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Viaggiare come involontario contributo al Kitsch



Un tuffo nel blu dello spostamento omogeneizzato, nella sua «vita bassa», fin dentro i particolari di sandali e dei golfini poggiati sulle spalle, delle mappe dei «punti di interesse» consultate sempre più avidamente sui telefonetti, intanto che vige la superficialità dello sguardo e dell’attenzione, l’assenza di ogni partecipazione «cosciente» all’immaginario che ostinatamente si vuole possedere, alla «cosa osservata». Che naturalmente è sempre un monumento, una lunga distesa di tavolini con poco suolo calpestabile intorno, un ristorantino di plastica nato all’impronta, una piazza, la via «più segnalata», il bar promosso dal giro di voci che passano parola da una nazione all’altra. Per svezzare infine quel turista ubiquo, curioso e superfluo, già noto benissimo e altrove ritratto come «di massa» o «cannibale», tanto che l’analisi della tipologia, posta in questi termini, è oramai egualmente massificante e massificata.

Certo, non si mente a dire così, anche se ripetuto molte volte, l’idea non perde sostanza, ma nell’aria c’è del nuovo: il viaggiatore colonialista – l’universo è casa sua, gli appartiene, è suo diritto «conoscerlo» – adesso è «tirannico esibizionista e temerario post-pandemico», intimidito da nessuno e  niente (full-time per il mondo anche in periodi alluvionali o stagioni d’inverni rigidi e anche se neonato o senile); più accanito, assatanato da ansia di recupero del temps perdu, che regala, a un mondo già offeso, il sovraccarico di una sfumatura più aggressiva al colore assordante e ciarliero del colonialismo ciabattante in atto ormai da decenni: ma cercando fugacità e ripetizione, una «gratificazione emozionale istantanea senza sforzo psicologico, senza sublimazione» (Benjamin), troverà infine qualcosa che è meno ancora, il souvenir di un riflesso incondizionato a forma di «selfie». Ma è grazie a questa ulteriore mutazione se si avverte come la curiosità non sia più mitica virtù sinonimo di «intelligenza e meraviglia», essendosi inflazionata anch’essa, qui a livello di terapia per la noia o di comune vanità (augurandosi non tanto il «conoscere» ma il «parlare»: in nessun caso affronterebbero un viaggio per solo piacere di vedere senza speranza di poterlo vetrinizzare in un «social»).

Il mistero irrisolto circa la sorgente del turismo d’ammasso è perenne e infinito: cosa muove individui verso l’antologia di una bellezza che si sono autoimposti di «scoprire» (per infine trarne conclusioni meccanicamente riprodotte e insulse quali «amazing», «adoro!» e «bello»)? Prevalenza di pensionati ben retribuiti? Maggioranza di disoccupati fils à papa? Benessere economico smisurato travestito da «crisi» strombazzata, ma inesistente nei conti correnti? Indebitamenti inconcepibili, lungo prestiti rovinosi per uno stile di vita oltre le possibilità effettive? Stadio adolescenziale protratto? «Nati non foste»? Sindrome della trottola? O forse vittoria dell’«homo kitsch» greenberghiano, che con i suoi atteggiamenti, i suoi sentimentalismi e moralismi, uniti alla mancanza di cultura, produce kitsch e se ne compiace e se ne circonda. Forse il viaggiatore post-pandemico è il Kitsch-Mensch di Broch, abbindolato dalle false promesse del Kitsch annidate nelle guide accreditate attraverso le drittate degli amici, convinto che godendo degli effetti sentimentali proposti dal cattivo gusto della ricettività vampirica perfezioni un’esperienza estetica privilegiata. Però, se «erosione e svuotamento» sono necessità del Kitsch, allora viaggiare oggi sarà involontario contributo al Kitsch, grazie a zombi stralunati e cloni attoniti? Nulla è al riparo dal loro sguardo «tattile» di prensilità vorace e nervosa: dal museo alla mostra, dal vigneto sperduto al raro caglificio di una finta nonna Bufala sui colli x e y («e il grand tour»? Chiede il povero signor Goethe. No sorry, «wine tooour!»), ed è così enorme l’indifferenziata «voglia di cultura» che chi ci marcia e mangia la ficca a forza sotto forma di smorfia mostruosa o bozzetto-sberleffo nei contesti e luoghi più impropri e ridicoli, tra performance grulla all’enoteca e grottesca estemporanea in portineria, fra peti «handmade» a «chilometro zero» del condomino o del portinaio o direttamente sotto il campanile di Giotto, fatto resuscitare per l’occasione da un pranoterapeuta biologico. Questa «esperienza» di culturame con prodotti scadenti di meschinità e piccinerie di provincia, o divertimenti a salve desunti da intuizioni e paraculate di scaltri proprietari di «bnb», non annoia mai e contribuisce a ingigantire l’equivoco del connaisseur a caccia di «scoperte».

