05.03.2026

Walter Benjamin e il nome che il mare cancella

In "Tracciato sulla mobile sabbia", Walter Benjamin riflette sulla verità che si perde e sull’atto del raccontare che resta.

Sedeva là. Sempre a quest’ora sedeva là. Ma non così. L’immobile, che dopo un po’ soleva addirittura irrigidirsi, guardava dinanzi a sé.

Racconti, Walter Benjamin, Einaudi, Torino, 2019


Qualcosa di terminale. Prossimo alla fine. Tale la paratassi, tale il suo potere: nella segmentazione – a differenza del flusso ipotattico – e tramite l’ausilio della punteggiatura, dare al lettore l’impressione che ogni frase potrebbe essere l’ultima. Che ogni punto fermo sia il punto fermo. La verità si è persa, si è perso il Verbo; a restare, l’atto del tramandare. L’atto che, nel racconto citato – Tracciato sulla mobile sabbia –, si fa ontologia dell’Io, sua propria costituzione. In breve, la trama. Un uomo siede presso la riva del mare, osservando il moto delle onde che cancellano i segni lasciati sulla sabbia. Ed è sulla sabbia che si decide a scrivere: traccia parole che, lo sa, spariranno in un attimo. Traccia una parola – il nome di una donna. È questa la scena cui si trova di fronte il narratore. A cui l’uomo, un vecchio, racconta la storia di questa donna. Vedremo il resto in seguito.

Ricordiamo la poesia di Shelley sul re egizio Ozymandias: la statua che crolla, la sabbia. Tanto quanto Jorge Luis Borges, che si è appropriato poeticamente dell’elemento-sabbia, leitmotiv di molti componimenti poetici. È, insomma, Tracciato sulla mobile sabbia, e fin da subito, terminalità e impermanenza. Titolo compreso. Ciò che si traccia sulla sabbia è mobile, ché mobile è la sabbia – e non resta. Il vecchio scrive col bastone il nome Olimpia. La ‘grande madre grigia’ che incanta Malachi Mulligan e Stephen Dedalus nell’Ulisse di Joyce – o forse il vento, qualcosa comunque di più forte di ogni nome umano, verrà, come detto, e il nome umano verrà spazzato via.

Creazione del silenzio. Il tacere del mondo è la terminalità, o la vecchiezza. Quando il mondo e le cose del mondo non ci parlano più di noi, ci dissolviamo come soggetti che non possono (più) riconoscersi in alcunché, e con noi smette il nostro nome, il nostro passato. O meglio, di noi, sempre – dice Benjamin – a sparire è la verità. Scompariamo nella misura in cui scompare il nostro Verbo privato, che è il nostro vero nome. Verremo tramandati; per allora non saremo più noi.

Derrida: la verità, per essere detta, deve essere iterabile; se la verità è iterabile, ogni iterazione è tradimento del contenuto originariodiffèrance, differimento perché differenza e scarto, differimento perché rinvio, indefinito rinvio.

«[…] ogni avventura di viaggio, perché si possa davvero raccontare, dovrebbe, in ultima analisi, ruotare intorno a una donna, quanto meno intorno al nome di una donna.»

Racconti, Walter Benjamin, Einaudi, Torino, 2019

Chi sta parlando? Il vecchio. Vecchio che – evidenziamolo – non è il narratore. Insomma c’entra una donna; quando mai non c’entra una donna? Nel senso più puro, di maschilismo sgravato. Non è l’ossessione o l’amore tormentato – Benjamin non intende questo. Benjamin dice pressoché quello che avrebbe detto Raymond Carver decenni dopo sullo statuto della poesia. E Carver avrebbe detto che ogni poesia è un atto d’amore. Ogni avventura – traduciamo – di viaggio (e il viaggio è quello di Campbell, quello che rende identiche l’Odissea e il cammino da casa al supermercato – l’archetipo universale del viaggio, il discorso, poi, di Jung). Ogni storia, se ci pensiamo, è una storia d’amore – tanto per una donna (meglio, Donna, quindi scongiurando ogni misoginia) quanto per una qualsiasi meta. In sintesi, l’oggetto del desiderio, l’affanno la ricerca il viaggio. Il vecchio, racconta, si trovava in una città dell’Italia meridionale. Vuote le strade, angoscia. Sbucò sulla piazza del Duomo. Nessuno. Torna utile quanto avremmo visto in Morselli e Dissipatio H.G. È (bieco?) antropocentrismo o – realmente – non esiste un soggetto senza un altro soggetto a riconoscerlo esistente? Il mondo presuppone l’uomo? L’Io presuppone l’Altro?

