La critica letteraria dovrebbe scaturire da un debito d’amore.
George Steiner
Jane Austen è una delle maggiori scrittrici non soltanto del suo tempo ma di ogni tempo, uno di quei giganti che definiscono un’epoca e un mondo e soprattutto il modo di raccontarli e quindi di riviverli attraverso i secoli. Ma siamo partiti male. Rileggo questa frase e arrossisco, perché sono finito in una trappola incensante che in fondo nuoce sia alla critica che al lettore comune e che avrebbe forse divertito la “divina Jane”, come la chiamava – anch’egli incensandola – Beckett. Il punto è che nelle opere di Jane Austen le lodi sperticate hanno spesso un effetto comico che ne ribalta il significato o, peggio, sbeffeggia chi le elargisce. Penso al romanzo Emma, alla sciarada scritta dal reverendo Elton a Harriet o, come Emma sa bene, a lei, a Emma. Perché Emma non è priva di doppiezza.
Elton scrive, nella traduzione Einaudi, firmata da Sandra Petrignani: «Se ’l vostro genio lesto va al traguardo / possa accettarmi con tenero sguardo». Genio lesto, tenero sguardo… Tutte belle parole, ma poi il reverendo finirà per sposare un’altra donna, l’insopportabile Augusta. Le sue lodi erano un imbroglio.
Oppure penso al Mr Collins di Orgoglio e pregiudizio, che entrando in casa Bennet loda continuamente la bellezza delle sorelle Bennet, e poi l’ingresso, la sala da pranzo, gli arredi, il pranzo. Mr Bennet, padrone di casa e padre di Elizabeth, commenta: «È una fortuna che possediate il talento di lusingare le persone con tanto garbo. Posso domandarvi se queste attenzioni sono frutto di un impulso momentaneo o il risultato di uno studio precedente?» Mr Collins non coglie l’ironia e risponde che i suoi elogi nascono perlopiù dal caso ma che a volte si diletta a lavorarci su in precedenza e poi ad adeguarli alla situazione. Qui il lettore trattiene a stento una risata. Mr Collins è infatti una delle grandi invenzioni comiche di Austen; direi anzi che c’è tutta una critica dilettantesca (ma talvolta anche professionistica) che potrebbe essere definita à la Mr Collins, quella degli elogi sproporzionati e vuoti e quindi menzogneri. La critica elogiativa che non scaturisce da un vero sentimento di amore o di ammirazione è una menzogna e un atto di viltà.

Potremmo quindi rifarci a Shakespeare, autore che tanto ha insegnato a Jane Austen. Harold Bloom, per esempio, vedeva nella Beatrice di Molto rumore per nulla un’antenata di Elizabeth Bennet e nella Rosalind di Come vi piace un’antesignana della spumeggiante Emma Woodhouse. Riguardo alla fallacia di alcune lodi possono essere prese ad esempio le sorelle di Cordelia, in Re Lear. La storia è nota: il re abdica al trono e decide di dividere il regno tra le figlie, chiedendo a ognuna di dimostrare a parole il proprio amore per lui. Goneril e Regan si sdilinquiscono, mentre Cordelia si rifiuta di partecipare alla gara e tace. Verrà bandita dal regno, però conserverà intatti il proprio amore per il padre e la propria dignità di figlia, a differenza delle sorelle. Ecco, credo che di fronte a un’opera amata il lettore attento e onesto debba essere più simile alla Cordelia di Shakespeare che non al reverendo Elton o al Mr Collins di Jane Austen o a Goneril e Regan, tutti tanto lesti nel complimentarsi quanto nel tradire le loro stesse parole. Jane Austen lo sa e ce lo ricorda.
