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Tracciare un contorno. Per una nuova grammatica delle figure



«[…] Certi luoghi vogliono dirci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest’imminenza di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico»
Jorge Luis Borges



Nel silenzio della roccia, enigmatico e antico, risiede il più importante fatto estetico dell’umanità: le incisioni rupestri. Non solo il fatto – l’immenso patrimonio di rocce segnate – ma il mistero che sottende: «Perché hanno scritto sulle rocce?» Scomponete questa domanda nelle sue parti essenziali: perché hanno (chi?) scritto – si traduce con: chi ha avuto l’intenzione di scrivere? E ancora, se ne ha avuto l’intenzione, significa che un essere senziente si è prodotto in un atto sconosciuto agli altri viventi: scrivere. Allora, la domanda potrebbe essere scomposta come segue, con un crescendo: 
«Perché un essere senziente avrebbe dovuto scrivere?»
«Perché il linguaggio?»
«Quando è nata l’esperienza umana?»
«Cos’è la coscienza?»

Trovarsi di fronte alle figure sulle rocce significa inevitabilmente porsi queste domande – o una sola domanda che le comprenda tutte, fate voi. L’archeologia, la paleoantropologia, la filosofia, la psicologia, la biologia e più di recente le neuro-scienze cognitive si stanno ponendo la stessa questione. Il rischio è quello di aumentare considerevolmente il numero di domande – ciascuna formulata secondo la lingua specialistica che più le si addice – e di vanificare ogni sforzo conoscitivo. Forse un modo per aggirare questo ostacolo è quello di porci finalmente in ascolto. «Ma ascoltare chi?» direte voi, «Loro? Gli uomini delle caverne che si esprimevano a grugniti? O le rocce, che non parlano!» Ammetto che non sarebbe facile comprendere una comunicazione preverbale e sì, nemmeno ascoltare le rocce, però; a ben guardare, quelle sofisticate articolazioni della mano, il fatto di camminare su due piedi, in posizione eretta, la mobilità degli arti e la configurazione del volto, con i due occhi e il naso al centro, poi la bocca… 
Chiudete gli occhi, immaginate di tracciare un contorno, uno qualsiasi! Ecco, state facendo affidamento sulla stessa struttura ossea che avevano a disposizione loro, gli uomini delle caverne. Non serve parlarsi, basterebbe guardarsi. Gli altri animali lo fanno continuamente, perché non dovremmo farlo anche noi sapiens

Realizzare l’incontro con le rocce incise si può, ed è esattamente l’idea che sta alla base del progetto dell’architetto Elena Turetti, La grammatica delle figure. Ma l’incontro, perché possa funzionare, deve avvenire al di fuori del recinto specialistico dell’archeologia o della paleoantropologia, fuori cioè dai consueti campi d’indagine. Cosa sono quelle figure impresse nella roccia? Sono disegni, gesti che possiamo rintracciare nel patrimonio motorio di ciascuno di noi, ma che grafici e illustratori utilizzano quotidianamente. Confrontarsi concretamente con i reperti significa provare a ripercorrere con il corpo quegli stessi motivi scavati nella pietra. Chinarsi e accovacciarsi sul terreno per seguire l’andamento dei segni, provare con le mani a configurare una presa, insistere battendo su quella superficie, distinguere il suono che produce un certo materiale se lo graffiamo o se lo picchiettiamo. Non si tratta di omini stilizzati, o di scene di caccia povere di particolari: sono quadri interattivi, multiformi e multidimensionali la cui immersività è tale da superare il confronto con i più recenti schermi ad alta definizione. Il movimento che produce la luce, passando fra le rocce a diverse ore del giorno, fa sì che il paesaggio visivo offerto dalle incisioni cambi costantemente – mentre se spegni il monitor lo spettacolo finisce. Durante la notte la voce di quei percorsi sotterranei si fa lunare e fiabesca, e un’aurea di magia ancestrale circonda la vallata. 

Elena Turetti

Il Sito della Val Camonica ospita più di trecentomila segni, dei quali sono “tradotti” soltanto un centinaio. La residenza artistica ideata da Elena Turetti, che quest’anno ha visto protagonisti cinque illustratori (Alicia Baladan, Sylvie Bello, DEM, Sara Donati , Anais Tonelli, Noemi Vola) provenienti da percorsi artistici diversissimi, ha prodotto e continua a produrre un materiale molto variegato: dai video-racconti delle esperienze, agli albi illustrati, ai progetti con le scuole e via dicendo. Al di là dei lavori finalizzati e delle modalità di fruizione da parte del pubblico, ciò che interessa a Elena è di mantenere viva la sperimentazione sul territorio, cercando di rompere i confini tra il mondo archeologico e la creatività contemporanea. Una simile idea si fonda sulla convinzione che soltanto un lavoro in situ possa restituirci parte della complessità di un repertorio di segni così vasto e in gran parte inesplorato (per non dire ignorato). Un esempio fra tutti? Bene, i rilievi fatti dagli archeologi si presentano spesso come documenti che riportano delle scansioni, in bianco e nero, delle figure ritrovate. Oltre la collocazione nel tempo dei reperti e proposte di interpretazione concernenti le composizioni grafiche – ‘una scena di caccia con due cervi’, oppure ‘dipinto votivo con simboli magici’ – si evince pochissimo del materiale ritrovato. I segni sono progressivi, prodotti da un gesto continuo oppure inframezzato da interruzioni. Alcune figure sono state rimaneggiate più volte, e su una stessa pietra convivono segni realizzati in epoche diverse a distanza di miglia di anni l’una dall’altra! Tutti questi aspetti, la sovrapposizione di piani e la composizione spaziale, lo spessore o la profondità dei segni, vengono semplicemente omessi e qui ci troviamo spiazzati: com’è possibile che la più diretta conseguenza dell’evoluzione dei sistemi nervosi, il disegno, sia così poco frequentata dalla scienza? Badate bene che l’andamento dei disegni offre un’euristica dettagliata del funzionamento del nostro pensiero, a cominciare dall’organizzazione spaziale degli elementi. 

