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Ne ho fatte di tutti i colori. Gli ottant’anni di Oliviero Toscani



Oliviero Toscani compie ottant’anni ed è come se ne compisse la metà, il fisico gigantesco solo un po’ appesantito ma lo sguardo è quello limpido di suo figlio Rocco che ha quarant’anni; Ne ho fatte di tutti i colori, dice il titolo dell’autobiografia che sta per uscire, scritta con Tommaso Basilio e Raffo Ferraro (La nave di Teseo, 2022), mentre la Triennale prepara due giornate di festeggiamenti. Il buonumore lo ha sempre accompagnato, anche nei momenti più difficili di una vita movimentata, che ha sempre affrontato con una solidità di carattere invidiabile. Uno che non ha paura di nulla come lui, dice di non avere memoria o meglio, di averla, ma molto selettiva: tende a rimuovere le spiacevolezze e conservare solo i ricordi belli, inoltre – sostiene – se la memoria non esistesse saremmo tutti più innovativi, perché ricordando troppo si tende a rifare quel che si è già fatto e non va bene.
Eppure, per festeggiarlo come si deve in questo anniversario, mi viene in mente uno dei suoi lavori meno conosciuti, uno dei più emozionanti e che ha proprio a che fare con la memoria: nel 2003 Toscani fotografò i superstiti della strage di Sant’Anna di Stazzema, Feltrinelli raccolse poi quei primi piani in un libro, che contiene i ricordi di uomini e donne che il 12 agosto 1944 avevano cinque, tredici, sedici, diciotto anni e che assistettero alla fucilazione da parte dei nazisti dei loro genitori, dei loro fratelli e sorelle, dei loro parenti; Antonio Tabucchi scrisse il testo introduttivo.

oliviero toscani

Se c’è una cosa che ha sempre caratterizzato il lavoro di Toscani è la passione civile. Un altro lavoro poco noto è quello che Toscani realizzò sull’osteoporosi, per conto dell’International Osteoporosis Foundation e della Croce Verde tedesca, fotografando donne e uomini completamente nudi, perché «questa malattia si documenta con il profilo curvo della schiena, le irregolarità delle posizioni del corpo: forse è la nuova evoluzione fisica dell’uomo, il riflesso di una osteoporosi mentale, visto che oggi passiamo la vita seduti, ci muoviamo solo in macchina, mangiamo e respiriamo male, costringendo il corpo ad adattarsi a questa nuova realtà» scrisse nella presentazione.
Perfino nelle immagini pubblicitarie c’è senso civico, con quei richiami alla partecipazione, alla solidarietà, all’impegno. La fotografia commerciale, che lui non ha mai considerato meno nobile dei ritratti o di un reportage, diventa un’altra cosa davanti all’obiettivo della sua macchina fotografica, come se si svuotasse dei suoi significati per assumerne altri, più profondi. In questa laicità senza complessi sta la novità e la peculiarità del lavoro di Oliviero Toscani: anche attraverso una pagina a pagamento su un quotidiano o un manifesto in affissione che reclamizzano un marchio per venderlo si possono dire cose importanti. Ed è in questo sottile discrimine, che rivela un aspetto mai considerato della pubblicità, in questa possibilità di sondare territori inesplorati, che la fotografia di Oliviero Toscani diventa arte ed è stata perciò celebrata nei musei, dalla Biennale di Venezia del 1993 al Museo di Arte Contemporanea di Losanna fino a Immaginare, la retrospettiva del 2017 al Museo M.A.X. di Chiasso, per omaggiare gli studi svizzeri di Oliviero ragazzo, che si era formato alla Kunstgewerbeschule di Zurigo.

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© Oliviero Toscani

Una foto lanciata dall’Ansa del primo sbarco in Italia dei migranti albanesi, nell’agosto del 1991, segnò la fine dell’ideale separazione tra informazione e spot commerciale perché, secondo Toscani, non c’era differenza tra i due. Pagò i diritti al fotografo che l’aveva realizzata e la utilizzò sia come pubblicità di Benetton sia come copertina del magazine Colors, in un cortocircuito informativo-pubblicitario che costringeva a riflettere sulla potenza del medium quando diventa messaggio. La differenza stava nel committente e lui trovò, a quel tempo, in Luciano Benetton, un industriale che lo seguiva nella sua idea che i budget di comunicazione delle aziende avessero il potere enorme di aiutare le vendite di un prodotto parlando all’intelligenza dei consumatori (uomini e donne prima di essere clienti, nella filosofia di Oliviero), invece che al loro portafoglio. Ed ecco i messaggi antirazzisti, pacifisti, i cataloghi realizzati con i ragazzi di Corleone, con i bambini down di un asilo austriaco, con gli israeliani e i palestinesi a Gerusalemme e a Gaza, il sostegno a Nelson Mandela nelle prime elezioni libere sudafricane, la sensibilizzazione sul flagello dell’Aids con tutto quello che si portava dietro di paura e intolleranza, la campagna che sconvolse l’America sui condannati a morte.

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© Oliviero Toscani

L’idea che si potesse fare educazione civica usando i soldi delle aziende, costringendole a promuovere la loro sensibilità sociale invece che la loro merce, sembrò, fino al 2000, anno in cui finì la collaborazione tra Toscani e Benetton, un’utopia realizzabile. «Pensate se Kleenex, invece di dirci nelle loro pubblicità quanti strati hanno i fazzoletti, cominciasse a dirci che non bisogna buttarli in terra dopo essersi soffiati il naso, io li comprerei più volentieri!». Sembra sempre che scherzi, Toscani, poi ripensando ai miliardi che si dissipano in campagne pubblicitarie poco memorabili, l’idea di utilizzare tutta quella potenza di mezzi per lanciare messaggi di inclusione, di educazione e di rispetto non sembra poi così strana (qualcuno ha provato a seguirla, a dire il vero).
Toscani festeggia i suoi ottant’anni continuando a lavorare: non ha mai smesso di accumulare materiale per quel progetto da megalomane – lo dice lui – che ha intitolato Razza umana. Aveva iniziato nel 1998 con Casting Livorno (Electa), allestendo set volanti in quella città, per ritrarre gli abitanti. L’intento è di fissare la bellezza di uomini e donne di etnie diverse, in una sorta di atlante a cavallo del secolo passato e di quello appena iniziato, fotografando i volti, giovani e vecchi: una commistione tra documentazione antropologica di una mutazione genetica, testimonianza e dichiarazione di poetica. Un progetto che non finisce mai e che è la scommessa di Oliviero di essere immortale.



In copertina: © Oliviero Toscani

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