Ciò detto, Austen è di certo una grande scrittrice. Quest’anno l’editore Mondadori ha completato la pubblicazione dei Meridiani a lei dedicati, con la cura di Liliana Rampello e le traduzioni – straordinarie, ma questa è un’altra lode sperticata che farebbe sorridere Austen – di Susanna Basso. Intanto la sua opera è più viva che mai, a duecentocinquanta anni dalla nascita, con la pubblicazione puntuale di nuovi saggi su di lei e diversi film tratti dai suoi romanzi o persino dalla sua vita. Segnalerei in particolare il Pride & Prejudice di Joe Wright e il Becoming Jane di Julian Jarrold. Keira Knightley è un’ottima Elizabeth Bennet, mentre Anne Hathaway mi sembra una credibile Jane Austen, sia pure con qualche concessione ai fasti di Hollywood. Per fortuna ad Austen non è toccato il destino cinematografico di Virginia Woolf, che nel film The Hours viene mostrata come una donna perennemente afflitta e pensierosa. Al riguardo Doris Lessing scriveva: «Mio Dio! Quando Virginia Woolf si sentiva bene era una donna che si godeva la vita, amava le feste, gli amici, le escursioni, le gite! Quanto ci piacciono le vittime femminili, oh, quanto ci piacciono!».

Jane Austen non era una vittima e nemmeno le sue eroine lo sono. Leggendo le sue opere ci si può forse fare un’idea di quale genere di persona fosse, anche più che leggendo le sue lettere. Ma prima descriviamola. Il nipote la ricorda così: «Di carnagione era una brunetta chiara, con un bel colorito; aveva guance piene, bocca e naso piccoli e ben fatti, brillanti occhi color nocciola e capelli castani che formavano ricci naturali intorno al volto». Potrebbe quindi essere chiunque di noi, una donna come tante. A detta del fratello però era anche molto allegra e socievole, sebbene mai invadente nel suo sereno buonumore: come nelle lettere. Jane Austen era, credo, una persona felice, e nelle sue opere la felicità traspare.
Siamo lettori curiosi e ci chiediamo talvolta quanto di Catherine Morland o di Elizabeth Bennet o di Fanny Price o anche di Emma Woodhouse (che Austen tanto amava: ma a questo torneremo in seguito) o di Elinor Dashwood o di Anne Elliot o di tanti suoi personaggi primari e secondari vi sia in Jane Austen. Ne Il Male Assoluto Pietro Citati suggerisce che ogni sua creatura romanzesca fosse una sua proiezione ideale, una parte del suo io. Lo spunto è audace ma temo inesatto, perché Austen era una grande narratrice e di certo sapeva che in letteratura il fren dell’arte impone una certa distanza fra l’autore e i personaggi che popolano i suoi libri. Tuttavia nei dialoghi delle eroine di Austen, come nei loro pensieri, si sente un’innegabile leggiadria musicale ben presente anche nelle lettere.
C’è chi sostiene che gli scrittori, specialmente i grandi scrittori, scrivano le loro lettere con un occhio al corrispondente e l’altro alla posterità. Jane Austen non fa questo. La sua voce, che poi è quel suo stile fatto di niente eppure talmente ricco, le viene naturale, è parte di lei o addirittura è lei stessa. Jane Austen non è i suoi personaggi ma è il modo in cui ne scrive, oltre che le tante battute straordinarie che mette in bocca ad alcuni di loro. Jane Austen è la loro arguzia.
Ma non vorrei allontanarmi troppo dalle sue opere. Per non cadere nella trappola delle iperboli lodative direi di dare un’occhiata ai suoi critici più avversi. In una lettera Charlotte Brönte scrive: «Jane Austen non si occupa tanto del cuore umano quanto degli occhi, delle bocche, delle mani, dei piedi. Ciò che vede acutamente, che parla acconciamente, che si muove flessibilmente, conviene al suo studio, ma ciò che palpita con intensità e pienezza, sebbene nascosto, ciò che è l’invisibile sede della vita e il senziente bersaglio della morte – tutto ciò Miss Austen lo ignora». E ancora:
«Jane Austen non agita il lettore con alcunché di veemente, non lo turba con alcunché di profondo. Anche ai sentimenti non fa più che un raro saluto grazioso ma distante».
L’osservazione è opinabile ma deve essere affrontata, non fosse altro che per la penna da cui proviene, quella di Charlotte Brontë, scrittrice molto diversa da Jane Austen, sebbene nel capolavoro della sorella Emily, Cime tempestose, sia a tratti possibile riconoscere una certa discendenza austeniana, specie per quanto concerne la circoscrizione del mondo narrato. Come Austen, Emily Brontë descrive un universo relativamente ristretto, a differenza – per esempio – di Dickens o di George Eliot.