I ministri della cultura e gli assessori al turismo e gli scaltri «addetti ai lavori» sanno di dover innanzitutto sgangherare, fino a renderla pagliaccia, ogni complessità, nell’illusione di rendere traducibile e accessibile la «cultura» (di cui nel frattempo è svanita una valida definizione), a utenti sempre più semplici, sotto forma di formaggio pastorizzato e anonimo da mensa ferroviaria. Facendole assumere l’aspetto di una cosa incolore, insapore e inodore, sanno che deve impoverirsi e scolorire, oppure far leva sulle baracconate di un mortificante folklore mediterraneo da rievocazioni di antichi sapori e odori, confetture suggestive, provolette irriverenti, fattorie indimenticabili, gondole e vongole scioccanti, pomodori secchi prodigiosi, pizzaioli sensazionali, fienili ritrovati e inesplicabili, mandolinisti biologici, tartufatori epocali, arlecchini prestigiosi, sbandieratori colossali, tenorissimi allevati a terra, saltimbanchi geneticamente intonsi. Perciò, luoghi monumentali sfregiati tramite parrucchino imposto dagli assessori alla cultura, costretti a comunicare le specificità d’arte attraverso quel lessico circense così caro a Sora Cecia, per ammicchi a una «sweet life» posticcia, fatta di lenzuola al vento e centro-tavola astutamente pre-macchiati col sugo della zia, davanzali coi lillà finti o veri, per azzerare ogni traccia anche remota di Realtà.

turismo di massa

Si viaggia per sognare, si dirà, per ciondolarsi nelle idealizzazioni che cartoline e souvenirs hanno contribuito a realizzare. Ma quando l’idea di cultura diventa un’astrazione sempre più teorica che non ha più legami con vissuti e abitudini, che non incornicia più i suoi musei e le sue opere d’ingegno nel suo «genius loci», sarà un bene oppure un male? Come potrebbe e dovrebbe contribuire alla crescita o rinascita, sviluppo, progresso del nostro Paese, la «fruizione dei beni culturali» quando «l’utente finale» non è che un disperato bulimico (e se è così, il bicchiere non è «mezzo vuoto», addirittura non esiste)? Soluzioni non ce n’è. Allora, data la situazione esplosiva di cannibalismo – dalla montagna al mare, dai «borghi incantevoli» alle città, fino alle ovvie spiagge – è buona idea non pubblicizzare l’esistenza di luoghi che si ritengono belli e salvi, ancora non infestati, o poco infestati, perché lo diventerebbero da lì a due giorni. Per quelli sovraesposti ormai rien à faire, tuttavia potrebbe esserci un resto da salvare, non ancora seppellito da questa imprevedibile epoca, tutta strusciante di mostre, «eventi», movide ecologiche, «bellezza», «lodevoli iniziative», tsunami di raduni del niente (anche le frazioni oggi hanno un «festival del cinema»).




Photo credits
Copertina – Parigi, Louvre, Nike.
Thomas Ulrich tramite Pixabay
1. Parigi, Louvre. Jean Carlo Emer tramite Unsplash
2. Parigi, Louvre.
Alicia Steels tramite Unsplash
3. Parigi, Louvre.
Rumman Amin tramite Unsplash
4. Parigi, Louvre.
Clément Dellandrea tramite Unsplash

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