire dall’inciampo



Mentre scrivo ho le mie compagne di fronte. Siamo in classe, in pausa, in dieci, cantiamo stonate Count on me di Bruno Mars e discutiamo di cuori spezzati, timori, feste di compleanno rinviate, idee per un futuro possibile, d’amore e di rinnovamenti. Abbiamo ricevuto ieri la prima dose di vaccino: maturandi vaccinati nel giorno della Festa della Repubblica, un dono simbolico che profuma di ottimismo. L’ultima gita all’Hub Fiera del Levante: insieme, emozionati, felici, un po’ doloranti, col nostro bagaglio di speranze e progetti (dove?, come?, quando?, chi saremo?). «Torneremo a riveder le stelle», ci aveva scritto la nostra insegnante di filosofia a marzo scorso: oggi, forse, splendono più tenaci e luminose, nascoste dietro quello che finalmente ci sembra l’ultimo velo di buio.

È giugno, ce lo dice l’aria calda che filtra dalle finestre, appesantita dalla tristezza degli ultimi arrivederci. Mancano pochissimi giorni alla chiusura di quest’anno scolastico difficile per tutti: abbiamo dovuto imparare a gestire il garbuglio di emozioni che ci portiamo dentro e a trasformarle in energia propositiva. «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio», ha scritto Calvino ne Le città invisibili. Nulla è stato immediato, tutto ci è costato fatica. Ci abbiamo provato. Abbiamo provato a reinventare le nostre esistenze e a rimodellarle affinché riuscissero ad infilarsi in uno schermo per sentirci più vicini, per cercare di annullare le distanze. Abbiamo cercato di riconoscerci vicini nella lontananza. Abbiamo fallito, spesso, e lo sconforto ha preso il sopravvento. È un inciampo, questo, simile a quello di cui scrive Massimo Recalcati ne L’ora di lezione, in una pagina meravigliosa in cui peraltro traccia una distinzione fra insegnanti e computer  che sento il bisogno di riportare qui: «Ricordiamo gli insegnanti che sono stati per noi degli inciampi, che ci hanno sottratti alle nostre abitudini mentali e ci hanno fatto pensare in modo nuovo. È ciò che li rende insostituibili anche in un’epoca dove tutto quel che riguarda l’insegnamento viene computerizzato. Ma un insegnante non è un computer, non è un oggetto tecnologico, non è il funzionario grigio di un sapere senza corpo, totalmente disincarnato, non è il rappresentante di un sapere senza inciampi». E ancora, soprattutto: «Coloro che vorrebbero ridurre il processo di apprendimento e di insegnamento alla trasmissione tecnologica e asettica di informazioni e che ripongono la loro speranza nella definizione di metodologie efficienti di assimilazione, di organizzazione e di valutazione dei saperi, pretendono di cancellare l’intrusione del corpo nella relazione didattica e commettono un errore ossessivo in senso clinico» (L’importanza dell’intrusione del corpo nella relazione didattica. È tutto qui. Quello che ci è stato tolto in questi mesi, il nucleo a cui dobbiamo fare ritorno, senza dubbio alcuno, a parer mio).

Ma torno sull’inciampo, sull’importanza di ri-partire dall’errore:

«Un bravo insegnante» racconta Moustapha Safouan «si riconosce da come reagisce quando, salendo in cattedra, gli capita di inciampare. Cosa saprà fare di questo inciampo? Ricomporrà immediatamente, non senza disagio, la sua immagine facendo finta di nulla? Rimprovererà con stizza le reazioni divertite dei ragazzi? Proverà a nascondere goffamente il suo imbarazzo? Oppure prenderà spunto da questo imprevisto per mostrare ai suoi alunni che la posizione dell’insegnante non è senza incertezze e vacillamenti, che non è al riparo dall’imprevedibilità della vita?»

Possiamo leggere la situazione di didattica emergenziale (nell’emergenza) come inciampo collettivo del sistema scolastico? Recalcati lega la caduta al momento dell’apprendimento: «Potrà allora far notare che lo studio piú autentico e appassionato non è mai esente dall’inciampo, perché sono proprio l’inciampo, lo zoppicamento, il fallimento a rendere possibile la ricerca della verità. Inciampare è l’imprevisto della vita con il quale il sapere deve confrontarsi. Certo, ci sono insegnanti che usano il sapere come un otturatore del vuoto che l’imprevedibilità della vita introduce necessariamente in ogni forma di sapere. Ci sono insegnanti che separano il sapere dalla vita e che offrono ai loro alunni solo una serie di nozioni nate morte. In questi casi non c’è inciampo ma routine, non c’è vitalità erotica del sapere ma un suo uso sterile. Se esiste una vocazione all’insegnamento», e, aggiungerei da studentessa, all’apprendimento «non può che radicarsi nell’inciampo. I bravi insegnanti sanno di cosa parlo: loro stessi sono inciampati almeno una volta prima di salire in cattedra e continuano a educare i loro allievi alla contingenza imprevedibile della vita come qualcosa che eccede le pretese padronali di ogni forma di sapere».