Charlotte Brontë dunque accusa Jane Austen di essere frivola. E di certo molti suoi personaggi lo sono, frivoli. Tuttavia dietro la cartapesta di una supposta frivolezza fatta di tira e molla emotivi non si nasconde forse qualcosa di ben più profondo, ossia la complessità dell’animo umano che tanto sbaglia e soffre? I romanzi di Austen sono costellati dagli errori e di conseguenza dai cambiamenti dei suoi personaggi. Si pensi a Elizabeth Bennet, che prima odia lo scostante Darcy e poi se ne innamora, o a Emma, che all’inizio del romanzo che porta il suo nome si dice decisa a non sposarsi mai e che poi – dopo una serie di errori che destabilizzeranno la roccaforte del suo io – finirà non soltanto per innamorarsi ma anche per capire la necessità dell’amore, cioè il piacere di abbandonare la rassicurante prigionia del nostro io per concederci all’essere amato. Anche questo ci insegna Jane Austen: che per vivere e amare dobbiamo perdere qualcosa di noi e soprattutto saper riconoscere i nostri sbagli e la vacuità dei nostri giudizi iniziali, dei nostri pregiudizi. Ma siamo capaci di farlo?
Affrontare (e superare) la frivolezza delle nostre esistenze non mi sembra cosa frivola. Anzi, può essere istruttivo. Charlotte Brontë quindi non sbaglia, Austen è certamente un’autrice frivola, ma d’altra parte Charlotte Brontë sbaglia, perché dietro la frivolezza e le sale da tè austeniane si agitano i moti del cuore dei suoi personaggi e quindi anche i nostri. E il cuore non è cosa frivola.
Si è anche detto spesso che Austen non ha mai affrontato i veri problemi del suo tempo, ignorando i grandi eventi della Storia. Ciò è esatto, sebbene non sempre, visto che nei dialoghi austeniani si affacciano anche temi difficili quali la tratta degli schiavi, in Emma, o il femminismo, in Persuasione, quando Anne Elliot dice al capitano Harville:
«Eh sì, per favore, non parliamo di libri. Gli uomini hanno avuto ogni vantaggio rispetto a noi nel raccontare la propria storia. Hanno goduto di livelli d’istruzione incommensurabilmente più alti; la penna è da sempre nelle loro mani».
Poi nei romanzi di Austen ci sono osservazioni sulla differenza fra i generi ancora oggi illuminanti e necessarie, come quando Catherine Morland dice, in Northanger Abbey:
«Non sosterrei che le donne di regola scrivano lettere migliori degli uomini, più di quanto cantino meglio in duetto o disegnino meglio i paesaggi. In tutti i campi che dipendono dal gusto, l’eccellenza risulta equamente distribuita fra i sessi».
L’affermazione è acuta anche perché può essere rovesciata: se le donne non scrivono meglio degli uomini, neanche gli uomini scrivono meglio delle donne. Il talento artistico è indipendente dal sesso.
Tuttavia è vero: a inizio Ottocento Napoleone sconvolgeva il mondo dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno, fino alla sconfitta russa del 1812, ma di questo non vi è quasi traccia nelle opere di Austen, che resta chiusa nella sua fortezza fatta di chiacchiere e poco più, come le rinfacciava Charlotte Brontë.
A Brontë si potrebbe però ribattere che Austen ritiene che bisogna scrivere solo di ciò che si conosce, come dice in una lettera alla nipote Anna. Non c’è menzogna in lei, non c’è opportunismo. Sebbene sia un’ottima lettrice di Shakespeare, Austen non racconterebbe mai di re assassinati o di streghe, né tantomeno del proletariato inglese. Questo può essere un limite, ma anche una forza.

Virginia Woolf, in parte muovendole una critica (tenendo forse a mente il monito della Cordelia di Shakespeare, perché dobbiamo meditare bene sulle nostre parole anche quando l’entusiasmo ci spinge alle iperboli), nel Common Reader scrive che se Austen fosse vissuta più a lungo avrebbe allargato i suoi orizzonti narrativi. In fondo già Persuasione si muove in tal senso. Mi permetto di dubitarne; secondo me Jane Austen avrebbe esplorato nuove strutture romanzesche ma non avrebbe mai del tutto abbandonato i temi e i paesaggi – e i tipi umani, le macchiette! – a lei cari.