Il neuro scienziato Giorgio Vallortigara, nel suo saggio Pensieri della mosca con la testa storta (Adelphi), scrive:

«Le superfici omogenee non convogliano informazioni lungo la loro intera estensione, è soltanto nei bordi, là dove le cose cambiano – in colore, chiarezza o tessitura – che dimora con agio l’informazione. Questo spiega perché semplici disegni a tratto siano così efficaci nel rappresentare le scene naturali: i sistemi visivi si sono evoluti per rivelare i margini, così da segregare figura e sfondo. I disegni a tratto, che rivelano solo la transizione figura-sfondo, sono rintracciabili dagli albori della rappresentazione pittorica nella storia umana, fin nell’arte rupestre. Le linee dei disegni a tratto possono svolgere una funzione importante anche nella percezione della distanza e della profondità, segnalando l’occlusione».

Oggi, in seguito al miglioramento tecnologico, molti articoli divulgativi titolano «vedere il pensiero», facendo riferimento alle recenti tecniche di brain-imaging, che consentono precise rilevazioni di attività neuronale durante l’esecuzione di compiti essenziali. Ma il pensiero lo vedevamo già, lo vedevano chiaramente più di trentamila anni fa: il disegno è il pensiero!

C’è un fatto, piuttosto sconcertante: fra tutti gli illustri studiosi che si sono occupati di scrittura rupestre (ma questa considerazione potrebbe estendersi a vari campi del sapere) difficilmente ne troverete uno che sappia disegnare.  Non sto sostenendo che sia necessario essere Leonardo da Vinci per occuparsi di archeologia o di antropologia o di neuroscienze e così via, ma che non rendersi conto (non avere idea) di come sia possibile tradurre in segno grafico il dinamismo biologico che pure il nostro cervello elabora continuamente – e lo fa da migliaia e migliaia di anni e non solo per tramite di homo sapiens – sia un grave ostacolo alla comprensione reale dell’avventura umana, che comincia proprio da lì, dal segno.  

«Si formò forse allora, all’alba dello spirito, nello sguardo rivolto all’erba ancora schiacciata – forma vaga, eppure rivelatrice, presenza nel cuore dell’assenza – la prima idea di quello che a poco a poco si sostituirà al mondo, il segno?», Yves Bonnefoy.
L’invito è quello di tornare sulle rocce, stare sulle rocce, imparare l’ascolto di quei segni, cominciare a studiare la grammatica delle figure, appunto.

Elena Turetti

Scrive Elena Turetti: «Essere pietra, ha a che fare con due parole forza, perituro e imperituro. Essere pietra ed essere figura si accordano quando essere figura significa svanire o resistere, quando essere figura non può prescindere dalla materia di cui è fatta. Le figure pietra accadono. Le figure pietra sono uniche, ogni traccia è un unico, le incisioni e gli incisori non conoscevano la riproduzione. Non possiamo non considerare questa condizione come estranea al nostro fare oggi. La nostra prossimità fisica alle rocce incise non è confidenza, sono segni che non sapremmo scrivere». 
Se riuscissimo a scalfire il muro che separa arte e scienza, illustrazione e archeologia, fumetti e matematica, poesia e neuroscienze, allora ci accorgeremmo che tutto è ancora da scrivere e che il racconto non si esaurisce delegando a qualche software l’analisi della mole di dati che stiamo raccogliendo.  

«Tutto era già lì, sulle rocce» dico a Elena, cercando di trovare una sintesi alle molte considerazioni emerse durante la nostra conversazione. Essendo un architetto che dal 2009 si dedica alla progettazione in ambito culturale, conosce bene la nozione di ambiente coniata dal pionere dell’etologia von Uexküll, Umwelt. I parchi, luoghi d’elezione in quanto depositi naturali dell’ortografia antica, sono spesso decorati da passerelle per i visitatori e da un sottile strato di vegetazione, che addolcisce le formazioni rocciose. Segno che siamo ancora distanti (poco disposti) dall’avere una reale comprensione della vita sulle rocce. Bisogna uscire dai percorsi tracciati per scoprire una via di prossimità: ciò che appare remoto è stato in realtà soltanto accantonato, relegato agli inizi di una immaginaria linea del tempo. 
Quei segni sulle rocce non sono finiti, chiedono di essere continuati.

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