Da dove ricominciare? Possiamo provare, adesso, a ragionare sulle crepe – a concepirle come fessure da cui far entrare luce, punti di partenza per una riflessione a più voci, ampia, produttiva, profonda, che coinvolga docenti e studenti (e famiglie, persino) – perché si è comunità educante insieme solo prendendosi cura gli uni degli altri (anche i ragazzi possono prendersi cura degli insegnanti).
Quanti ragazzi si sono persi in questi mesi? – e perdersi non vuol dire ‘semplicemente’ disconnettersi. Dove sono? Hanno bisogno di aiuto, di spazio? Io credo abbiano bisogno di essere ascoltati.
Penso alla mia città, Bari: secondo ordinanza regionale ogni famiglia ha potuto scegliere fra didattica a distanza e didattica in presenza. In alcuni licei sono rientrati soltanto una decina di ragazzi su un totale di più di mille studenti. Perché? Chiediamocelo. È una domanda-tarlo che un po’ mi inquieta. Alcuni hanno paura del contagio, certo, ma temo che la situazione sia più complessa di quanto crediamo. Sono stati minacciati dai loro insegnanti, come si legge anche sui giornali? Non lo so, non posso saperlo, ma credo che anche questa sia, in un certo senso, una banalizzazione. Una mia amica professoressa mi ha scritto, tempo fa: «Immagino ci siano prof. che fanno terrorismo, perché sono odiosi – ci sono, sempre – o perché hanno paura, mezzi vaccinati, con voi studenti che chissà quando vi vaccineranno. Però so pure che io dovrò fare verifiche e compiti per tutti, banalmente perché è giugno.» (Rileggete con me quel dovrò). Ho piuttosto il terrore che tanti miei colleghi studenti si stiano lasciando travolgere dalla DAD: «È comodo», «non devo prendere i mezzi pubblici, posso svegliarmi tardi», sento. Ma come si arriva a fare queste considerazioni? Perché questi ragazzi non sono tornati a scuola? Io non lo so ma credo che dovremmo chiedercelo. Sono ‘solo’ pigri? Si sentono soli? Pensano che le cose possano andare bene così? Si può dimenticare la dimensione sociale che scaturisce dall’incontro dei corpi, dallo scontro delle voci, lasciare che passi in secondo piano?

Coglierei quest’occasione per ragionare sulla nostra idea di scuola, sulla scuola che vorremmo, sugli spazi nuovi che vogliamo abitare, sulle ferite da medicare, sui timori e sulle debolezze da trasformare in sorrisi, ancora. Credo sia di vitale importanza. Ha scritto Anna Stefi su doppiozero: «Sta altrove, il problema. Serve ribadirlo davvero? Serve davvero ribadire che le classi non devono essere di trenta persone e che lo psicologo deve essere presente a scuola ogni giorno – non un giorno a settimana – e da settembre a giugno? La biblioteca? Aperta, sempre, al pomeriggio. Gli spazi? A disposizione degli studenti.»
È un bel sogno, questo: una scuola libera dalle zavorre della burocrazia, più fluida ed aperta, vera comunità dove mettersi in ascolto, coltivare insieme il concetto di responsabilità e di impegno come cura.  Una scuola che sia palestra di politica e di cittadinanza nell’incontro con l’altro da sé. Certo non una scuola che dimentichi il sapere, ma che sappia insegnare ad attraversarlo, valorizzarlo a tutto tondo e ritenerlo tanto importante quanto il benessere psicofisico. Aule snelle e non sovraffollate per garantire un dialogo continuo, efficace e sereno fra docenti e studenti. Sì, questo è un dibattito anche politico. Pensiamoci adesso.


[Quando Camilla Longo Giordani mi ha proposto di scrivere un pezzo per Limina ho subito pensato alla poesia di Montale, In limine. Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, ha scritto il poeta – questo l’augurio più dolce che possiamo dedicarci – studenti, insegnanti, famiglie: tu balza fuori, fuggi, verso un orizzonte nuovo da abitare.]

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