Mi ritrovo invece in un’altra affermazione woolfiana: «A volte sembra che Jane Austen facesse nascere le sue creature per tagliare loro la testa». Prendiamo ancora Emma. Nel corso del romanzo la povera Emma Woodhouse finisce davvero sotto la ghigliottina della penna di Austen, che sconvolge il modo di pensare della sua eroina e i suoi sentimenti e dunque il suo stare al mondo in un mondo fatto di niente: Austen la fa innamorare. In questo senso Emma è uno dei primi e pochi romanzi ottocenteschi in cui si affronta la perdita dell’io attraverso lo spaesamento del personaggio. La Emma opportunista delle prime pagine non si riconoscerebbe mai nella Emma del finale del libro, che pure è lei stessa. Tutto questo non era ancora stato fatto; nel Settecento e nel primo Ottocento le teste dei personaggi erano ben salde sul loro collo, per riprendere la metafora di Woolf. Non a caso Beckett scriveva di avere molto da imparare dalla “divina Jane”; fra i ricchi dialoghi di Austen e gli ossessivi dialoghi o monologhi beckettiani c’è un percorso a zig zag che la critica non ha ancora saputo attraversare.
Emma, pur nella sua frivolezza, è anche un’indagine sul male insito in ognuno di noi. Perché Emma Woodhouse è cinica, doppia, furba, gelosa delle felicità altrui, occasionalmente insensibile con il prossimo. Emma sa certamente essere malvagia. Jane Austen, che tanto la amava, era convinta che i suoi lettori l’avrebbero disprezzata. Sbagliava. Infatti la forza di Austen sta in un’ironia che non manca mai di pietà e che quindi ci fa accettare o persino amare gli sbagli e le piccole malignità o manchevolezze dei suoi personaggi. Ciò la allontana da altri grandi autori che vennero prima e dopo di lei, quali ad esempio Shakespeare o Dickens, i cui villains, direi, sono dei cattivoni irrecuperabili. Si pensi a Uriah Heep, o a Iago. Emma non è lontana dai mostruosi difetti di Heep e Iago, eppure quanto è più umana di loro! Ecco perché Jane Austen la salva. Ecco perché Emma Woodhouse si sposerà e sarà felice. Lo stesso vale per Mr Collins, nel suo piccolo: Austen lo deride continuamente, però non lo condanna né lo uccide. Anzi, i suoi continui e goffi ossequi ce lo rendono adorabile!
Questa peculiarità di Austen ci porta a un altro aspetto della sua opera: la modernità. Il Meridiano curato da Liliana Rampello ci ricorda i tanti autori novecenteschi che hanno amato Austen: fra gli altri Mansfield, Woolf, Capote, Auden e Beckett. Alla lista aggiungerei Saul Bellow, che, quando i giornalisti lo assediarono in cerca di qualche dichiarazione solenne dopo l’assegnazione del premio Nobel, rispose: «Mr Bellow è a letto con Jane Austen e non vuole essere disturbato». Oppure Paul Auster, che definiva Jane Austen un genio. E certamente accluderei Salinger, che in un racconto introvabile, pubblicato in rivista e mai più ristampato, Hapworth 16, 1924, fa chiedere al suo Seymour Glass di portargli l’intera opera di Jane Austen, autrice che ritiene, bontà sua, umoristica, magnifica e personalissima. E di certo i dialoghi di Franny e Zooey discendono dalle pagine austeniane.
Si potrebbe quindi parlare di una “costellazione Austen” fra i grandi scrittori del Novecento, e sono tutti autori che possono essere definiti per il rigore del loro stile e per il rigetto di ogni sbornia joyciana o anche postmoderna, salvo forse Beckett e un certo Bellow. Austen è una maestra della misura e della struttura e quindi del saper narrare. C’è – fra i tanti esempi – una pagina di Northanger Abbey che Bassani e Cassola avrebbero potuto sbandierare quando li accusarono di essere le “Liale del ’63”. Qui Jane Austen difende la propria arte, il romanzo. Le pagine andrebbero lette integralmente; mi limiterò a una breve citazione. Catherine e Isabella si chiudono in casa a leggere dei romanzi e l’autrice fa una lunga chiosa al riguardo. La traduzione è di Susanna Basso, dal primo Meridiano, come tutte le altre versioni che ho citato salvo quella di Emma.