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Ad ogni modo, è lo smarrimento.

Fino alla cripta in cui il vecchio, dice, entrò. Un sagrestano a capo di una comitiva di fedeli, e un racconto, un altro, il racconto del sagrestano.Inter-intertesto. Benjamin come pioniere di quello che sarebbe stato il postmodernismo? Certo vedere tanto lucida la modernità – in Kafka, in Parigi, in Baudelaire – può spingere a quanto viene (sarebbe venuto) dopo. Tutti i modi, Tracciato sulla mobile sabbia è testo che riflette sul testo, sui testi – discorso che dice il discorso – metaletteratura. Il narratore racconta di un vecchio che racconta di un sagrestano che racconta. Ecco il tramandare – ciò che resta di un discorso da cui la verità originaria (vedi sopra Derrida) è stata estromessa. Testo del testo, testo nel testo nel testo. La sabbia, il tempo, lo scirocco che spazza via, le macerie della dimenticanza – e non c’è Orazio, non c’è aere perennius, nessun monumentum. Solo la sabbia, la polvere, la nostra impossibilità di aderire più di tanto, di far presa, di attaccarci al discorso del mondo. Forse solo, noi, parole in un tessuto più grande, una non troppo lunga parole nel gigantesco magma – così Saussure – della langue.

Il sagrestano racconta di un giovane studioso che si innamorò perdutamente di una prostituta; com’era egli incaricato della manutenzione del Duomo, la prostituta ne approfittò e «volle che sulla pietra del Duomo, nel Sancta Sanctorum, venisse scolpito il suo nom de guerre, il nome d’arte che queste donne portano in base a un’antica consuetudine» (Racconti, Walter Benjamin, Einaudi, Torino, 2019). Il vecchio sognò il nome, sere dopo. Sapere il segreto del mondo e non ricordarlo; l’indicibilità della cosa è la tragedia, non la sua assenza, suggerisce Benjamin. Gorgia per metà: la Verità esiste ma, nel suo processo infinito di differimento, non può essere detta senza tradirla per l’ennesima volta. Monica Bellucci, nell’opera (parere di chi scrive) più concettualmente alta di questo secolo, Twin Peaks – The Return di David Lynch, dice che siamo come il sognatore che sogna e poi vive dentro il sogno.

But who is the dreamer?

Di chi è il sogno che è la nostra vita. Forse, tanti forse (non è forse la letteratura da cui scaturiscono i ‘forse’ quella più alta?). Forse, se esistesse la domanda, avremmo già trovato la risposta. Non dovremmo tacere su quello di cui non si può dire? Possiamo anche tradire l’unico precetto etico di Wittgenstein; l’avrebbe tradito anche lui, dopo il Tractatus. Sì, diamo aria alla bocca, ‘chiacchieriamo’ – come dice Heidegger – chiacchieriamo vociamo berciamo. Il nostro vero nome non esiste, non lo sappiamo, lo abbiamo scordato, poco importa. Forse la fede. In cosa? Nel valore estetico del gesto di dire. Che ci continuare a dire nonostante nonostante nonostante. Non è il cosa a resistere (come in Kafka, abbiamo visto); ma l’atto, lo sforzo di dirlo, insomma la forma, insomma il come.

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