Austen fa la parodia di chi vitupera i romanzi:
«Non sono un lettore di romanzi – raro che ne sfogli uno – Non crediate che uno come me legga spesso romanzi – Sul serio, non è male, per essere un romanzo. – Questa la continua solfa. “Allora, che cosa leggete, Miss…?” “Oh! Solo un romanzo!” replica la giovane deponendo il libro con ostentata indifferenza, o momentaneo imbarazzo. “È solo Cecilia, o Camilla, o Belinda insomma, giusto un’opera in cui si manifestano le migliori facoltà della mente, in cui nella migliore delle lingue si trasmettono la più completa conoscenza della natura umana, la più felice descrizione della sua varietà e la più viva profusione di spirito e di ingegno…”»
Il passo chiude il quinto capitolo del romanzo e invito il lettore a cercarlo. Aggiungo inoltre una piccola nota sulla traduzione di Susanna Basso: le sue versioni sono preziose anche per il ripristino del cosiddetto trattone austeniano, che – come osserva la curatrice del doppio Meridiano, Liliana Rampello – «conferisce un respiro particolare alla scrittura, restituendo al discorso un andamento esitante, a volte quasi l’efficacia teatrale di un balbettio». Che il trattone di Austen sia un precursore del tanto amato e ritmicamente decisivo trattino lungo di Virginia Woolf? Stiamo parlando di giganti sulle spalle di giganti, naturalmente. Di gigantesse.

Nabokov, che con Austen apre le sue Lezioni di letteratura, parlando di Mansfield Park scriveva che in fondo tutti i romanzi sono delle fiabe. Si tratta di una boutade che gli serviva a smarcarsi da quei “cattivi lettori”, così li definiva, che cercano la realtà nei romanzi; nondimeno i romanzi austeniani possono davvero essere letti alla stregua di fiabe, con tanto di castelli fatati e finali lieti. Mancano solo i draghi, l’oscena banalità del male. Però il suo è di sicuro un mondo incantato.
Le fiabe di Jane Austen sono fuori dal tempo e perciò ci affascinano ancora e continueranno ad affascinarci per diversi secoli. Ognuno di noi è un uomo del proprio tempo ma anche un uomo in termini assoluti, capace di immaginarsi e traslarsi in altre epoche, pur rimanendo se stesso: perciò leggiamo, perciò fantastichiamo. La letteratura è una meravigliosa macchina del tempo. Un uomo che legge un romanzo è qui ma è anche altrove.
Un altro grande lettore di Austen, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a proposito dei personaggi austeniani scrive:
«Sono figure colte a un tal punto nella loro essenzialità che, oggi, avendo dovuto per la quarta volta rileggere questo modello di romanzo, mi sento circondato da questi personaggi che incarnano qualità e difetti riconoscibili in tante mie conoscenze di ora, a dispetto della differenza di tempo e di luogo».
Bene, se date un’occhiata al vostro simpatico o antipatico vicino di sedia, è assai probabile che possa rientrare fra i modelli umani creati da Jane Austen. Avete accanto un Darcy? Quanti di noi scrittori sono dei Mr Collins? O forse siamo soprattutto dei reverendi Elton? Come avrebbe vissuto i giorni del Covid il vecchio e ipocondriaco Henry Woodhouse?
Concluderei questa divagazione austeniana con qualche altra parola di Lampedusa, forse il nostro autore che le è più vicino. Jane Austen, come abbiamo scritto, non amava molto gli elogi, almeno stando ai suoi personaggi, ma se sono fatti con il cuore e con la mente suppongo che la rallegrassero. Dopotutto era felice che Walter Scott amasse i suoi romanzi.
Lampedusa si rivolge direttamente a Jane Austen. Scrive:
«Dear Jane. Onesta bene educata creatura, o tu l’antisoprano drammatico, o tu il cui genio brilla di mite luce e non s’infuoca fra ‘corrusche spade’, tu che conoscevi la tristezza quotidiana senza tragedia, la gaiezza senza buffonate, tu, dear Jane, vieni un po’ da noi ed esorcizza gli spiriti tronfi, clamorosi e superficiali che da un secolo e mezzo deliziano il nostro volgo e impediscono alle persone bennate di dormire sonni tranquilli».
Noi amiamo dormire sonni tranquilli, quando ci riusciamo. In ogni caso amiamo leggere e rileggere la straordinaria Jane Austen.
Immagine di copertina: ritratto di Jane Austen